Passa ai contenuti principali

Carlotta a Weimar - Note di Serenella Barbieri

Il romanzo nel romanzo di Carlotta a Weimar di Thomas Mann è I dolori del giovane Werther di W. Goethe. Giustamente, come ha fatto notare Marco nella sua bella presentazione, molte altre opere di Goethe vi sono citate, ma non sempre riconoscibili chiaramente. Riconoscibile è invece Carlotta, eroina sia nel romanzo di Goethe sia in quello di Thomas Mann. 

Thomas Mann pensa di scrivere Carlotta a Weimar nel 1936. La prima idea fu quella di un racconto, ma nel 1938 si accorge che si sta trasformando in romanzo. Carlotta Bluff, si recò realmente a Weimar nel 1816, ospite della sorella, quarant’anni dopo aver conosciuto e frequentato Goethe. Il romanzo si svolge in nove capitoli, sei dei quali in circa sei ore presso l’Hotel Elephant, il settimo ha per protagonista assoluto Goethe, l’ottavo tutti partecipano al pranzo a casa del suddetto, l’ultimo è dedicato a Carlotta. Il linguaggio usato da Thomas Mann è settecentesco e ci fa calare totalmente nel mondo di Goethe.

Capitolo primo

Nel romanzo Carlotta non arriva dalla sorella ma alla locanda dell’Elefante, con la figlia e la governante. Qui viene accolta da Mager, factotum dell’albergo. Mager, un personaggio importante, la riconosce e identifica immediatamente la donna con il suo personaggio letterario. Dice a Carlotta che molti la riconosceranno e il suo arrivo sarà un evento importante per Weimar, la città in cui adesso Goethe risiede. Thomas Mann insiste molto sulla vecchiaia di Carlotta ricordando spesso al lettore il tremore della sua testa, mentre la “Lotte” di Werther era giovane e resterà per sempre giovane. Il romanzo è ambientato nel 1816, subito dopo il Congresso di Vienna, le guerre napoleoniche, Napoleone è appena stato cacciato e Weimar appena liberata. Fin dal primo capitolo si parla di Goethe che apparirà di persona solo nel settimo capitolo. Goethe viene rappresentato con diversi ruoli: poeta, padre di August, amico di gioventù di Lotte, frequentatore del salotto della signora Schopenhauer, amico di Schiller, rappresentante del classicismo in contrapposizione al nuovo romanticismo tedesco. Dopo aver a lungo intrattenuto Carlotta, Mager le chiede se ha mai rivisto Goethe nei quarantaquattro anni trascorsi. Lei risponde: non ho mai veduto con i miei occhi l’avvocato segreto della città di Weimar (altro appellativo di Goethe). Mager si spinge oltre e le chiede se la scena scritta da Goethe nel Giovane Werther dove lei, il marito e Werther parlano della morte, sia veramente accaduta.

Restammo in silenzio, e dopo qualche tempo lei cominciò:"Non passeggio mai al chiaro di luna senza che tornino alla memoria i miei morti, senza che mi assalga il pressaggio della morte e della vita eterna. Là noi raremmo", continuò, e la sua voce vibrava del più nobile sentimento, "ma Werther, potremo ritrovarci, riconoscerci? Leu chi cosa crede? Cosa ne dice? "Lotte," rispose tenedole la mano, mentr gli occhi mi si riempivano di lacrime, "noi ci revedremo. Qui e lassù, ci revedremo." Non riuscii a aggiungere altro. Proprio questo, Wilhelm, doveva domandarmi, quando avevo nel cuore quel'addio angoscioso!

Liquidato Mager, Carlotta va in camera e qui ha alcuni alterchi con la figlia, una ragazza pragmatica che ha ben poco a che fare con l’arte e la cui vita è completamente dedicata a un fratello invalido. Critica la madre perché ha portato a Weimar l’abito che aveva quando da giovane conobbe Goethe, a questo vestito manca un nastro (donato a Werther-Goethe). Una volta uscite la figlia e la governante, Carlotta scrive un biglietto a Goethe per annunciargli il suo arrivo a Weimar. Thomas Mann apre la porta alle infinite possibilità che l’arte può dare alla rappresentazione del reale.

Capitolo secondo

Carlotta si sta addormentando e i pensieri che le vengono le fanno battere il cuore. Tende a ricordare solo il meglio del passato rapporto con Goethe. Nel dormiveglia fantastica sulla storia d’amore avuta in gioventù e confonde i ricordi reali con quelli del celebre romanzo. Goethe l’ha immortalata in una opera d’arte ed è questa l’unica cosa che conta. Ripensa a quando Werther-Goethe l’aveva baciata, in realtà il bacio era stato un bacio assurdo, non certo bello come viene descritto nelle “alte sfere del bello” (cioè nel romanzo). Si ricorda di Goethe giovane, com’era Werther nel romanzo, come se non si rendesse conto che anche lui è invecchiato, cambiato, ma anche evoluto. Probabilmente lei non capisce la nuova dimensione intellettuale che Goethe ha assunto. Il gioco che Carlotta fa venendo a Weimar è pericoloso e la potrebbe portare ad una cocente delusione. Thomas Mann ci ricorda che l’abito a cui manca un nastro non è quello originale. Carlotta è cambiata fisicamente, ma con questo nuovo vestito a cui ha addirittura tolto un nastro, la donna vuole riprodurre la stessa scena e sta facendo l’imitazione di sé stessa. Ricorda infine quando, partito Werther- Goethe, tra lei e il marito si fosse ristabilita quella felicità borghese da lei ambita. Per Carlotta, Werther-Goethe è irreale, non fa parte di quella realtà borghese: Goeth sceglie l’arte, Carlotta la vita normale. Thomas Mann la presenta come una libera scelta, ma in realtà Carlotta non aveva alternativa. È fedele a Kestner finché lui è in vita, ora che il marito è morto può scegliere di vivere quello che non ha vissuto. Quello che Carlotta ricorda non coincide con quello che la Lotte del Giovane Werther ha vissuto nel romanzo. Suonano le campane e Carlotta si sveglia. Mager le annuncia che una donna irlandese, la signora Kasel vorrebbe vederla per farle un ritratto ritenendola importante come le tante personalità politiche e letterarie da lei ritratte in passato. Carlotta accetta. In realtà la signora Kasel vorrebbe ritrarre Goethe e pensa che Carlotta possa essere il tramite per arrivare a lui. Carlotta resta lì immobile a farsi ritrarre “vittima della sua stessa affabilità”. Mager annuncia un nuovo ospite, entra un nuovo personaggio: Riemer.

Capitolo terzo

Carlotta non si riconosce nel ritratto che le è stato fatto, però quel ritratto le fa ricordare la Lotte di Werther. Nel nuovo personaggio in realtà confluiscono due persone: Riemer e Eckermann. Entrambi, con uno scarto di pochi anni, hanno collaborato con Goethe. Riemer era stato precettore del figlio e si era poi trasferito alla università di Rockstock. Eckermann va al servizio di Goethe nel 1827 per aiutarlo a radunare i suoi scritti. Infine entrambi avranno il compito di curare il lascito delle sue opere. Rientrando nel romanzo, i primi sei capitoli si svolgono in circa tre/quattro ore, dal secondo al sesto sono incontri che Carlotta fa con personaggi che conoscono Goethe e parlano di lui. Carlotta accoglie volentieri Riemer, è molto incuriosita, spera che sia “latore di un messaggio di là”. Dalle parole di Riemer capiamo che Goethe è informato della presenza a Weimar di Carlotta, in più Riemer le mostra la folla che si è radunata nella piazza sotto la sua finestra per poterla vedere. Sono i suoi fans, come succede oggi con le rockstar. Non a caso il romanzo I dolori del giovane Werther fu il primo Best Seller Europeo. Come già detto, tutti i personaggi incontrati da Carlotta, parlano di Goethe, il quale comincia a diventare una personalità a tutto tondo. Riemer dice che la tolleranza del maestro è grande, ma aggiunge che non è sempre facile lavorare con lui. È entusiasta da un lato, ma risentito dall’altro. È chiaro che c’è un rapporto di sudditanza di cui Riemer cercherà di liberarsi andando in seguito all’università di Rockstock. Continuando a parlare del poeta ne sottolinea la grandezza poi, butta là le parole, “i suoi difetti”. C’è una frase molto importante sul popolo tedesco, che Thomas Mann fa dire a Goethe (riportata da Riemer): “li conosco bene i tedeschi: prima tacciono, poi criticano, poi mettono da parte, poi derubano e ammazzano col silenzio”. L’autore introduce nel romanzo il leitmotiv che gli sta molto a cuore, cioè prendere posizione contro il nazismo. Argomento che torna in modo più approfondito nel settimo capitolo. Ancora Riemer parla di Goethe come se ne fosse innamorato: “non c’è forza virile che possa resistergli”. Poi parla Carlotta, ricordando di come è stato questo triangolo amoroso descritto nel Werther, si lamenta del fatto che Goethe non si sia mai più fatto sentire o vedere da lei. Riemer risponde per consolarla che Goethe non è mai tornato da nessuno, nemmeno dalla madre “aveva altri pensieri...” E Carlotta finalmente dice ciò che il suo cuore sente: “tra me e la montagna c’è ancora un conto non saldato”. Parlando con Riemer, Carlotta comincia anche a capire che le cose sono cambiate, che Goethe è cambiato. Carlotta rivendica anche un posto nella fama, nella gloria: Lui è diventato famoso, lei è rimasta una normale borghese.

Capitolo quarto

Uscito Riemer, Mager annuncia una nuova visita: è la signorina Schopenhauer, che viene presentata come una damigella colta ma poco attraente. Adele Schopenhauer fa parte di un circolo di giovani artiste, assieme alla sua amica Ottilie, che sarà in seguito l’argomento della sua conversazione. La madre di Adele ha il salotto meglio frequentato e più acculturato di Weimar, a cui partecipa anche Goethe, incuriosito soprattutto da quello che fanno e si dicono le giovani ragazze. Adele parla anche a lungo della moglie di Goethe, ormai morta: “Christiane Vulpius, donna molto materiale, per nulla spirituale, sposata da Goethe anni dopo la nascita del loro figlio August. Continua Adele, dicendo che Goethe tiranneggia il salotto, ma non perché lui sia un tiranno, ma perché essendo lui così grande, gli altri si prosternano a lui. Adele, pur riconoscendo la grandezza del poeta, si sente più vicina ai nuovi romantici da cui Goethe ha preso le distanze. I grandi che presenta Adele sono: il pittore D. K. Friederick, lo scrittore Hoffman, che Carlotta non conosce. Lei si è fermata al Werther che giudica l’unica opera degna di essere tramandata. Infine cosa è venuta a chiedere Adele? Vuole che Carlotta cerchi di convincere l’amica Ottilie a non sposare August, il figlio di Goethe, perché entrare nella casa del poeta la spegnerebbe.

Capitolo quinto

Adele, in poche parole, dice che Ottilie è attratta dal August solo perché è il figlio di Goethe. Nel capitolo si fa cenno anche alla figura di Napoleone e al suo incontro con Goethe. In questo incontro Napoleone si rivolge a Goethe dicendo: “Voilà un Homme”. A Weimar i giovani erano contro Napoleone e simpatizzavano per i prussiani, Goethe era l’opposto. Adele racconta un fatto: mentre le due amiche (Ottilie e Adele) passeggiano trovano due soldati francesi feriti, li soccorrono e li nascondono. Uno di loro (Ferdinand) viene accudito soprattutto da Ottilie che se ne innamora e pensa a una rottura fra lei e August, poi il giovane francese parte e la data del matrimonio viene fissata. Adele conclude descrivendo August come un uomo rozzo, la brutta copia del padre. Carlotta risponde chiaramente che non si presterà alla richiesta che le ha fatto Adele.

Capitolo sesto

Arriva il figlio di Goethe: è un capitolo complementare al terzo, come August è complementare a Riemer. Con August Carlotta assume un atteggiamento materno, di madre putativa, ha una funzione maieutica. Infatti fa parlare il giovane e arriva alla conclusione che August non è quello che è stato descritto da Adele, tanto che alla fine essa stessa darà la sua benedizione al futuro matrimonio Tra August e Ottilie in qualità di madre putativa e di donna che aveva ricevuto l’amore di Goethe. August vive per suo padre, fa tutto ciò che Goethe gli dice, è la sua ombra. Non ha alternativa. L’incontro con August prepara Carlotta all’incontro con Goethe stesso. August si presenta come Goethe con vent’anni di meno, un Goethe che parla fuori dal tempo.

Nota. C’è una riflessione speculare tra il rapporto August-Goethe e il rapporto tra Thomas Mann e il suo primo figlio Klauss (omosessuale, incline alle droghe, morto per overdose). Anche Klauss sembrava non libero di scegliere, però si dichiarò antinazista molto presto, prima del padre. August invece vuole sempre imitare il padre, fa come lui un viaggio in Italia, dove morirà in un assalto di briganti nel 1830. Thomas Mann e Goethe proveranno lo stesso dolore. 

August nel romanzo si presenta in veste di maggiordomo: svolge dei compiti per il padre, gli evita le noie, i fastidi della burocrazia. In veste di narratore racconta episodi della vita del padre, parla a lungo della salute del padre, come per scusarlo. Ha anche una funzione didascalica: cerca di spiegare alcuni nodi della poetica paterna. Nelle sue parole è presente un po’ di risentimento perché si rende conto della sua inferiorità. August di tanto in tanto parla di altre sue mansioni: è molto bravo a custodire le opere del padre, alcune delle quali contengono giudizi sui tedeschi “sull’attuale stoltezza dei tedeschi...” (Per Thomas Mann questo “attuale” si riferisce al periodo nazista. In questo momento del romanzo Mann si rivela piuttosto audace nei suoi riferimenti al nazismo) August narra di come essere figlio di Goethe è stato in alcuni casi molto faticoso e anche doloroso, ha dovuto rinunciare ad una amicizia importante. Infine August si ritira spiegando il motivo per cui si trova lì: per invitarla a pranzo nella casa paterna tre giorni dopo.

Capitolo settimo

Di Goethe finora abbiamo avuto le descrizioni fatte dai personaggi comparsi nel romanzo. Ogni descrizione è un punto di vista. In questo capitolo è Goethe a ragionare su sé stesso: conferma o sconfessa o completa le immagini che gli altri hanno dato di lui. È un capitolo fatto completamente di monologhi. In ognuno troviamo un tema già toccato in capitoli precedenti (tecnica del leitmotiv) 

Primo monologo:

Eros e creazione letteraria. Goethe ha sognato figure mitologiche e scene di erotismo. Pur non esplicitamente nella traduzione italiana, è chiaro che lui si sveglia con una erezione da cui la fecondità dell’amore, anche se si invecchia. Secondo tema: spiega che la bellezza sta nella difficoltà e la composizione è un processo lento e meditativo. Lui, per esempio, vorrebbe comporre opere su Amore e Psiche, ma il tempo è un tiranno, per un poeta non basta mai. Goethe sa di non essere più giovane, ma si sente ancora giovane “dalla perizia della vecchiaia, da una dignità dovuta a grande esperienza, con il bacio della giovinezza dovrebbe nascere l’opera più lieve e leggiadra”. Riflessioni su Schiller (ormai morto), con cui ha avuto sempre un rapporto di amicizia e un connubio artistico. Riflessione sulla quotidianità. È il giorno della festa di san Rocco. È una festa contadina e popolare che fa parte della quotidianità della città di Weimar. Il poeta ricorda come si svolge la festa. 

Secondo monologo:

riflessione sulla “Natura” con cui Goethe è a stretto contatto, la studia e quindi ha diritto di parlarne. Un ulteriore elogio al tempo: “tempo, tempo, concedimi tempo o buona madre”. Si descrive la stanza dove Goethe dorme e lavora che è stata mantenuta uguale nel tempo. Poi c’è la Musica, un mezzo magico per prolungare il tempo. La musica è considerata l’arte per eccellenza. Il discorso sulla censura. Nell’opera d’arte può anche essere stimolante per trovare metafore o giri di parole nuovi.

Terzo monologo:

pensa e riflette sul Faust, l’opera che sta scrivendo. Un altro elemento del terzo monologo è la morte. L’opera d’arte è un prodotto della vita e sopravvive alla vita, ma deve avere rispetto per la morte. (ogni cosa seria deriva dal pensiero della morte). Secondo Goethe la morte deve essere citata per spingere l’umanità verso la vita. Metafora della candela: “per ardere ci si deve consumare”.

Quarto monologo:

riflessioni sull’autobiografia. Confronto tra Thomas Mann e Goethe. Mann non elabora i propri vissuti come Goethe, non è un biografo ma un romanziere. Goethe ha cercato di elevare il vissuto personale all’universale. Riflessioni sul genio. Dove troviamo la famosissima frase: “provi uno a imitarmi senza rompersi il collo”. Poi alcuni ricordi sulla famiglia: la sorella, il padre, la madre che ha origini meridionali. Goethe dice a sé stesso: “di là proviene il tuo carattere, la carnagione bruna e la tua distanza dai tedeschi”.

Quinto monologo e ultima scena:

la seduzione. La bellezza-seduzione nell’arte non è mai colpevole, tutto è un gioco e non ci sono né colpe né punizioni. Racconta la leggenda di Paria che porta alla conclusione che solo i puri possono comporre un’opera d’arte. Entra August e gli porge il biglietto di Carlotta. August porta al padre anche dei minerali. Goethe spiega che sono frutto di una lunga vita e sottolinea il concetto di durata. Il capitolo si chiude con August che va da Carlotta, in parte come proiezione di Goethe, in parte come proiezione di Werther. Goethe, riferendosi all’arrivo di Carlotta, fa una considerazione sul passato che fa irruzione nel presente: sembra che coincidano, ma in realtà, stridono. Goethe pensa che Carlotta non faccia visita a lui, bensì al pubblico dei lettori del Werther. Crede che sia vogliosa di fama, senza capire che “fama e infamia si sfiorano”.

Capitolo ottavo

Questo capitolo si può raccontare senza spendere molte parole. Goethe, al pranzo a casa sua aveva davanti persone cui non dava peso, era il suo pubblico abituale. Anche Carlotta che sperava in quell’incontro si sente ignorata. Goethe non fa mai cenno al passato del giovane Werther.

Capitolo nono

Il centro del capitolo è Carlotta, compare anche Goethe ma solo nella mente di Carlotta, una situazione un po’ schizofrenica. (Thomas Mann era a conoscenza della psicanalisi e molto aveva scritto attorno alla malattia: La montagna incantata e Morte a Venezia e pensava che in certi casi la malattia possa essere condizione per avvicinarsi alla sensibilità artistica). Nella realtà storica, Carlotta, dopo il pranzo che ha completamento frustrato le sue aspettative, rimane a Weimar alcuni mesi, ospite della sorella. È invitata a ricevimenti, conosce la moglie di Schiller, ma non rivedrà più Goethe. Thomas Mann ce lo dice per assicurarci che l’incontro finale con Goethe che avviene nel romanzo, è frutto della fantasia di Carlotta, o per lo meno, questa è l’interpretazione più comune. 

L’incontro fantastico serve per riappacificarsi e per chiarire alcuni dubbi. Durante questo colloquio i due sono molto diversi da come erano descritti nel Giovane Werther. Goethe, le aveva offerto il suo palco a teatro e la sua carrozza per il tragitto, aggiungendo anche che lui non poteva accompagnarla. Carlotta accetta, va a teatro da sola e, dopo lo spettacolo sale in carrozza. La carrozza, molto comoda, ha anche il necessario per scrivere. Carlotta si siede e vede Goethe, Ammette che andare a trovare la sorella era solo un pretesto e dice: “Ti sono giunta troppo inopportuna?” Carlotta ha capito che le cose non sono come avrebbe desiderato ed è pronta ad accettarlo. Nelle innumerevoli molteplicità che l’arte narrativa può mettere in campo, ci può stare anche la nuda realtà. Carlotta e Goethe sono invecchiati. Questo è ciò che ci fa vedere Thomas Mann nel romanzo. 

Nel colloquio (immaginario?) Goethe da del lei a Carlotta, lei gli si rivolge con il tu. È la sua rivincita. Goethe chiede scusa a Carlotta. Per Carlotta il Goethe del 1772 era quello che contava. Thomas Mann in questo momento ci manda un messaggio ulteriore: il Goethe preso a modello dal nazismo nel 1939 non conta nulla: è stato rimaneggiato e distorto. Carlotta si prende un’altra rivincita. Con parole aspre dice a Goethe che la realtà in cui è immerso ora sembra un campo di battaglia. Tutti sono vittime della sua grandezza, lo accusa di essere un dominatore e gli dice che è stato fortunato a non subire i sacrifici che lui impone agli altri. Ma Goethe le risponde: “se tu vuoi che io sia la luce verso cui si lancia smaniosa la farfalla, io sono però anche, nello scambievole tramutarsi delle cose, la candela accesa che sacrifica il proprio corpo perché la luce risplenda”. 

In questo passo finale Thomas Mann sta celebrando l’unità di tutte le immagini che sono state date di Goethe nel corso del romanzo: una figura poliedrica i cui aspetti non vanno analizzati singolarmente, ma in toto. Mann ha liberato Goethe da quello che i nazisti volevano che rappresentasse. Carlotta conclude: “pace alla tua vecchiaia” e scende dalla carrozza (vuota?). Ad attenderla c’è il solito Mager che si esalta all’idea di aver aiutato la Lotte di Werther a scendere dalla carrozza di Goethe.

Nota. Come ho detto ieri al gruppo di lettura, questo romanzo potrebbe essere una pièce teatrale. Carlotta è accanto a Goethe il personaggio centrale di questo romanzo di Thomas Mann. Accoglie con fare signorile, da padrona di casa, i personaggi che arrivano man mano al suo cospetto; li ascolta e dice i suoi pensieri. Un atto è dedicato completamente a Goethe, un altro dove avviene il pranzo in cui si ritrovano tutti e dove Carlotta si accorge dell’indifferenza di Goethe per lei. È nel nono e ultimo atto che Thomas Mann le da la possibilità di riscattarsi e qui lei riemerge e si riappropria del ruolo di prima donna della pièce. Il romanzo è bello: a volte umoristico , a volte ironico, a volte un po’ difficile. Dare a Goethe quello che è di Goethe non è facile ma Thomas Mann è sempre un grande.

Commenti