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"Bartleby lo scrivano" presentato da Serenella Barbieri

Bartleby lo scrivano

di Herman Melville

Ed. 2015 Feltrinelli

Tra i libri di questa estate c’è stata la rilettura di Batleby lo scrivano. È questo un racconto di Herman Melville

Ecco la trama: il narratore è il titolare di uno studio legale di Wall Street a New York. Egli svolge “un lavoro discreto tra i titoli, le obbligazioni, le ipoteche di uomini abbienti” e si descrivi come “una persona eminentemente cauta e fidata”.

C’è da dire che non si sa nulla della sua vita al di fuori dell’ufficio, non si conosce neppure il suo nome.

Nel suo studio lavorano tre dipendenti: Turkey (tacchino), Pince-nez (Occhiali a stringinaso). Il primo, bravo e laborioso al mattino, diventa insolente e pasticcione dopo il pranzo. Il secondo è irritabile al mattino, ma lavora bene al pomeriggio. Possiamo aggiungere un terzo personaggio: il ragazzo tutto fare, il cui lavoro più importante è quello di andare a comprare biscotti allo zenzero che diventeranno importanti nel

Il narratore, con l’aumentare del lavoro, decide di assumere un terzo scrivano. Risponde all’annuncio Bartleby che si presenta in ufficio come una figura “pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida”. All’inizio Bartleby esegue con diligenza il suo lavoro di copista. Poi si rifiuta di svolgere alcuni compiti, lasciando attonito il suo principale con la risposta “I would prefere not to” tradotta in italiano “preferirei di no” o con “avrei preferenza di no” come si legge nella traduzione di Gianni Celati.

Piano piano smette di lavorare del tutto, fornendo sempre come unica spiegazione la medesima frase. Il principale, combattuto tra la pietà e l’esasperazione, scopre che Bartleby non ha casa e vive nello studio. Non ha il coraggio di licenziarlo ma è irritato dalla sua “signorile nonchalange cadaverica”.

Cerca di persuaderlo a riprendere il lavoro o almeno a fornire spiegazioni. Bartleby, all’apparenza impassibile ripete “preferirei di no”.

Ridotto al limite della sopportazione l’avvocato si trasferisce in un altro studio per sfuggire a quella inquietante presenza-assenza. I nuovi inquilini dello studio fanno arrestare Bartleby per vagabondaggio. L’uomo viene portato alle Tombe, la prigione di New York. Lì rifiuta anche il cibo e muore. In una una pagina finale l’anonimo avvocato ci racconta una diceria, una chiacchiera: Bartleby sarebbe stato in precedenza impiegato all’ Ufficio delle lettere smarrite, le lettere morte. Come poteva stare di fronte a quelle lettere smarrite, accatastate e date alle fiamme.

Gianni Celati scrive alcune interpretazioni critiche che sono state date a questo enigmatico racconto.

  1.  la prima è in chiave autobiografica: l’insuccesso letterario di Moby Dick rivivrebbe nelle vicende dello scrivano.
  2. Il rifiuto a scrivere di Bartleby sarebbe un esempio della resistenza passiva predicata da Thoreau.
  3. Bartleby vive la solitudine vissuta da altri personaggi della letteratura di melvilliana.
  4. Si passa poi alla posizione in cui è l’avvocato l’ipocrita e uomo superficiale che non capisce Bartleby.
  5. C’è poi una interpretazione sociale dove i racconto è visto come un’accusa contro la società. La morte di Bartleby condanna la società, non il personaggio.
  6. Ci considera la storia di Bartleby come una parabola del destino dell’artista moderno: il muro che Bartleby osserva sarebbe il limite insuperabile da cui l’artista diventa ossessionato.
  7. Ci ritiene che vi sia un rapporto tra l’immobilità di Bartleby e il quietismo buddista (Melville era a conoscenza di molte nozioni del buddismo).
  8. Questa che riporto per ultima è un’interpretazione che vede il testo di Melville seguire passo dopo passo un brano del Vangelo di San Matteo dove Bartebly è il nuovo Cristo.

La Bartleby Industry, come la chiama Celati, va avanti ancora.

Questa è una interpretazione che ho trovato su internet e che condivido.

Melville con questo piccolo capolavoro ci obbliga a porci molte domande e ci dimostra con grande maestria quanto sia difficile avere risposte univoche e insindacabili. Anche la vicenda di “Bartleby lo scrivano” finisce, ma non si risolve. Mentre il mondo moderno, purtroppo, di fronte alla diversità non ammette altra chiave interpretativa che la patologia, Bartleby compie una scelta (è davvero una scelta?) e il lettore rimane a riflettere sul senso della narrazione, della vicenda e della vita. Non so se si arriverà mai alla risoluzione di questo enigma interpretativo, ma mi sembra davvero interessante l’affermazione che Gianni Celati fa a p. XXVI della sua introduzione a “Bartleby lo scrivano” nell’edizione Feltrinelli del 1991:

Nessun discorso sarà mai più potente d’un silenzio in risposta a una domanda che ci è stata rivolta

E se la soluzione fosse questa?

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