I Vagabondi
Olga Tokarkzuk
La Tokarczuk è nata nel 1962 a Sulechów nella Polonia Occidentale. Ha studiato psicologia ed ha lavorato come psicoterapeuta. Il suo primo libro è del 1989. Ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 2018, questa la motivazione:
"per la sua immaginazione narrativa che, con passione enciclopedica, rappresenta l'attraversamento dei confini come forma di vita."
Bieguni è del 2007, uscito in Italia con il titolo I vagabondi per Bompiani nel 2019, in una traduzione definita piuttosto buona da italiani di madrelingua polacca. Anche la Tokarczuk è esponente di quella letteratura contemporanea dell’Est Europa che ha trovato nuove modalità di espressione e rinunciato perciò alla linearità del racconto. I vagabondi è un esempio di questa letteratura. Il libro è composto di 116 capitoli, ognuno con un titolo, di lunghezza variabile da una sola riga a parecchie pagine.
È un libro strano, molto frammentario, qualcuno lo può trovare molto dispersivo e abbandonarlo con stizza. È un libro che premia il lettore tenace che non oppone resistenza ai ripetuti inviti che gli rivolge l’autrice a vagabondare assieme a lei. Il premio consiste nel perdersi, perché non c’è un punto di arrivo, ma soltanto il vagabondare senza meta alcuna. Attraversare i confini: la motivazione del Premio Nobel si addice particolarmente a questo libro. Si tratta di confini politico-geografici, quando la Tokarczuk ci racconta di come lei ami viaggiare - ma attenzione, non per andare da un luogo all’altro, ma per il piacere di essere in movimento, per il viaggio inteso come desiderio e non come necessità. I luoghi geografici perdono di importanza, sono vagamente accennati, mentre sono più importanti gli aeroporti, le stazioni, i compagni di viaggio.
Ma si tratta anche di confini astratti, quando l’autrice attraversa lo scibile umano e ne riporta frammenti, accenni, “spigolature”, non per istruirci con rigore scientifico, ma perché anche noi condividiamo la fascinazione che certi argomenti hanno esercitato su di lei. E ancora, i confini attraversati sono quelli psicologici, sia in mini saggi sulla psicologia del viaggiatore, sia in alcuni racconti, dove i personaggi sono finemente definiti. Ma in sostanza, che cosa c’è in ognuno di questi capitoli? Provo a stilare un elenco di quello che ci si può trovare, non corro certo il rischio di “spoilerare”: sensazioni, frammenti di idee, dettagli su ricerche in musei e archivi, racconti compiuti e racconti a puntate (stupendi!), racconti che si interrompono e che poi a sorpresa riprendono, descrizioni di ciò che è ripugnante, ragguagli sull’arte della plastinazione, presentazioni dei contenuti di qualche gabinetto delle curiosità, e così via.
La Tokarczuk non ha timore di impressionarci, la sua intelligenza dark rende con sottile humor certi macabri particolari relativi allo studio dell’anatomia umana che prese avvio nel XVII secolo. Così come in diverse pagine ci racconta dello scopritore del tendine d’Achille, Philip Verheyen, che studiò la sua gamba recisa, e fu suo malgrado scopritore del dolore da mancanza di arto amputato. Procedendo nella lettura, è una scoperta ad ogni capitolo, tanto che per 115 volte ci si chiede “dove mi porterà il prossimo capitolo?”
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