Mi è difficile definire il genere del libro che ho proposto, Al giardino non l’ho ancora detto, di Pia Pera. L’ho cercato per la curiosità destata dalla lettura di Due vite di Emanuele Trevi.
Folgorante l’incipit del secondo capitolo:
Un giorno di giugno di qualche anno fa un uomo che diceva di amarmi osservò, con tono di rimprovero, che zoppicavo. Non me ne ero accorta. Era una zoppia quasi impercettibile, poco più di una disarmonia nel passo, un ritmo sbagliato. A lungo non se ne comprese il motivo. La sensazione era che mi si stesse seccando la gamba destra, come talvolta capita che su un albero si secchi un ramo. Stavo io stessa appassendo. Morire non era più una speculazione intellettuale, stava realmente accadendo. Molto lentamente e prima del previsto. Lasciandomi forse il tempo di scrivere in presa diretta del giardiniere di fronte alla morte.
Questa lettura quasi casuale si è venuta così a trovare al crocevia dei temi di altre mie letture attuali: prima di tutto Emily Dickinson, sua la poesia da cui è tratto il titolo; le filosofie orientali, e in particolare la meditazione, che ha posto questa lettura in un filone che parte da Emmanuel Carrère, Yoga e prosegue poi con Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva.
Pia Pera negli ultimi anni della sua vita ha praticato e ha scritto di giardinaggio, ma in questo libro il giardino è scenario al racconto dell’arrivo e del progredire della malattia che ha portato l’autrice alla morte; e alle riflessioni mai banali sulla vita e le circostanze che a quel processo si accompagnano.
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