Passa ai contenuti principali

Il sentiero delle babbucce gialle -- Note di Serenella Barbieri

Il libro, strutturato come una serie di racconti sulla falsa riga di Le mille e una notte, è non solo il racconto verso l’esilio del protagonista, ma anche un viaggio a ritroso verso le proprie origini.

In una variante del classico espediente del manoscritto ritrovato, Kader riceve un plico di fogli scritti da un “vecchio compagno di lotta” il regista Sultan Faharamigi.

Le babbucce gialle sono il Leitmotiv che ci accompagna durante il viaggio. Babbucce gialle fatte per donne diverse in momenti diversi nella vita di Sultan.

Tanti sono i temi che si possono cogliere nella lettura, tra questi: “come guardare la realtà”. A Sultan non sono sufficienti due occhi, ne occorrono tre. Da bambino il terzo occhio lo trova nel cannocchiale, nella torre del castello. Con esso si avvicina alle cose più lontane, ha di loro una visione più dettagliata, a volte spia, a volte indaga. Cose che farà ancora meglio con il secondo “terzo occhio” che incontrerà: la macchina fotografica, con cui fermerà le immagini della realtà. Arriva poi la cinepresa, il terzo occhio per eccellenza. Con questo terzo occhio il romanzo passerà da una storia personale a un racconto corale., la storia del suo paese e i cambiamenti che si succedono. Andare al fronte e filmare la guerra contro l’Iraq lo spinge alla scelta di non fare più film per il cinema, ma solo documentari su quello che accade realmente.

Un altro nodo fondamentale del romanzo è il rapporto tra linguaggio cinematografico e letteratura.

Sultan, che sa usare bene la cinepresa ne riconosce anche i limiti: da sola non basta a raccontare una vita, la sua vita. Per narrare bisogna usare la parola, la lingua, e chi perde la propria patria, come lui, perde la lingua: patria = lingua, la lingua che hai imparato da bambino, con cui ti sei relazionato con le persone. È questo il problema fondamentale per chi è costretto a lasciare il proprio paese: cambiare lingua, imparare una lingua nuova.

Posso aggiungere qua il tema della migrazione che è ampiamente trattato.

Sultan è migrante per costrizione, deve fuggire da Teheran e chiedere asilo in Olanda. Ma la migrazione è rappresentata soprattutto da Aurelia. Migrante anch’essa che giunga a casa di Sultan in Olanda sfinita e dorme per tre giorni. Non parla nessuna lingua, si scambiano segni. La donna ha una innata capacità di relazionare con gli animali: gli uccelli, le api, il cane, il cavallo.

Il suo contatto con la natura è bello e delicato. “Le babbucce gialle le ho perse per strada” Le ultime che Sultan costruisce sono per Aurelia che “silenziosamente le indossa come se avesse attraversato il mare per venirle a prendere”.

Il libro benché di livello inferiore ai due precedenti scelti dal gruppo, si legge volentieri.

Kader Abdollah con una narrazione chiara e scorrevole è riuscito a combinare insieme il realismo con il leggendario fiabesco tipico del suo paese di origine. (splendido il prologo, in cui ci presenta l’inizio del celebre poema allegorico Il verbo degli uccelli del poeta mistico persiano Farid al-Din ‘Attar)

Unisce la nostalgia all’accettazione di quanto gli è accaduto. Essendo lui per primo un migrante ha superato il problema linguistico, scrive in Olandese, la lingua della libertà.

Permette a due narrazioni lontane di avvicinarsi. È un esempio di come una letteratura di migrazione può diventare una bella letteratura, in questo caso, olandese.

Nota. Mi piace ricordare i tanti personaggi femminili del libro, trattati in modo interessante.

La storia della giovane cugina, che è una femminista, nel significato migliore del termine. Baran, Zaman che, con i loro legami politici, portano Sultan a fare delle scelte importanti.

È quasi impossibile pensarle nella realtà iraniana.

Serenella Barbieri

Commenti