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"Il muro" presentato da Angela Mazzotti


Il muro
di John Lanchester

La storia ci insegna che i muri non sono mai serviti ad impedire le invasioni, le immigrazioni, gli scambi tra i popoli, ma non per questo gli Stati hanno cessato di affidarsi a questo strumento per proteggere sé stessi ed i propri cittadini. I muri ostacolano, dividono, radicalizzano le posizioni e inaspriscono i contrasti, ma gli uomini non imparano mai nulla dal passato e continuano a fare gli stessi errori.

Il muro di Lanchester è un romanzo distopico, ma in fondo anche premonitore di un futuro nemmeno troppo lontano e possibile, se non malauguratamente probabile. E’ ambientato nel paese isolazionista per eccellenza, la Gran Bretagna della Brexit, quello Stato in cui il giornale più diffuso intitolò: “Tempesta sulla Manica: il continente è isolato”.

Inizialmente il romanzo è statico, ci descrive in modo efficace l’impatto psicologico di quel muro che circonda tutto il paese e l’angoscia che è in grado di suscitare anche in coloro che ne stanno al di qua, ci racconta l’ansia dell’attesa dell’attacco da parte degli Altri, non meglio identificati, e l’alienante monotonia dei lunghi turni di guardia, facendo immediatamente venire in mente un grande romanzo italiano, Il deserto dei Tartari di Buzzati. 

Gli Altri sono un po’ tutti quelli che non sono noi, sono lo straniero per definizione, senza distinzione di etnia, di religione, di pensiero politico. Sono quelli a cui il Cambiamento, anche questo non descritto in profondità, ha reso l’esistenza impossibile nel naturale luogo di residenza e che cercano scampo là dove è ancora possibile vivere. Un Cambiamento indotto dal riscaldamento della Terra e dai suoi effetti sul clima che ha portato all’innalzamento dei livello dei mari e la conseguente inondazione delle fasce costiere e alla desertificazione di gran parte delle terre tuttora emerse. E’ così che il protagonista e narratore in prima persona ripensa a come doveva essere il mondo di prima rifiutandosi di sostare a lungo in questa fantasia perché :”Nessun maggior dolore – esiste – che ricordarsi del tempo felice nella miseria”, inattesa citazione dantesca in un romanzo inglese. 

È così, anche, che le giovani generazioni non pensano più a creare una famiglia e fare figli perché: “abbiamo fatto a pezzi il mondo ed ora non abbiamo il diritto di popolarlo”. Anzi, il sentimento più diffuso tra i giovani è proprio la collera nei confronti delle generazioni che li hanno preceduti e che hanno permesso questo disastro senza prevederlo o prevenirlo: è il contrasto tra generazioni che il “how dare you” di Greta ha reso popolare. 

L’emigrazione verso le latitudini in cui è ancora possibile vivere rappresenta dunque l’atto estremo da parte di chi non ha più nulla da perdere e quindi non si frena neppure di fronte al respingimento cruento con le armi da parte dei difensori, anzi non rinuncia neppure in proprio alla violenza come portato dell’emergenza che la spinge. E per quei pochi che riescono a passare lo sbarramento e a confondersi tra la popolazione britannica l’assimilazione è un fatto raro e scoraggiato affinché non rappresenti un “pull factor” per chi deve ancora provare a venire: il destino di chi non viene ucciso infatti è quello di diventare Aiutanti, domestici, schiavi. Tutto il contrario di quello che invece si cerca di promuovere oggi al fine di favorire l’integrazione tra i popoli.

Pur facendo ricorso a concetti oggi fortemente dibattuti, il romanzo di Lanchester non si dilunga nella descrizione della struttura sociale indotta dal Cambiamento, se non con brevi accenni alle gerarchie ed ai ruoli legati alla difesa territoriale. Superata infatti la parte iniziale, il racconto da statico si trasforma in romanzo d’azione e di avventura che richiama da vicino certe opere classiche di Defoe o di Verne. In questa parte la figura del protagonista assume caratteri più vari, trattato ingiustamente dallo Stato.

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