L’autrice, vincitrice del premio Nobel per la letteratura (1909), affronta con grande intensità temi fondamentali come la vita, la morte, la solitudine, le scelte, i pregiudizi.
Ciò che colpisce in questo romanzo, scritto nei primi anni del 1900 (prima edizione 1918), è la modernità con cui vengono affrontati temi scottanti. Non solo l’effetto dell’emarginazione e del disprezzo sociale sulla vita del singolo, ma anche la condizione della donna, nel momento in cui prova a emanciparsi da una vita che le va stretta. Sigrun, la bella moglie del pastore, infatti, è prigioniera del marito che appare ossessivamente geloso e manipolatore affettivo.
Non vi è alcuno dei personaggi a cui la scrittrice guardi superficialmente, o in un’ottica di condanna definitiva: tutte le storie vengono problematizzate, complicate, ripercorse nei loro sviluppi presenti e passati, e spesso i punti di vista si moltiplicano per offrire un accesso plurimo. Anche al pastore è concessa la sua occasione di redenzione in un’analisi di coscienza.
Il disgusto, commenta Lagerlöf, è come un gatto che si muove sinuosamente, e dilaga tanto più quanto più è angusto il perimetro sociale. A nulla valgono i tentativi dei genitori di farlo integrare: gli uomini lo respingono, i bambini lo temono o lo irridono, “le pie donne del paese hanno il cuore così pieno di fede e di rettitudine, che non c’è più posto per la pietà” (p. 35).
Colpisce la strategia letteraria della scrittrice quando introduce l’orrore della Guerra riportando il testo all’attualità del suo e del nostro tempo.
“La guerra è esecrabile e ripugnante.
L’attenzione del lettore viene spostata dal conflitto mondiale all’ipocrisia di chi giudica male un brav’uomo che ha offeso un cadavere, ma poi si macchia le mani del sangue dei vivi. Questa consapevolezza apre gli occhi all’intera comunità che, da chiusa, si apre verso Sven Elversson, dopo averlo a lungo rifiutato e guardato con disgusto.
“La vita non era forse mille volte più inviolabile della morte?” (p. 263).
Un processo senza appello, rigoroso, spaventoso perché non permette di conoscere i fatti.
“Nessuno può sapere davvero quello che avviene nel segreto degli animi.
* Cosa è la colpa e chi ha il diritto di giudicare?
* Esiste una coscienza collettiva del Male?
Il percorso proposto da Selma Lagerlöf è volutamente non lineare.
Da un lato vuole mostrarci il confine tra sacro e profano, tra reale e surreale.
Dall'altro lascia al lettore modo e tempo di farsi una sua idea autonoma.
È come se l’autrice ci suggerisse di non cadere nella trappola delle suggestioni, di non farci schiavi dei pregiudizi. Solo la conoscenza ci condurrà alla verità e quando la raggiungeremo avremo la certezza della pochezza dell’essere umano.
La liberazione può avvenire soltanto di fronte alla verità.

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