Il libro racconta l’esperimento di “ibernazione” narcotica di una giovane donna, aiutata e incoraggiata da una delle peggiori psichiatre della storia e circondata da affetti capziosi e tossici.
Siamo a New York, all’alba del nuovo millennio. La protagonista gode di molti privilegi, almeno in apparenza. È giovane, magra, carina, da poco laureata alla Columbia e vive, grazie a un’eredità, in un appartamento nell’Upper East Side di Manhattan.
Ma c’è qualcosa che le manca, c’è un vuoto nella sua vita che non è semplicemente legato alla prematura perdita dei genitori o al modo in cui la tratta il fidanzato che lavora a Wall Street.
Afflitta, decide di lasciare il lavoro in una galleria d’arte e di imbottirsi di farmaci per riposare il più possibile. Si convince che la soluzione sia dormire un anno intero per non provare alcun sentimento e forse guarire (a New York, la città che non dorme mai).
Il libro ci spinge a chiederci se davvero si può sfuggire al dolore, mettendo a nudo il lato più oscuro e incomprensibile di ciascuno di noi.
Temi toccati ne “Il mio anno di riposo e oblio”:
- solitudine
- lutto, dolore, malattia
- apatia, depressione, alienazione
- terapia/psicanalisi
- relazioni tossiche (sia in amore che in amicizia)
- rapporto con i genitori/traumi dell’infanzia
- dipendenza da alcool e farmaci (problema sociale degli psicofarmaci negli USA)
- disturbi alimentari
- mercificazione dell’arte
- critica alla società capitalistica

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