Passa ai contenuti principali

Se una mattina d'autunno una viaggiatrice... Carlotta a Weimar presentato da Marco Martinelli

Non sono proprio riuscito a scegliere fra le troppe cose che ci sarebbero da dire per introdurre questo romanzo che riesce al tempo stesso impegnativo e piacevole, leggero e tragico. Quindi tra il serio e il faceto ho scritto questa

Introduzione: Se una mattina d'autunno una viaggiatrice...

Goethe nel suo studio dettando al segretario August Friedrich John,Quadro di Johann Joseph Schmeller (1831), fonte: Wikimedia Commons

1. La poesia “Unter allen Schall und Klang”

Avrei voluto iniziare parlando della poesia di Goethe, che compare in esergo all’edizione originale, e che, senza un motivo dichiarato, manca dall’edizione italiana, quella economica degli oscar Mondadori, che ho letto ormai trent’anni fa; quella stessa poesia è ricomparsa adesso nella nuova traduzione dello scorso anno, edita nei Meridiani.

Durch allen Schall und Klang
Der Transoxanen
Erkühnt sich unser Sang
Auf deine Bahnen!
Uns ist für garnichts bang,
In dir lebendig;
Dein Leben daure lang,
Dein Reich beständig!

Tra la fragorosa musica
delle schiere transoxane,
il nostro canto si avventura
sulle tue vicende passate! (sul tuo cammino)
Nulla ci fa paura,
se viviamo in te.
la tua vita sia lunga
e stabile il tuo regno.

(An SHACH SEDSCHAN und SEINES GLEICHEN, allo scià Sedschan e ai suoi simili)

Avrei potuto così parlare del Divan Occidentale Orientale (West-östlicher Divan), pubblicato nel 1819, cui Goethe stava lavorando nel periodo di tempo in cui è ambientato il romanzo. Nella finzione, il poeta persiano Hafis dedica questa lirica allo scià SEDSCHAN vincitore in guerra; sotto questa figura Goethe dedica il libro al Duca Carl August di Weimar; Mann dedica così il romanzo a Goethe, “Dichterfürst” principe dei poeti, e allude velatamente alla situazione politica.

2. 1939

Ma avrei voluto anche situare il romanzo di Mann nella situazione storica, magari approfittando di uno studio trovato nella vasta rete:

“Quando Thomas Mann inizia a scrivere Lotte in Weimar (Carlotta a Weimar), Hitler è già salito al potere, la Repubblica già degenerata in barbarico totalitarismo, di cui l’incendio del Reichstag, il rogo dei libri, l’annientamento dell’opposizione politica, la persecuzione dei “diversi” (ebrei, omosessuali, zingari, artisti) non sono che le più eclatanti espressioni. Lo scrittore obtorto collo ha già abbandonato la Germania alla volta dell’esilio, privato della cittadinanza tedesca e defraudato della laurea ad honorem conferitagli nel 1919 dall’Università di Bonn. È il 1936: sessantunenne, Mann ha appena concluso Giuseppe in Egitto, il terzo volume della tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli (1926-1943) e si appresta al confronto diretto, da tempo procrastinato, con il simbolo poetico della Germania, di cui egli – premio Nobel nel 1929 – si sente erede letterario; in quell’anno quindi inizia per lui una terza età segnata da grandi responsabilità.

Il confronto con Goethe accompagna Mann per cinquant’anni, non solo grazie ad alcune affinità di carattere biografico: entrambi celebrati come rappresentanti della Germania, ma spesso incompresi dagli stessi tedeschi; entrambi artisti con una forte vocazione borghese; entrambi portavoce di due secoli, testimoni di guerre e tirannie”. [Silvia Ulrich, “Provi uno a imitarmi senza rompersi il collo”. Rispecchiamenti audaci tra vita e opera di illustri sessagenari: Thomas Mann, Goethe, Charlotte Kestner nata Buff, rivista elettronica http://cav.unibg.it/elephant_castle, novembre 2018].

3. Il titolo inglese, i titoli...

… ma avrei voluto parlare anche del titolo inglese con cui fu pubblicato il romanzo, l’unico diverso: The beloved returns, L’amata ritorna. Un titolo quasi da romanzo rosa, qualcuno dice dettato da ragioni commerciali, altri che rispecchierebbe una prima intenzione dell’autore...

Volevo parlare del titolo italiano, dove Lotte deve cambiare nome in Carlotta, vuoi per l’uso allora comune di tradurre i nomi di persona, vuoi per evitare l’equivoco con le lotte che travagliarono la Repubblica di Weimar. Problema che evidentemente persiste, se la moda attuale di cambiare i titoli delle traduzioni dei classici, dopo “La montagna magica”, ci propone ora un inedito “Charlotte a Weimar”.

4. Mager c'est moi

... e avrei però voluto parlare anche di questa figura di secondo piano, Mager, che apre e chiude il romanzo, sempre segnato dall’ironia dell’autore. Un uomo “modesto” come lo definisce Riemer, uno dei pochi, assieme al servo Carlo, al barbiere, allo scrivano John, che corrispondono alla mia condizione sociale. Per inciso: le classi sociali, un tema molto presente nel romanzo, dove Goethe, alto borghese insignito di titolo nobiliare, per quanto grande è in fin dei conti un parvenu alla corte del ducato, con quel che ne consegue per esempio, per la moglie popolana (definita malignamente la Mamsell, cameriera, e anche molto peggio…) e il figlio August, male accettati dalla nobiltà locale.

Dicevo di Mager, che ripete in continuazione “memorabile”, alla lettera “buchenswert” degno di un libro, che è anche l’ultima parola del romanzo: “Santo cielo, signora Kestner, devo proprio dirlo: aiutare la Lotte di Werther a scendere dalla carrozza di Goethe è un evento – come posso chiamarlo? È degno di un libro”. Evidente l’ironia in questo passo che mi piace particolarmente: mentre il personaggio Mager esagera col suo solito entusiasmo, l’autore precisamente rende la scena “degna di un libro”.

5. Tutte le amate di G.

... avrei poi voluto anche elencare almeno i nomi delle donne amate e abbandonate da Goethe, molte compaiono almeno in rapide allusioni nel corso del romanzo, il “girotondo immortale” in cui Lotte si trova inserita:

Friederike Brion, di cui Lotte riferisce che si è spenta anzitempo e riposa nel Baden.

Maximiliane von La Roche, gli occhi neri della Lotte di Werther, Brentano da sposata, madre del famoso poeta.

Lilli Schönemann, la fidanzata abbandonata subito prima di trasferirsi a Weimar

Charlotte von Stein, dama di corte a Weimar, di cui si dice che fece del poeta ribelle un uomo di stato.

Marianne von Willemer, che duettando con Goethe ha scritto alcune poesie del Divan.

Fa eccezione in questa teoria Ulrike von Levetzow, l’amore ultimo e unico non corrisposto, l’affaire di Marienbad, su cui, molti anni prima del 1936, si è posata l’attenzione di Mann...

6. Il tormento di una vita: Goethe a Marienbad

... in un’intervista del 1913 Mann, parlando della genesi della novella “La morte a Venezia”, racconta:
“venni così a sapere che, ormai settantenne, Goethe aveva conosciuto a Marienbad una fanciulla sedicenne, innamorandosene mortalmente, e che aveva cercato persino di sposarla ad ogni costo. La madre della ragazza era entusiasta di questo matrimonio con il grande poeta, ma la signorina era inorridita per i capelli grigi, il volto appassito e spento di Goethe; non voleva saperne di diventare la compagna d’amore del vecchio signore. “Ammiro Goethe”, - diceva la ragazza, - “ma morirei se dovesse prendermi tra le sue braccia…”. Questo tardo e doloroso idillio fece sicuramente soffrire moltissimo Goethe, che si sentì colpito nel suo orgoglio maschile. Una volta giocò a rincorrere la ragazza che, svelta e sicura, se ne scappò su una collinetta. Goethe inciampò, cadde e non riuscì a rimettersi in piedi se non con l’aiuto degli astanti. Il genio conquistatore del mondo giaceva davanti ai piedini di una bambina e in quel momento non era altro che un vecchio avvilito, al quale l’impotenza riempiva gli occhi di lacrime. Nel cuore della ragazza si risvegliò per un attimo una profonda compassione, tanto che scoppiò a piangere amaramente per il dolore del grand’uomo…. Questo episodio mi ha spinto a scrivere il mio racconto”.

[Da sapere che qui Mann attribuisce la scena della caduta alla compagna sbagliata, in realtà fu meno drammatica e avvenne una decina di anni prima con la signorina Von Lade].

E in una lettera del 1915:
“Quello che io avevo in mente era il problema della dignità dell’artista, qualcosa come la tragedia della grandezza e la novella è nata dal progetto originario di raccontare l’ultimo amore di Goethe… una storia scabrosa, grottesca e sconvolgente… che forse, nonostante la morte a Venezia, un giorno racconterò ancora”.

Barbara Molinelli Stein, una studiosa, commenta:
"E difatti sarà solo 25 anni più tardi, nel 1936, che, raggiunto un maggiore grado di dominio artistico e soprattutto di maturità umana, Mann riprenderà il soggetto abbandonato nel 1911. Non vive più ormai nel giovane e virile pathos della sua prima ambizione artistica. Nel frattempo ha conquistato fama mondiale, certezza delle proprie capacità, grandezza egli stesso insomma, e allo stesso tempo consapevolezza di quei fenomeni collaterali umani e umanissimi che sempre la accompagnano e dai quali sa prendere le dovute distanze, si da poterli osservare con calmo e critico senso umoristico e senza avvertire alcuna necessità di abbellirli. Ma per quanto Mann ribadisca il carattere da commedia del romanzo, nonché l’intento di autopunizione e di ironica flagellazione delle proprie debolezze, - comunque forse proprio per questo ultimo aspetto -, il tono non scende mai nel farsesco, nel gusto basso e compiaciuto d'un facile persiflage [Tourner quelqu'un en ridicule par des compliments ironiques, se moquer de lui.], ma si tiene sul livello di divertita equanimità di fronte a una 'comédie humaine', d'una commedia angosciante, nella quale lo sguardo divertito scorge nella stessa facciata gaia e burlesca delle apparenze le venature più cupe e le crepe da cui traspare l'inconciliata tragicità dell'esistenza individuale di un grande”.

(Barbara Molinelli Stein, Grandezza: Un Caso di Coscienza: Analisi Strutturale e Riflessioni sul Romanzo "Lotte in Weimar" di Thomas Mann, Aevum, Anno 52, Fasc. 3 (SETTEMBRE-DICEMBRE 1978), pp. 515-551)

7. Il tormento di una vita: Lotte di Werther, Lotte senza Goethe

Nei capitoli secondo e terzo Mann imposta ad un tempo il romanzo sentimentale e un approccio al problema della grandezza di Goethe: Lotte si interroga da 44 anni sul significato di quella stagione lontana e sul comportamento proprio e su quello del giovane Goethe che la corteggiava: “...lei non avrebbe frainteso i suoi omaggi. [le dice Riemer] Non li avrei fraintesi. Ancora oggi mi sforzo di non fraintenderli, ma come si fa a comprenderli correttamente”? Come mai questo amore per una fidanzata? Il triangolo amoroso si presta ai riferimenti al mito di Anfitrione, e Goethe fu chiamato il Giove della poesia tedesca. Il fatto poi di aver partecipato in modo parassitario del rapporto fra Lotte e Kestner, di averne fatto poi materia di romanzo, rimanda sia al mito di Narciso che alla figura psicoanalitica. Nella conversazione con Riemer quello proprio dell’arte è definito “un parassitismo divino, un insediarsi del divino nel fondamento della vita che è ben noto e familiare alla nostra immaginazione, un fluttuante, divino partecipare alla felicità terrena”.

8. La fiamma e la farfalla

Con una simmetria appena velata, il romanzo si chiude con una poesia del Divan, chiaramente riconoscibile nell’ultima risposta di Goethe a Lotte: “Agli dei si offrivano vittime in sacrificio e alla fine la vittima era quella stessa divinità. Ti sei servita di un simbolo che mi è caro e congeniale più di ogni altro e dal quale l'anima mia fu sempre pervasa: quello del moscerino e della fiamma allettatrice e letale. Se tu vuoi che io sia la luce verso cui si lancia smaniosa la farfalla, io sono però anche, nello scambievole tramutarsi delle cose, la candela accesa che sacrifica il proprio corpo perché la luce risplenda, sono anche la farfalla inebriata che si perde nella fiamma — simbolo del perenne sacrificio della vita e della materia per una suprema metamorfosi spirituale. Anima fida, diletta, puerile: son io stesso per primo e per ultimo una vittima e sono insieme colui che la sacrifica. Un giorno mi consumai per te nella fiamma e per te sempre mi trasmuto in ispirito e in luce”. La poesia citata è:

Selige Sehnsucht

Sagt es niemand, nur den Weisen,
Weil die Menge gleich verhöhnet:
Das Lebend’ge will ich preisen,
Das nach Flammentod sich sehnet.

In der Liebesnächte Kühlung,
Die dich zeugte, wo du zeugtest,
Überfällt dich fremde Fühlung,
Wenn die stille Kerze leuchtet.

Nicht mehr bleibest du umfangen
In der Finsternis Beschattung,
Und dich reißet neu Verlangen
Auf zu höherer Begattung.

Keine Ferne macht dich schwierig,
Kommst geflogen und gebannt,
Und zuletzt, des Lichts begierig,
Bist du Schmetterling verbrannt.

Und so lang du das nicht hast,
Dieses: Stirb und werde!
Bist du nur ein trüber Gast
Auf der dunklen Erde.

Beato struggimento

Ai saggi, non ad altri dovete dirlo,
perché il volgo è pronto a dileggiare,
voglio lodare quello che è vivo,
che anela di morire tra le fiamme.

Nelle fresche notti d’amore,
dove hai dato, hai avuto la vita,
ti prende uno strano sentire,
mentre brilla muta la candela.

Non resti più prigioniero
nell’oscuro tenebrore,
e ti trascina il desiderio
di una più alta congiunzione.

Non c’è distanza che ti trattiene,
vieni a volo inebriata,
e smaniosa di luce, alla fine,
farfalla, ti sei bruciata.

E finché non hai conquistato
Questo: muori e diventa!,
tu sei solo un ospite opaco
Su questa oscura terra.

La farfalla simbolo dell’anima (in greco psyché significa sia anima che farfalla), che viene irresistibilmente attratta dalla luce, è un topos frequente in Hafis e in tutta la poesia classica persiana. Ma era anche un motivo orfico, di cui Goethe era a conoscenza: l’anima umana ha origine, secondo gli orfici, nel regno della luce. Viene esiliata su questa “oscura terra” per essere messa alla prova, ma alla fine è destinata a ritornare nel suo regno di luce, purché elimini da sé e distrugga ogni scoria terrena.

L’incontro finale, reale o immaginario che sia, acquista in tal modo un rimando ad una dimensione ulteriore: il tema del “ci rivedremo”, annunciato all’inizio del romanzo dalla domanda impertinente di Mager, torna alla fine nelle parole del poeta: “Morte, ultimo volo nella fiamma – nell’Uno e Tutto, e come non dovrebbe essere anch’essa soltanto trasmutazione? Nel mio cuore che si acquieta, care immagini, potrete acquietarvi – e che momento lieto sarà quello in cui ci risveglieremo insieme”.

9. Conclusione

Ricapitolando: le poesie del Divan, il contesto geopolitico, il genere del romanzo, la problematica sociale e l’ironia verso i “modesti”, Goethe e le donne, Goethe a Marienbad come genesi di “La morte a Venezia” e “Carlotta a Weimar”, Lotte e il tormento di una vita, il finale mistico/iniziatico sono i temi presenti nel romanzo che offro alla discussione di questa sera.

Commenti