Luce d'estate, ed è subito notte
Dal 1975 al 982 ha vissuto nell'Islanda occidentale, dove è anche ambientato il romanzo, dedicandosi a diverse occupazioni dopo aver finito la scuola superiore.
Dal 1986 al 1991 ha studiato letteratura all'Università d'Islanda. In quel periodo ha insegnato in alcune scuole superiori e ha scritto articoli per un giornale islandese.
Tra il 1992 e il 1995 si è dedicato a diversi lavori in Danimarca. Successivamente, è tornato in Islanda e ha lavorato come bibliotecario. Nel 2005 ha vinto il Premio Letterario Islandese con Luce d'estate: ed è subito notte, sua seconda opera.
Le poesie di Jón Kalman Stefánsson sono molto apprezzate in Islanda. In Italia sono state pubblicate da Iperborea nel 2021 con il titolo "La prima volta che il dolore mi salvò la vita".
Stefánsson, mette al centro della sua opera la vita di persone normali, le loro sofferenze e le loro aspirazioni. Profondamente radicato nella realtà Islandese, riesce a raggiungere il pubblico di ogni paese grazie all’universalità dei temi trattati e alla profondità con cui si cala nell’animo umano.
Il libro:
«A volte nei posti piccoli la vita diventa più grande.»
Ed è indiscutibilmente vero. I protagonisti di questi racconti – o, in un’altra prospettiva, i personaggi di questo romanzo – vivono in un piccolo paese dei Fiordi Occidentali di 400 abitanti, si conoscono tutti e le loro vicende si intrecciano in qualche modo.
In questo microcosmo, dal direttore di un maglificio che lascia tutto per dedicarsi allo studio del latino e dell’astronomia, a un magazzino “maledetto”, dalla signora dai capelli rossi che nuota una volta al giorno nell’oceano, agli amori intempestivi, ci riappropriamo di una bellissima verità: anche alla “fine del mondo”, in una realtà rurale apparentemente priva di ogni attrattiva, tutti hanno una storia da raccontare.
In un flusso di coscienza collettiva, tra stranezze, superstizioni e fantasie, viene narrata una quotidianità apparentemente monotona, ma in realtà densa di esistenzialismo.
Stefánsson, con una scrittura che spazia dalla poesia all'umorismo, mette in risalto l’indolenza della gente di provincia, che si adagia sulle piccole comodità, dimenticando che ci sia un mondo oltre l’orizzonte e ci racconta una parabola dell'esistenza.
Pag. 9: In lontananza spuntano migliaia di isole e isolotti come una dentatura irregolare dal mare, la sera il sole vi sanguina e allora pensiamo alla morte.
Pag. 60: Le lacrime sono fatte come remi, il dolore e la tristezza vogano. Chi piange a un funerale, piange nondimeno la propria morte e quella del mondo, perché tutto muore e alla fine non resta niente.
Pag. 122: Cantava spesso la sera tra i recinti, ed era bravo finché si manteneva sui toni bassi, alle donne tremavano le ginocchia sulle sue note più profonde, ma se saliva un po' diventava così stonato che poteva piovere a ciel sereno, i cani ululavano e la carne affumicata irrancidiva.
I titoli dei racconti – o dei capitoli – (“Le lacrime sono fatte come i remi”, “Si pensa a tante cose nella foresta, soprattutto se vi scorre in mezzo un grande fiume”, “Tekla e l’uomo che non sapeva contare i pesci”…), evocano quel minimalismo nordico nonsense, con un lirismo che ispira l’autore in tutte le sue opere: «Prendo ispirazione dalla poesia […] Provo sempre ad applicare certe modalità nei miei romanzi. Il modo in cui la poesia può essere illogica, eppure avere comunque un senso».
Nei suoi libri fonde poesia e prosa cercando di restituire una visione più profonda della realtà e l’invisibile dei rapporti umani.
La ricerca di una dimensione irrazionale per me è molto importante. Come scrittore, poeta e come persona. Da bambino ero sempre molto sorpreso nel vedere le persone indossare maschere seriose. Mi colpiva che tutto fosse plasmato da rituali, da abitudini; come se le persone credessero di sapere esattamente come il mondo avrebbe dovuto essere; come se nella loro mente non fosse mai sorto il dubbio che la realtà possa essere diversa da come la si vede ogni giorno sui media.
Io invece volevo sapere… perché la sinistra si chiama sinistra, perché il blu non si può chiamare giallo, perché (erano gli anni Sessanta) quasi tutte le donne stavano a casa, mentre gli uomini lavoravano. Perché i maschi avevano sempre l’ultima parola e comandavano su tutto? Quella mi sembrava la cosa più strana, perché avevo notato che gli uomini intorno a me non erano in alcun modo superiori, più saggi, più forti, o migliori delle donne. Erano forse più sicuri di se stessi, ma questo per me era ancora più incomprensibile, dal momento che non mi sembrava che avessero molti motivi per esserlo.
Ancora oggi sto cercando di scoprire perché la sinistra si chiama sinistra, perché il blu non è giallo, perché gli uomini governano il mondo… L’importanza della letteratura, se vogliamo, è proprio questa: può farci vedere che la realtà in cui viviamo è governata da regole molto stupide e che la cultura in cui siamo immersi è fatta di credenze e gretti rituali.
Quando ero più giovane ho scritto tre raccolte di poesia, e a quel tempo credevo che sarei diventato un poeta. Non avrei mai pensato di scrivere nulla in prosa, tantomeno che avrei scritto romanzi. Però la poesia è sempre dentro di me quando scrivo. Utilizzo molte tecniche della poesia nei miei romanzi. Direi che sono un poeta che racconta storie.
- Atmosfera e paesaggi
- Romanzo autobiografico
- Difficoltà di lettura per nomi e caratteri + identità
1) “Essere isolano ti marca a vita, ti segna senza concederti la possibilità di scappare. Cresci con la consapevolezza di essere parte del mondo, ma allo stesso tempo al suo esterno e, in quanto isolano, pensi in un modo leggermente differente rispetto agli altri. Il sentimento che provi per il tuo luogo d’origine è unico per certi aspetti, come d’altronde è molto più intenso il desiderio di andartene.
Diceva Camilleri: “Ogni partenza, per chi vive su un'isola, è una traversata. Il mare intorno complica le cose. E per un siciliano in particolare, quell'ora di traghetto in cui vede allontanarsi a poco a poco la sua terra, è un vero strazio.”
2) “Nel mio caso, autobiografia e fiction si confondono e non potrei dire di sapere esattamente dove inizia l’una o finisce l’altra. Quando scrivo questi due elementi così diversi entrano in contatto. Anche se inizio a scrivere partendo dalla mia storia, molto presto nel processo questa muta e qualcosa di inaspettato si insinua nella scrittura: la sorpresa è la poesia.
Se la letteratura è veramente buona, non importa che si svolga in un Paese, una città in cui non si è mai stati, e di cui non conosci nulla. Potrebbe anche svolgersi sulla parte oscura della Luna. È la qualità della Letteratura la cosa principale, il suo fervore, la sua missione.”
3) “Il danese quando è scritto è una gran bella lingua…parlato è la più brutta che ci sia; lo svedese è talmente un misturotto, con tutti quegli influssi finnici, che il più grande gruppo svedese, gli Abba, cantano in inglese; i norvegesi invece…gli si può perdonare tutto (perché hanno avuto Hamsun)…eccetto lo schifo che fanno a calcio”
La letteratura è sempre stata una cosa importante in Islanda, il fatto che Halldór Laxness vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1955 resta uno dei momenti chiave. Quell'importanza è in parte dovuta al fatto che nel 1955 l'indipendenza dalla Danimarca (dopo 500 anni) aveva solo 10 anni e gli islandesi pensarono che quel Nobel fosse il riconoscimento dell'indipendenza da parte del mondo intero.
Intervista a Silvia Cosimini: la traduttrice italiana di Jón Kalman Stefánsson
https://followthebooks.com/intervista-a-silvia-cosimini/
La prosa poetica dell’autore è molto intensa e islandese e italiano sono due lingue estremamente diverse. Ci sono stati passaggi, o modi di esprimersi dei personaggi, o registri linguistici particolarmente complicati da tradurre?
Ricordo con ORRORE la quantità di nomi per la neve contenuti in “La tristezza degli angeli”. Sembra una banalità dire che gli islandesi hanno tanti sostantivi per la neve, ma è proprio così, la chiamano in maniera diversa secondo la quantità di acqua che contiene, come cade, la forma che hanno i fiocchi, se c’è vento oppure no... Un povero traduttore non ha altra soluzione che ricorrere alle perifrasi e sperare di non ripetersi troppo, visto che molti editori sostengono che l’italiano scritto mal sopporta le ripetizioni. Un’altra caratteristica tipica di Stefánsson è l’uso del termine ákafi, che significa (da dizionario) slancio, entusiasmo, fervore, ardore, accanimento, veemenza, impegno, zelo. Nessun altro dei miei autori lo utilizza così spesso, dev’essere una delle sue parole preferite perché la declina anche nella variante astratta.
Hai vissuto e studiato in Islanda per diversi anni. C’è un posto, in quella terra così estrema e sorprendente, in cui faresti sempre ritorno? Perché?
I Fiordi Occidentali, di sicuro. Per le microscopiche comunità costiere con monti drammatici alle spalle, la brughiera spazzata dal vento, le stradine tortuose che sembrano non portare mai alla meta, i fiordi verde/azzurri e la sabbia rossa che a volte ti fanno dimenticare dove ti trovi, le volpi artiche… devo continuare? Questa zona di solito tagliata fuori dagli itinerari del turismo classico è capace di proiettarti nei ritmi, nelle modalità arcaiche di un’Islanda che non esiste quasi più.

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