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Carlotta a Weimar - Note di Angela Mazzotti

Nel 1816 Carlotta Buff, ormai in avanzata età, si reca a Weimar a trovare la sorella e coll’occasione rivede Goethe che trent’anni prima l’aveva immortalata ne I dolori del giovane Werther. L’episodio, documentato storicamente, offre a Mann occasione di rivedere la figura del grande, celebratissimo poeta tedesco con lo sguardo di un uomo del Novecento ed insieme di ripercorrere una storia sentimentale ormai chiusa da tempo per coglierne gli strascichi sui sentimenti dei protagonisti.

Il primo aspetto che colpisce nel romanzo è la grande erudizione di Mann sugli aspetti della vita e del carattere di Goethe e dei suoi contemporanei, frutto di un esteso lavoro di documentazione da parte sua, che ne ha prodotto la capacità di riprodurre l’ambiente, l’arredamento, il vestiario, i comportamenti, la politica, l’amministrazione e qualsiasi aspetto dell’esistenza borghese del primo Ottocento con una precisione e una inventiva che mi hanno ricordato il talento di Visconti nei suoi film ad ambientazione storica: da questo punto di vista il romanzo è un vero affresco d’epoca.

Che cosa ha spinto Carlotta, ormai vedova, a creare l’occasione per rivedere il poeta? Un po’ di vanità alle soglie della vecchiaia? Il bisogno di rivivere certe sensazioni dell’età giovanile? Il desiderio di vedere cosa è rimasto di lei nel ricordo di Goethe? Nonostante il suo atteggiamento riservato, infatti, l’anziana Carlotta mostra una punta di malizia nel presentarsi a lui con lo stesso vestito di trent’anni prima – e beata lei che poteva ancora indossarlo! – a cui ancora manca il nastro rosa da lei donato allora al suo ammiratore. Carlotta tuttavia non ha alcun rimpianto per quell’infatuazione di Goethe: è contenta del rifiuto fatto a suo tempo non tanto per lealtà verso il proprio fidanzato, quanto perché aveva intuito che Goethe, pur con tutto il suo fervore, non sarebbe stato un compagno affidabile, e i fatti successivi le hanno dato ragione. Non è dunque una donna ancora innamorata, quella che incontra il poeta, ma anzi una persona matura che lo vede cambiato al punto da definirlo “una nuova conoscenza”, un vecchio dalle “maniere inamidate”, che non le lascia un’impressione piacevole.

L’arrivo di Carlotta all’albergo di Weimar in cui intende risiedere offre a Mann l’occasione per mettere in scena alcuni personaggi esemplari. Il cameriere Mager, il primo a riconoscere in lei la Lotte del Werther e quindi a perseguitarla con le sue richieste, rappresenta quella curiosità invadente che sempre si manifesta intorno alle persone famose. Dello stesso genere è l’incontro con Miss Rose Cuzzle che con i suoi ritratti di personaggi celebri impersona un vero e proprio “paparazzo” ante litteram. Più seria invece risulta la conversazione con Riemer, ex-segretario di Goethe, un erudito che rimpiange il lavoro fatto con il grande scrittore, ma che si rammarica anche che quest’ultimo non gli abbia dato la spinta occorrente per diventare professore universitario (n.b. anche allora andavano di moda le spintarelle!) Egli descrive Weimar come una cittadina provinciale, ma in cui ha preferito restare rinunciando ad una cattedra prestigiosa per l’intimo piacere di restare vicino allo scrittore di cui ha sposato la dama di compagnia della moglie. E’ il primo accenno all’ambiguità del carattere di Goethe cui tutti coloro che lo frequentano finiscono per alludere, ponendo dei dubbi sulla sua grandezza d’animo che non eguaglierebbe la sua superiorità intellettuale. Riemer, ad esempio, avanza il suggerimento che la tolleranza che Goethe professa nasca piuttosto dall’indifferenza verso gli altri, e ancor di più lo critica Adele, la sorella di Arthur Schopenhauer, sia per il suo scarso patriottismo che lo ha visto tenersi sempre alla larga dalle turbolenze della storia, sia per la sua incapacità di comprendere quanto sia inopportuno il progettato matrimonio del figlio Augustus con l’amica di lei Ottilia, ardente patriota antifrancese e antinapoleonica. Il colloquio con Adele mette in campo anche lo spirito ironico di Mann che la descrive nei suoi gesti affettati, nella sua mancanza di grazia fisica, in quell’eccessiva saliva in bocca che irrora il suo lungo e agitato sproloquio. La sfilata delle persone che si affrettano ad incontrare Carlotta viene chiusa dallo stesso figlio di Goethe e dell’unica moglie Calpurnia Vulpius, da lui sposata senza amore, che nel trasmettere l’invito a pranzo da parte del padre non manca di esprimere insieme alla sua ammirazione per lui anche il rammarico per il trattamento che egli ha riservato alla madre non avendola assistita sul letto di morte, né accompagnata alla tomba e avendole dedicato solo una poesia post mortem neppure troppo ispirata.

Nel capitolo successivo, che costituisce un unico lungo monologo di Goethe, Mann affronta il tema centrale del romanzo, un’indagine approfondita del carattere del poeta che vuole essere anche una disamina della natura del genio in generale ed insieme un ridimensionamento della sua figura e dell’importanza che andava pericolosamente assumendo nell’immaginazione popolare. Nel romanzo di Mann la figura di Goethe è esaltata e apprezzata per le sue indubbie doti, ma anche criticata per la sua freddezza, i suoi modi scostanti, la sua altezzosità narcisistica, in una felice mescolanza di dato storico e di invenzione poetica. Attraverso le sue stesse parole, come in una scena teatrale che continua il tono drammatico delle pagine precedenti, Mann ci presenta la personalità poliedrica, il talento naturale e immenso, la profondità del pensiero di colui che stava diventando una vera icona della grandezza del genio tedesco, ma mette anche sull’avviso di una certa mancanza di empatia, di un evidente disinteresse per la politica, di un deciso egocentrismo e di un incipiente decadimento senile che rasenta il ridicolo e che si manifesta più apertamente nell’agognato pranzo offerto a Carlotta e ad altri personaggi che costituiscono la sua corte servile. Nell’ultimo capitolo, frutto della fantasia dello scrittore, Mann tira le fila del racconto. Carlotta e Goethe si incontrano finalmente nella carrozza che riporta lei a casa da una serata a teatro. I due si riconoscono in modo più sincero: egli ha notato i segni della vecchiaia in lei, il tremolio della testa, e il tentativo di riaccendere il ricordo, il nastro mancante dal vestito, ma non intende cedere ai sentimentalismi. Lei gli rimprovera di essere incapace di un’emozione, di aver preferito la fama al vivere la vita, lui le conferma che ha voluto inseguire l’immortalità preferendola al carattere transitorio dell’esistenza, così da poter consegnare quest’ultima all’eternità. I due protagonisti di una tragica storia d’amore che ha incantato generazioni di lettori sono di fatto legati dal comune destino dei mortali a cui egli tenta di sottrarsi ricorrendo alla grandezza del suo genio.

Il romanzo di Mann ha una struttura ben organizzata ed uno stile elevato, impegnativo, che si avvale di lunghi monologhi e di continui rimandi a personaggi, eventi, opere del grande poeta tedesco: per apprezzarlo compiutamente sarebbe necessaria una conoscenza approfondita della vita e dell’opera di Goethe e potrebbe essere utile anche un apparato filologico che fornisse le dovute informazioni e spiegazioni. Esso contiene anche un potente ammonimento contro l’avvento del nazismo attraverso il rifiuto del culto della personalità e il ricordo dei primi accenni all’odio contro gli ebrei, quell’eccidio a Eger del 1552 che Mann definisce “primo stadio innocente di qualcosa di orrendo”.

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