Bandito
di Selma Lagerlof
Ed. Iperborea 2022
1 - Alcune note su Selma Lagerlöf
Nata a Mårbacka nel Värmland nel 1858 e morta nel 1940, destinata a diventare, da maestra elementare, prima donna Premio Nobel nel 1909 e prima donna a essere nominata fra gli Accademici di Svezia nel 1914, è forse la scrittrice svedese più nota e amata nel mondo. Dalla Saga di Gösta Berling (1891), censurata aspramente dalla critica positivista, al Viaggio meraviglioso di Nils Holgersson (1907), indiscusso capolavoro e grande successo editoriale che le valse una fama mai concessa ad alcun connazionale, le sue opere sono state tradotte, filmate, illustrate ovunque. Legata alla tradizione orale della sua terra, come a quella delle saghe e delle leggende värmlandesi raccontatele dalla nonna paterna negli anni dell’infanzia, resta uno dei più vivi esempi dell’arte scandinava per eccellenza: quella del raccontare.
2 – il libro
Bandito è una vicenda di redenzione, di rinascita e di riscatto, che ha l’andamento e il tono delle parabole bibliche. Al centro c’è la piccola comunità di Grimö, isola sulla costa occidentale della Svezia, dove un giorno, all’inizio del ‘900, un uomo, Sven Elversoon, torna dopo aver partecipato a una spedizione britannica al Polo Nord. Questa non è casa sua, perché i genitori naturali, che vi abitano, gente semplice, con poche possibilità, l’avevano affidato a una aristocratica coppia inglese perché potesse avere una vita con più possibilità. In quella spedizione all’ottantesimo parallelo le cose sono andate male. Imprigionati dal ghiaccio, in preda alla paura, un uomo del gruppo si taglia la gola per la disperazione e i compagni per sopravvivere, usano il suo corpo per nutrirsi. Sono ancora molto, lontani i tempi del disastro aereo sulle Ande: quello del 1972 in cui un Fokker con a bordo i componenti di una squadra di rubgy precipita. Questi sopravvissuti finiranno per essere glorificati da film, libri, per aver avuto il coraggio di vivere a lungo nel gelo a tremila metri di altitudine, alimentandosi con le carni dei passeggeri deceduti.
Sven Elversoon invece si è macchiato di un imperdonabile peccato: il cannibalismo.
La coppia inglese lo ripudia e lo costringe a tornare nella casa della famiglia naturale, dove viene accolto con amore dai genitori che lo hanno sempre pensato ed atteso, ma viene guardato con ribrezzo e riprovazione dai compaesani. “Hanno il cuore così pieno di fede e di rettitudine, che non c’è posto per la pietà” dice la madre. Il disgusto si sente nell’aria. Lagerlöf lo fa assomigliare a un gatto che si muove sinuosamente e dilaga tanto più quanto è angusto il perimetro sociale. Lo stesso pastore lo bandisce pubblicamente dalla comunità.
È a questo punto che l’autrice intreccia la storia di Sven con quella di Sigrun, la giovane moglie del parroco. Grande è la modernità con cui Lagerlöf tratta da un lato il tema dell’emarginazione e del disprezzo sociale, ma anche la condizione della donna nel momento in cui prova ad emanciparsi da una vita che le va stretta. Sigrun è prigioniera del marito, ossessivamente geloso, che la vuole isolare dalla società per poterla meglio controllare. Sigrun ha bisogno di libertà, di relazioni, di amicizia, di aiutare gli altri. “Non potrei liberarmi solo per un po’? sono pur sempre un essere umano – avrò il diritto di scegliere per me stessa” Ed è proprio lei per prima, donna senza pregiudizi, a vedere in Sven l’uomo buono che è e non lo condanna per il peccato di cui è accusato. Non c’è nessuno dei personaggi a cui la scrittrice guardi superficialmente o con un’ottica di condanna definitiva. Tutte le storie vengono problematizzate, complicate, ripercorse nei loro andamenti passati e presenti.
Sven, Sigrun e tutta la comunità e tutto il mondo vengono trascinati nella prima guerra mondiale. Forte e intensa è la scena con i morti della battaglia dello Yutland che vengono tirati a bordo della barche dalle reti dei pescatori insieme ai merluzzi. L’autrice innesta un autentico afflato pacifista e porta la riflessione su temi cruciali e drammaticamente attuali. In questo che può essere un esplicito manifesto contro la guerra Lagerlöf promuove l’idea che uccidere un vivo è un tabù ben più inviolabile che cibarsi di un morto. “La grande bestia, la guerra – Fa dire alla veggente Lotta – è al servizio della morte e provoca orrore e ripugnanza più del cannibalismo” - La vita non è forse mille volte più inviolabile della morte? La scrittrice approda a una risposta nelle pagine finali del romanzo, con la voce del pastore che chiama tutti a riflettere sulla Sacralità della vita.L’aspetto del romanzo che mi è parso più interessante è che chiaramente gli intenti dell’autrice sono pedagogici (era una maestra) ma l’educazione avviene per cadute, per errori, per peccati. La scrittrice va a cercare la grandezza nascosta sotto le sembianze più povere e più umane, a cominciare dalla colpa. Quasi nessuno ne è esente in questa storia dove il realismo, il soprannaturale, l’immaginario nordico, si intrecciano. Ci sono visioni in cui ci appaiono i destini degli uomini, morti che parlano, omicidi, tradimenti, amicizia, amore.
E intorno un paesaggio drammatico e straordinariamente bello. Lo domina il contrasto tra giorni brevi e notti lunghe, tra mare aperto e rocce aspre, tra sole e ombra, tra luce e buio.

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