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Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick - Note di Angela Mazzotti

Scritto alla fine degli anni ’60 questo romanzo appartiene alla c.d. sci-fi (Science-fiction o fantascienza in italiano). Esso ha una trama non particolarmente incalzante, con pochi colpi di scena ed un andamento lineare che si segue senza fatica nonostante vi siano umani e umanoidi che tendono a mescolarsi coi primi. Ma questo non deve far pensare ad un racconto banale.

Il mondo è reduce da una guerra nucleare che lo ha semidistrutto: una polvere radioattiva, conseguenza delle armi utilizzate durante la guerra, sta lentamente coprendo ogni cosa, e ad essa si aggiunge la “palta”, la spazzatura che invade ogni luogo. Ad essa Dick attribuisce ironicamente la stessa caratteristica che la legge di Gresham attribuisce al denaro: come la moneta cattiva scaccia quella buona, “la palta scaccia la non palta” per cui l’intero universo è diretto verso uno stato di “paltizzazione” totale e assoluta. E’ l’implosione della realtà come la conosciamo e la degradazione materiale, esistenziale e persino relazionale della società. Con molti anni di anticipo Dick prevede che la raccolta dell’immondizia e la gestione delle discariche diventeranno uno degli affari più importanti di tutta la Terra. Il governo spinge i cittadini ad emigrare su Marte perché restare sulla terra “è una minaccia per la purezza del retaggio genetico della razza”. A questo fine il governo offre a chi è disposto a trasferirsi anche il vantaggio di vedersi assegnati degli androidi che possano servirlo per ogni esigenza. Questi ultimi sono prodotti in modelli sempre più sofisticati e sempre più simili agli umani veri e propri. Ma se la Terra sta diventando un pianeta invivibile, Marte non è tanto meglio, non essendo nato per ospitare la vita umana.

Il protagonista, Rick, è un cacciatore di androidi. Alcuni di essi infatti periodicamente fuggono da Marte e dal loro destino di schiavitù, e ritornano sulla Terra dove tendono a mescolarsi agli uomini. Scovarli e “ritirarli”, un eufemismo per indicare la loro soppressione, è il suo compito istituzionale. Il libro racconta la caccia da parte di Rick ad un gruppo di otto androidi fuggiti da Marte: la loro fuga è sostenuta ideologicamente dall’ “illusoria pretesa di una presunta sacralità della loro vita” che confligge col loro carattere di esseri artificiali. Infatti gli androidi si rassegnano alla propria estinzione, “un’accettazione meccanica, a livello intellettuale, di una cosa a cui un vero organismo, con alle spalle due miliardi di anni di pressione a vivere e ad evolversi, non si rassegnerebbe mai”. Pur apparendo un libro d’azione, il romanzo mette anche in campo una serie di temi importanti di cui questo contrasto è forse il più importante.

Il primo tema riguarda dunque il concetto di umano: cosa distingue gli uomini veri e propri dalle loro copie artificiali? Lo scrittore ricorre al concetto di empatia: solo gli umani provano solidarietà coi loro simili e soffrono con loro, a differenza degli androidi che non si immedesimano con gli altri umanoidi. Ma sempre più difficile sembra identificare questo sentimento in modelli evoluti di androidi il cui confine rispetto all’intelligenza umana risulta sempre più labile. La loro identificazione infatti mette alla prova Rick che teme di farsi sfuggire un androide, ma ancora più teme di uccidere un umano non riconoscendolo per tale. Nel corso del romanzo il personaggio di Rick subisce un’evoluzione: a poco a poco egli prova sempre più difficoltà a svolgere il suo lavoro e se inizialmente afferma: “quando ogni tanto mi rimordeva la coscienza per il lavoro che dovevo fare, mi proteggevo considerandoli cose”, trovandosi davanti a Luba Luft, cantante lirica umanoide, si chiede che senso abbia annientarla distruggendo un talento di cui l’intero pianeta potrebbe godere. Egli ha introiettato il concetto che l’uccisione degli androidi serve a proteggere gli umani, ma si rende conto di cominciare a provare empatia per loro e ciò gli confonde le idee.

Gli uomini hanno anche un altro carattere distintivo: essi credono in Mercer, un vecchio di origine non umana, che incarna una specie di idolo religioso che resiste alle illazioni che vorrebbero identificarlo con una “truffa”, una “menzogna”: egli rappresenta il bisogno dell’uomo di credere in qualcosa che possa aiutarlo e dare un senso alla sua esistenza, una speranza di “ascesa” verso una realtà più elevata che lo affranchi dalla devastazione in cui vive. Nel mondo grigio e degradato che ospita i pochi umani rimasti, Mercer rappresenta una via di fuga, artificiosa quanto si vuole, ma con un valore salvifico di cui non sembra di poter fare a meno. Ciò non toglie che anch’egli abbia il suo avversario, identificato in quel Buster Friendly, un personaggio radiotelevisivo in concorrenza con Mercer per il controllo delle menti degli individui e quindi della loro psiche. Buster, col suo tono accattivante, rappresenta l’inganno del potere e delle istituzioni che tendono ad annientare il libero pensiero indipendente.

Un’altra scintilla di umanità in senso tradizionale viene da dove meno uno potrebbe attenderselo. E’ il personaggio di Isidore, uno dei c.d. “cervelli di gallina”, un umano di intelligenza inferiore, reso tale dopo una condanna all’esposizione al cobalto radioattivo che ne ha distrutto il nodulo extrasensoriale di cui era dotato il suo cervello e che gli conferiva la capacità di invertire il flusso del tempo e riportare in vita i morti. Nella descrizione del destino di Isidore lo scrittore mette in mostra tutto il suo talento nell’escogitare situazioni, interventi, strumenti e realtà di fantasia, ma dotati di un’apparenza tecnica e scientifica credibile. La stessa fantasia che gli fa inventare nomi di macchine, modelli di circuiti, funzioni applicative del tutto inauditi e suggestivi come le scatole empatiche, il modulatore di umore, la fusione mentale e così via. Isidore è un personaggio tenero, ricco di sensibilità, rassegnato al suo destino, ma anche capace di fare del suo meglio per trarre quanto possibile dalla sua condizione e per aiutare gli altri, anche gli androidi con cui finirà per entrare in contatto e che cercherà di proteggere. E’ lui che pronuncia la frase più emblematica di tutto il libro: “Bisogna stare con gli altri per vivere”. Esattamente quello che gli verrebbe negato da chi vorrebbe che tutti gli esseri “speciali”, schizoidi o schizofrenici, fossero rinchiusi in appositi istituti. Il romanzo quindi affronta tra l’altro anche il tema del razzismo non solo nei confronti degli esseri artificiali, ma anche nei confronti degli esseri umani “diversi”. La lealtà di Isidore verso gli androidi sorprende questi ultimi, che non se l’aspettano da un essere umano, e rappresenta in un certo senso il riscatto del “diverso” nei confronti degli esseri superiori.

Un altro tema che interviene spesso nel racconto è quello della natura che in questo mondo del futuro è diventata addirittura un articolo da museo. L’umanità descritta da Dick è arrivata a distruggere un intero ecosistema e prova rimorso e rimpianto per il mondo com’era in precedenza. Gli animali si sono quasi tutti estinti, i pochi che restano non vivono liberi, ma sono acquistati dagli umani e addomesticati per dimostrare le abilità di cura e di empatia dei loro padroni, i quali, poi, non potendo sempre permettersi un animale vero si rassegnano ad averne uno artificiale. L’attenzione degli umani nei confronti degli animali, veri o “elettrici” tende a compensare il loro senso di colpa, mentre da parte degli androidi è vissuta come la dimostrazione che possono esistere esseri affrancati dalla schiavitù e quindi come una speranza di possibile vita migliore anche per loro. Molto emblematiche a questo fine sono le due storie quasi parallele, del gatto ritenuto finto, che muore per questo, e del rospo erroneamente ritenuto vero a conferma della difficoltà di distinguere il falso dal vero, l’autentico dall’artificiale, del venir meno di una rigida distinzione dei valori. A ciò si aggiunge il fatto che solo gli umani riescono a tenere in vita gli animali veri perché questi hanno bisogno di quel calore che solo gli esseri nati da donna possono donare.

Il racconto procede decisamente verso la sconfessione dei valori di questo mondo futuro e Rick è l’incarnazione di questo rifiuto. Egli vive una vera e propria crisi di coscienza e arriva a pensare di sé: “Io sono un flagello come la carestia o la peste.Tutto quello che ho fatto è sbagliato.” Per questo fugge verso il deserto, sentendosi alieno a sé stesso, un essere innaturale. In quella totale solitudine nessuno può registrare la sua degradazione o anche qualsiasi reazione di orgoglio o di coraggio: un’esperienza per lui nuova perché per la prima volta vissuta in totale isolamento. E’ Mercer, in cui Rick crede contro ogni illazione contraria –Mercer non è una truffa, a meno che tutta la realtà non sia una truffa- che tenterà di salvarlo portandolo a riflettere su quanto segue:Dovunque andrai –gli dice -ti si richiederà di fare qualcosa di sbagliato. E’ la condizione fondamentale della vita essere costretti a far violenza alla propria personalità. Prima o poi tutte le creature viventi devono farlo. E’ l’ombra estrema, il difetto della creazione; è la maledizione che si compie, la maledizione che si nutre della vita. In tutto l’universo”. Una visione decisamente pessimistica che adombra la filosofia dello stesso autore e che difficilmente si può controbattere. Alla fine dunque non resta che “lasciarsi trascinare dalla vita”, cosa che Rick farà tornando a casa dalla moglie e riprendendo il suo posto nella società, rientrando in una pretesa normalità.

Lo stile di Dick è pulito, chiaro, efficace. Le scene d’azione sono veloci, senza inutili dettagli e molto vive, mentre i sentimenti e le impressioni dei personaggi sono descritti in modo più dettagliato ed intenso. Allo scrittore evidentemente interessa non tanto raccontare dei fatti quanto descrivere gli effetti che gli eventi hanno sui suoi personaggi. E’ vero, tuttavia, che si riscontrano anche alcune incongruenze, qualche leggerezza, qualcosa di non spiegato del tutto, come se si trattasse di una stesura un po’ frettolosa. Aspetti che si possono anche attribuire al fatto che spesso egli scriveva sotto l’influsso delle droghe e soffriva dei conseguenti disturbi psichici. Ma la sua attenzione per la manipolazione delle coscienze da parte delle strutture del potere, e la sua determinazione nell’indagare sui temi fondamentali della vita ne hanno fatto un classico della letteratura postmoderna e un precursore delle riflessioni filosofiche e sociologiche sulle problematiche contemporanee.

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