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Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea — Note di Serenella Barbieri

Riflessioni su Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea, di Suad Amiry.

Questo romanzo, all’apparenza una piccola storia d’amore, è invece una grande ricostruzione dei fatti storici che hanno portato la popolazione palestinese ad essere cacciata dalla propria terra. L’esergo del romanzo è una dedica commovente al padre dell’autrice e a tutti coloro che sono morti nella diaspora palestinese “fi il shatat”, mentre aspettavano di tornare a casa.

La letteratura raccoglie le sfide della storia e sempre rende omaggio ai protagonisti delle grandi tragedie. La grande tragedia di cui si parla nel libro è la “nakba” che in arabo significa catastrofe e segna l’esproprio violento della terra palestinese da parte dello stato di Israele (che stava nascendo).

Questo è un pezzo di storia che io non conoscevo. Vedo che ancora adesso l’esproprio non è finito e che i coloni ebrei si allargano sempre di più.

Ricordo il giovane attivista-giornalista Vittorio Arrigoni che terminava ogni suo articolo con le parole “restiamo umani”.

Sostenitore della soluzione bi-nazionale per risolvere il conflitto. Vittorio Arrigoni fu sequestrato e ucciso a Gaza nel 2011.

Questo libro mi ha fatto conoscere l’inizio di tutto. Siamo nel 1947, nella Palestina amministrata dagli inglesi, più precisamente a Giaffa, una bella e vivace città colorata e profumata dagli aranceti. La società è profondamente divisa tra poveri e ricchi, ma c’è libertà di sognare, di aspirare a un mondo diverso, a un futuro migliore.

Subhi abita qua, ha quindici anni ed è il miglior meccanico della città.

È innamorato da morire di Shams, una tredicenne che vuole sposare.

La prima parte del libro, una vera e propria educazione sentimantale, è piena di colori, di movimento, di speranza e si chiude con l’immagine di centinaia di aquiloni che volano nel cielo palestinese.

Poi la tensione tra arabi ed ebrei si intensifica fino a diventare guerra.

La storia che si studia sui libri ci dice che il mandato inglese sulla Palestina termina il 15 maggio 1948, ma già dal gennaio iniziano veri e propri attentati nella città di Giaffa.

Nel novembre del 1947 l’ONU aveva provato con la risoluzione 181, la partizione dei Territori, uno per gli ebrei e uno per i palestinesi. I palestinesi vedono questa partizione molto sfavorevole per loro, considerando che in quel tempo e in quella zona, abitavano molto più palestinesi che ebrei. Gli ebrei, ignorando i confini stabiliti, vogliono conquistare quanta più terra possibile entro il 15 maggio evitando così l’intervento dei paesi arabi confinanti.

Ha così inzio la diaspora palestinese. Tutti cercano di fuggire. Molti moriranno. Tante famiglie saranno smembrate.

Anche Subhi e Shams non si vedranno più.

La luminosità, la leggerezza, i colori della prima parte vengono cancellati dal dolore, la rabbia, l’angoscia, la cupezza della guerra.

Stava nascendo una nuova nazione mentre un’altra moriva.

“La Palestina era stata un paese senza popolo, gli ebrei un popolo senza un paese” sono queste le parole ignobili con cui il padre del sionismo Theodor Herzl, definisce la situazione.

La conclusione del libro è commovente.

L’autrice incontra separatamente i due protagonisti ormai molto anziani, che non si erano mai più rivisti, che rispettivamente a 84 e 86 anni le raccontano le loro memorie.

Nota 1. L’autrice del libro, Suad Amiry, è nata a Damasco da madre siriana. La sua famiglia è stata due volte profuga, come siriana e come palestinese. Suad ha studiato architettura a Beirut e nel Michigan. Vive a Ramallah.

Nota 2. Per comprendere il conflitto tra Israele e Palestina bisogna considerare che non si tratta di una guerra di religione e nemmeno di un conflitto culturale, ma di una guerra di colonizzazione.

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