Walter Benjamin- filosofo, scrittore, critico ebreo tedesco- distingue due forme di lettura: quella di consumo, improntata alle novità, che definisce da viaggio e quella colta che si legge e rilegge concentrati in solitudine per dare compiutezza a vite non vissute, definirei il libro di Suad Amiry da viaggio per l’architettura semplice con cui è costruito, e il linguaggio immediato e lineare che adotta. Quando lo proposi al gruppo, senza averlo letto, mi aveva incuriosito il titolo “Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea” che contiene una esplicita e ironica dualità per richiamare i due paesi. In effetti il libro è concepito in due parti che definiscono due momenti temporali: il prima e il dopo di una catastrofe, che viene simbolizzata da un abito inglese, nel prima, e da una mucca ebrea nel dopo. Questi elementi fungono da pretesto per raccontare le tragiche vicende dei due giovani protagonisti del libro, ma anche dell’ intero loro popolo nel momento storico della nascita di Israele. L’ argomento è molto interessante, tratto da una storia vera, ma narrato in modo un po’ semplicistico, quasi preparatorio ad un film. Ho sentito alcune interviste dell’ autrice dove spiega le motivazioni che l’ hanno indotta a scrivere dopo aver, casualmente, conosciuto le persone reali. Il suo intento era far conoscere accadimenti, poco noti, che hanno causato la diaspora dei palestinesi attraverso il racconto delle loro vite. L’intento è ammirevole, l’obiettivo di far entrare “la Storia” - con la S maiuscola - dentro la storia privata è raggiunto, ma lo svolgimento del romanzo è poco emozionante.
Il coinvolgimento personale dell’ autrice – figlia di un padre palestinese costretto all’ esilio - si avverte forte già dalla dedica: “A mio padre. E a tutti coloro che sono morti nella diaspora -fi il shatat - mentre aspettavano di tornare a casa”. Poche parole che esprimono omaggio ai protagonisti della grande tragedia storica e introducono l’argomento con l’aggiunta delle parole della nonna del protagonista che ripeteva come un mantra: “Lontano da casa non si è mai a casa.” e aggiungeva: “A casa tua muori una volta sola. Ma in esilio - fi il ghurbeh- muori ogni giorno, per tutta la vita".
Il libro è diviso in due parti.
La prima - ambientata nel 1947 a Jaffa, prima del comunicato del ritiro delle truppe inglesi dalla Palestina per la fine del mandato durato 20 anni - ci fa conoscere il giovane Subhi ragazzo fiero e intraprendente, che preferisce allontanarsi dal lavoro agricolo del padre, per scegliere quello a lui più confacente di meccanico e guadagnare quel poco che gli basta per sentirsi autonomo. E’ innamorato della ragazza più bella che abbia mai vista: Sham, la tredicenne figlia di contadini, il cui padre è un subalterno del suo. La ama con trasporto e devozione, in modo totale aspettando il momento giusto per parlarne in famiglia. Intende diventare il più bravo meccanico di Giaffa e sembra abbia la bravura per riuscirci. E’ infatti l’unico che riesce a riparare l’impianto di un ricco uomo d’affari che lo aveva chiamato a risolvere un problema di irrigazione, nella sua piantagione di arance, che nessuno aveva saputo fare. Subhi ripaga il guasto e riceve in regalo un abito, realizzato su misura per lui con la migliore stoffa di lana di Manchester. Questo abito di pregiato tessuto grigio, solcato da righe rosse, rappresenta il sogno di felicità del giovane che indossandolo si sente importante, capace di conquistare Shams per diventarne sposo, e di sfidare il mondo visitando i quartieri eleganti della città a lui normalmente preclusi.
Durante la visita, Giaffa “Arous el Bahar”, la Sposa del Mare è descritta come una città fiorente, cosmopolita, vivace, con strade affollate di mercanti, pervase dal profumo dei caffè, circondata da distese immense di aranceti che sono “un giardino di oro puro", ma anche piena di contraddizioni: i pescatori in concorrenza con i lavoratori agricoli delle piantagioni, la segregazione netta tra i quartieri dei poveri e dei ricchi, le divisioni politiche nel caffè degli intellettuali, etniche in quello “chiamato dei matti”. Tutti comunque hanno ancora il diritto di andare ovunque e di sognare. Anche un ragazzino palestinese con niente altro che un abito nuovo può aspirare ad un futuro migliore ed essere avviato alla sessualità da una prostituta ebrea, presentata da un eccentrico zio Habeeb “allegrone che non temeva contraddizioni ed era proprio agli antipodi del padre burbero, pesante e conservatore”.
L’ Incontro, tanto desiderato da Subhi con Shams, avviene al festival dedicato al profeta Rubin dove il nonno raccontava che “ai suoi tempi arabi e ebrei convivevano pacificamente, molto prima che quei bastardi di inglesi arrivassero, che i sionisti invadessero il paese, e che iniziassero i disordini tra i due popoli”. Lì Subhi fa amicizia con il fratellino di lei e lo aiuta a costruire un aquilone. A loro si aggiungono presto tanti bambini, entusiasti di far volare aquiloni a forma di strane e variopinte creature in una danza celeste di variopinte forme. I due adolescenti in questo contesto di festa dove “la gente usciva dai tendoni a grappoli intasava le stradine mossa da curiosità, vedeva film egiziani, libanesi e siriani” riescono a trovare i modi per stare insieme e lasciarsi pervadere dall’attrazione che per lui è già sentimento strutturato e per lei una scintilla appena nata. Leggerezza e speranza pervadono la descrizione del festival che era “diventata la più importante manifestazione culturale non solo della Palestina ma di tutto il mondo arabo”.
Possiamo chiederci se il romanzo sia di formazione. Io non lo definirei tale, anche se l’autrice afferma che “con un abito nuovo Subhi stava imparando molte cose” e anche se consideriamo l’abito come oggetto simbolico per un sogno d’amore, e un futuro di miglioramento sociale.
Storia d’amore allora? Forse si, tenera perché i protagonisti sono adolescenti ma poco toccante e non molto profonda. Di questa prima parte trovo apprezzabile la descrizione di Jaffa, con le divisioni architettoniche dello spazio urbano e degli abitanti che lo caratterizzano. Altrettanto interessante è la ricostruzione dell’allestimento dell’accampamento per il festival di Rubin con l’aria frizzante che trasmette: gente rilassata davanti alle tende a chiacchierare o indaffarata a preparare picnic sotto gli eucalipti o occupata a giocare a calcio, cacciare uccelli e fare gare di aquiloni sulla spiaggia ventosa. Un pezzo di mondo ancora in festa destinato a finire a breve.
La seconda parte cambia scenario. “Il ritorno in città di Subhi è triste e il futuro non promette bene di buono”. La Storia vera irrompe nella vita dei protagonisti, fa dimenticare la spensieratezza e l’ironia dell’abito inglese, per descrivere lo strazio della Nakba - la catastrofe - dell’intero popolo palestinese . “Nella primavera del 1948 il governo britannico, dopo venti anni, pone ufficialmente fine al mandato sulla Palestina, e dichiara che avrebbe ritirato le truppe il 14 maggio 1948 a mezzanotte. Gli inglesi avevano deciso che il Piano di partizione dell’Onu- votato all’assemblea generale il 29 novembre 1947 non era più affar loro e tutto sarebbe stato in mano alla milizia sionista”.
Precedenti tentativi di spartizione erano stati effettuati senza successo durante il governo mandatario britannico a partire dalla rivolta araba del 1936-39, mossa contro il regno unito per l’appoggio all’immigrazione ebraica e contro la vendite di terra da parte dei latifondisti arabi agli immigrati passati da 80.000 a 360000 dal 1918 al ‘36. La decisione degli inglesi di abbandonare la Palestina fomentava una forte paura dei palestinesi di essere sopraffatti, anche se la risoluzione 181 prevedeva la ripartizione di due istituendo Stati uno arabo e uno palestinese, con Gerusalemme sotto controllo internazionale e Jaffa nello stato arabo. Sia le organizzazioni palestinesi che due partiti ebrei Lehi e Irgun erano contrari alla sua applicazione, convinti che non potesse essere risolto il conflitto tra le due comunità ebraica e arabo palestinese in questo modo. La votazione delle Nazioni unite con 33 a favore, 13 contrarie e 10 astenute aveva dichiarato ufficialmente nato lo stato Ebraico in Palestina e la conflittualità, già alta tra i partiti e le organizzazioni politiche -sciopero si o no- era cresciuta. La situazione precipita quando, dopo un assalto ad un treno pieno di munizioni britanniche, le forze israeliane attaccano e Jaffa viene bombardata senza pietà e occupata militarmente. "La paura prese il sopravvento. Uno strano silenzio calò sulla città come un drappo nero. C’era un’immobilità sospesa, un’oscurità appiccicosa che affaticava il passo, i gesti, i pensieri, e somigliava alla rassegnazione… Invece degli stormi di uccelli, a riempire il cielo di Giaffa nella sua ultima primavera fu una raffica di ventimila proiettili, che la colpirono al cuore per tre giorni consecutivi, cadendo indiscriminatamente sugli ospedali, confondendo i morti con i vivi e i bisognosi di cure... Morti e feriti abbandonati per strada, quelli che non restavano a terra, si davano alla fuga, come potevano. Nel teatro di tanta distruzione paura, violenza, saccheggi, aggressioni, vergogna delle rapine. Niente acqua, luce, benzina. Non c’era un forno per fare il pane, non un negozio per comprare farina. La città era una macchina che aveva smesso di funzionare. Subhi contempla la distruzione. Che ne sarà della sua vita, del suo lavoro, del suo futuro di "miglior meccanico della città"? Che ne è della famiglia? di Shams e del loro amore che non ha avuto neppure il tempo di sbocciare? A cosa serviva ora l’abito inglese?"
La città degli aranci diventa luogo di abbandono e perdita di ogni bene. La fuga e l’esilio per migliaia di persone avviene con ogni mezzo anche con le barche che fino a pochi giorni prima avevano fatto la spola tra il porto di Jaffa e le grandi navi merce. “Fin dalla notte dei tempi, le popolazioni del mediterraneo si erano lasciate ingannare dall’aspetto rassicurante di quelle acque azzurre, di cui credevano di potersi fidare come di un vecchio amico, ma in quei giorni maledetti di fine aprile, la burrasca infuriò, molti furono inghiottiti per sempre dalle onde. Altri furono risputati a riva come il profeta Giona. I loro figli e i figli dei loro figli si aggirano ancora oggi in quelle terre sconosciute lontano da casa”. Trovo queste pagine intense, perché cambiano i luoghi, mutano i protagonisti ma la pena per tutte le vittime di guerra si acuisce ancor di più, in questi nostri giorni, con la guerra Ucraina in corso. La letteratura può essere un modo potente per descriverla.
Mentre Subhi, cerca di sopravvivere nel ghetto in cui è confinato insieme agli altri sfollati, ritroviamo Shams Anche lei è stata separata dai familiari, è rimasta sola con le sorelline, in balia della confusione e del terrore La sua esistenza è stata stravolta dai guai iniziati per una mucca macellata! Entra qui in scena l’altro simbolo del libro la mucca che rappresenta oggetto di sopravvivenza per gli affamati, ma anche di sopruso e umiliazione. “Maledetta la vostra mucca ebrea! Se ci punite per aver rubato una mucca, cosa vi meritate voi per aver rubato una nazione intera?” Shams ,insieme alle sorelline, vive una serie di situazioni drammatiche, riceve aiuto da persone che neppure dovrebbero esserle amiche " impara che passaporto e religione non hanno niente a che fare con la struggente bellezza delle anime generose” prima di ritrovare il padre e di essere chiesta in moglie.
Il racconto di una delle tragedie umane più dolorose del nostro tempo, che vede ancora oggi non pacificata la situazione israelo palestinese, si regge sulle vicende di una storia d’amore adolescenziale. Alcune pagine nella seconda parte del testo sono descritte con realismo e drammaticità, e risultano toccanti ma la maggior parte della narrazione trovo sia un po’ ingenua, trattata superficialmente e senza la profondità e l’analisi psicologica che meritano i personaggi. Molti passaggi sembrano casuali e artificiosi. Il valore principale dell’opera, credo, risieda nell’aver trattato fatti storici, senza essere un saggio, nell’averli raccontati con immediatezza e semplicità, alla portata di tutti, per ricostruire una vicenda trascurata e poco nota, che riguarda personalmente l’autrice. Suad Amiry infatti, figlia di rifugiati in Giordania, è cresciuta col dolore del padre, sfollato, che sognava di tornare a casa sua a Giaffa. I protagonisti Subhi e Shams, che hanno vissuto la Nakba in prima persona, quando nove palestinesi su dieci furono cacciati dalle loro case nella Palestina, diventata Israele, pur avendo provato sulla propria pelle la tragedia non si sono lasciati andare a sterile risentimento ma hanno saputo costruirsi una propria vita famigliare piena di affetto e sono una testimonianza per tutti di speranza e possibilità di recupero anche dopo vicende drammatiche.
Biografia
Suad Amiry -1951- è nata a Damasco da madre siriana e padre originario di Jaffa è cresciuta tra Amman, Damasco, Beirut e Il Cairo, ha studiato architettura all'American University di Beirut e all'Università del Michigan, specializzandosi infine a Edimburgo. Nel 1981 si è trasferita a Ramallah, nel cuore dei Territori occupati, dove vive tuttora. Collabora da anni con la Bir Zeit University, è fondatrice e direttrice del Riwaq Center for Architectural Conservation di Ramallah, nato per salvaguardare e catalogare il patrimonio artistico della Palestina, preservandone tradizioni e memoria.
È stata membro della delegazione palestinese per la pace a Washington D.C. dal 1991 al '93, ha scritto e curato numerosi volumi sui differenti aspetti dell'architettura mediorientale ed è diventata nota grazie ai suoi libri di denuncia: Sharon e mia suocera (del 2003) scritto sulla base dei diari tenuti nel 2001 e 2002 durante l’occupazione israeliana della capitale dell’autorità palestinese Ramallah, seguito da Se questa è vita (premio Viareggio nel 2004) dove tratta la perdita delle case palestinesi dove i vecchi proprietari non possono neppure avvicinarsi. I diritti negati e le dignità calpestate al suo popolo sono ripresi negli altri suoi altri libri Niente sesso in città (2007), Murad Murad (2009), Golda ha dormito qui (2013), Damasco (2016), pubblicati da Feltrinelli. Dopo il premio internazionale di Viareggio ha vinto nel 2014 il premio Nonino Risit d’Aur.
Attualmente vive fra Ramallah, New York e l’Umbria, parla anche italiano, afferma di amare l’Italia dove si trova bene e si sente libera perché gli italiani sono simili ai palestinesi per ironia e resilienza ma senza le loro costrizioni. Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea è il suo ultimo libro pubblicato nel 2020.





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