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“Tutto scorre (V. Grossman)” Note di Serenella Barbieri

Tutto scorre

di Vasilij Grossman (Berdychiv, Ucraina, 12 dicembre 1905 - Mosca, Russia, 14 settembre 1964)
Ed. Adelphi

   

Prefazione

In un momento in cui qualcuno, alla luce dei tragici avvenimenti bellici, avanza qualche ripensamento sulla cultura russa, la figura e gli scritti di Grossman emergono come un monito e come un modo anche per capire gli errori e gli orrori di cui l’uomo è capace. Grossman era sovietico, comunista e fu uno dei più autorevoli corrispondenti del quotidiano dell’Armata Rossa, Krasnaja Zvezda. Ed è considerato uno dei più grandi scrittori in lingua russa del XX secolo. Fu la voce del partito e della resistenza contro il nazifascismo. In una sua lettera del 1938 indirizzata a Nikolaj Ežov, capo del servizio segreto Nkvd che diventerà il Kgb, scrisse: «Tutto quello che possiedo lo devo al governo sovietico». Vasilij Grossman è un personaggio però su cui qualsiasi pregiudizio antirusso o antisovietico va in cortocircuito: era infatti ucraino ed ebreo e non è passato alla storia come il propagandista di Stalin, ma come una delle voci letterarie più lucide e capaci di denunciare gli orrori delle guerre e delle dittature, comprese quella sovietica.

Vita e opere

Nato nel 1905 a Berdičev una città a meno di 200 km da Kiev in cui nel 1941 vivevano circa 38 mila ebrei, studia a Mosca e diventa ingegnere chimico, lavora per qualche anno nel Donbass, lasciando poi la sua professione per dedicarsi alla scrittura e diventare, durante la guerra, corrispondente (oggi si direbbe embedded) al seguito dell’Armata Rossa. Vivrà la ritirata strategica del ’41, l’assedio e la resistenza di Stalingrado, la disfatta dei nazisti e l’avanzata dell’esercito sovietico fino a Berlino. Questo percorso lo porterà anche a casa, a Berdičev, dove scoprirà che l’intera popolazione ebrea, compresa sua madre, è stata annientata dai nazisti fin dai primi mesi dell’occupazione. Scriverà in un articolo: «Non ci sono ebrei in Ucraina. Dappertutto è silenzio. Vuoto. Un popolo intero è stato barbaramente assassinato». Ma quel resoconto non verrà pubblicato. La censura sovietica non voleva porre troppa enfasi sugli ebrei, sia per evitare distinzioni tra le vittime e sia per nascondere la complicità di parte della popolazione locale ai massacri.

Nel 1952 pubblica il suo primo romanzo post bellico Per una giusta causa (il titolo fu imposto dalla censura, uscito quest’anno in Italia con il vero titolo Stalingrado)

Il grande successo del romanzo però non piace alla nomenklatura, troppa enfasi sul popolo, troppo poca quella data al Partito. Grossman viene così attaccato dalla Pravda, cade in disgrazia e solo la morte di Stalin nel 1953 lo salva dal gulag o, peggio, dalla fucilazione. Finita l’era di Stalin, si sente libero di rievocare la storia come l’ha vista e l’ha vissuta, scrive Tutto scorre... e Vita e destino, romanzi che però non vedranno mai luce se non in Occidente e dopo la morte dello scrittore avvenuta nel 1964 (anch’essi in Italia pubblicati da Adelphi).

Tutto scorre..., il romanzo cui Grossman, già malato di cancro, lavorò ridefinendolo ed aggiustandolo continuamente sin quasi il giorno della sua morte. Era stato iniziato nel 1955 ma poi messo da parte per Vita e Destino.

Grossman riprese a lavorarci dopo la confisca da parte della polizia politica del manoscritto di Vita e Destino e la totale emarginazione operata nei suoi confronti da tutte le istituzioni sovietiche (Governo, Associazione degli Scrittori, giornali, case editrici) che lo avevano progressivamente ma inesorabilmente isolato.

Il regime non lo aveva imprigionato e non l’aveva mandato a morte, ma gli aveva tolto qualunque possibilità di far sentire la propria voce.

Grossman perciò scriveva sapendo perfettamente di non avere alcuna speranza di vedere il suo lavoro pubblicato in vita. Scrisse Tutto scorre... per i posteri, per le future generazioni russe.

In Tutto scorre... viene raccontato in terza persona il ritorno di un prigioniero politico liberato, a seguito della morte di Stalin, dopo trent’anni di detenzione nei lager della Kolyma. Nella scelta del soggetto non c’era niente di sovversivo, anzi questo tema era perfettamente in linea con la campagna antistaliniana che in quel momento veniva condotta da Kruscev. Ma così come Vita e Destino è molto, molto più del racconto di una epica battaglia (Stalingrado) e di una saga familiare, Tutto scorre ... è molto più che la semplice cronaca del ritorno a casa di un ex detenuto. Grossman infatti utilizza la storia personale di Ivan Grigor’evic (il protagonista del romanzo) per condurre una analisi spietata del comunismo e dell’intero esperimento sovietico non risparmiando nemmeno Lenin, che sino a quel momento era considerato un “intoccabile” e che Grossman ritiene invece il primo responsabile delle tragedie accadute nella Russia sovietizzata. In questa “storia di un uomo giunto dal regno dei lager” Grossman attaccava quindi le fondamenta stesse del regime sovietico.

La trama del libro si può riassumere molto rapidamente. Arrestato per la prima volta quando era uno studente universitario, Ivan fa ritorno a Mosca nel 1954 dopo quasi trent’anni di gulag, ricevendo una fredda e politicamente corretta accoglienza dai famigliari e dagli amici con cui una generazione prima era stato a contatto a Mosca e Leningrado. Viaggia poi verso sud, trova un lavoro come fabbro ed affitta una stanza nella casa di una vedova di guerra, Anna Sergeevna e il suo giovane nipote Alioscia. Ivan ed Anna si innamorano, ma lei muore di cancro. Tramontata l’ultima possibilità di felicità, Ivan decide di andarsene a vivere in solitudine sulla costa del mar Nero.

Al di là della semplicità e linearità delle vicende narrate, Tutto scorre... è un libro molto denso in cui il lettore che già conosca la vita dell’autore trova molti riferimenti chiaramente autobiografici, riflessioni sulla storia della Russia e sull’essenza del regime comunista e della sovietizzazione, sugli effetti delle ideologie, riflessioni sull’uomo e sulla sua straordinaria capacità di fare tanto il bene quanto il male.

Se in Vita e Destino è il fisico nucleare Strum, figlio di madre ebrea, a rappresentare l’Alter Ego di Grossman, in Tutto scorre... invece al personaggio di Nikolaj Andreevic (il cugino di Ivan) Grossman attribuisce il senso di colpa da lui stesso più volte provato per non avere, negli anni più bui dei processi staliniani, delle delazioni e delle deportazioni, tentato di fare qualcosa per parenti ed amici innocenti denunciati ed accusati ingiustamente e di altri atti che per tutta la vita si pentì di avere commesso (o non commesso).

L’incontro di Ivan con Pinegin, l’antico compagno di università che era stato il suo delatore e che con la sua denuncia lo aveva messo nelle mani della polizia politica condannandolo di fatto a decenni di lager offre lo spunto a Grossman per un intero, importante capitolo (chiamato dai lettori “il processo dei Quattro Giuda”) tutto centrato sul tema della responsabilità individuale in cui egli analizza la tipologia e riflette sulle motivazioni dei vari tipi di delatori. Pagine notevoli sono ad esempio quelle — intensissime e drammatiche — in cui Anna Sergeevna racconta ad Ivan la tragedia delle deportazioni in massa ed il massacro dei kulaki e della Grande Carestia in Ucraina, o il corrosivo capitolo dedicato alla morte di Stalin: “E improvvisamente, il cinque marzo, Stalin morì. [...]. Stalin morì senza che ciò fosse pianificato, senza istruzione degli organi direttivi. Morì senza l’ordine personale dello stesso compagno Stalin” (p.33).

Ad un certo punto del romanzo Ivan sente il bisogno, dopo decenni trascorsi in carcere e nei lager, di cercare di rispondere alla domanda: “com’è potuto accadere tutto questo?” e allora, per cercare di mettere ordine nei suoi pensieri si mette a scrivere degli appunti per “sforzarsi di capire la verità della vita russa, di trovare un nesso tra il passato e il presente” (p.162)

Negli appunti di Ivan, Grossman riversa le sue considerazioni sulla storia della Russia, sulla libertà, su Lenin e Stalin. Sono capitoli, questi, in cui Grossman, analizzando la personalità e l’opera di Lenin, sferra un vero e proprio “J’accuse” contro quello che lui considera senza mezzi termini il primo e principale responsabile di quel processo che vide la costruzione, da lui iniziata, di uno “Stato Padrone”, di uno Stato inteso come fine e non come mezzo. Stalin continuò e perfezionò l’opera di Lenin nella soppressione della libertà: “La libertà è vita, e sconfiggendo la libertà Stalin uccideva la vita” (p.214)

Grossman considera la Russia vittima di una schiavitù millenaria che secondo lui starebbe alla base della mistica dell’anima russa, ed è forse per questo che “Libertà” è la parola che ricorre in maniera quasi ossessiva in tutto il romanzo.

“Quante cose aveva visto la Russia nei mille anni della sua storia. Negli anni sovietici, poi, aveva veduto formidabili vittorie militari, grandiosi cantieri, nuove città, dighe che sbarravano il corso del Dnepr e del Volga, un canale che univa i mari, e possenti trattori, e grattacieli... Una sola cosa la Russia non aveva visto in mille anni: la libertà” (p.59)

Raccontando lo straziante destino di Mascia Ljubimova, una giovane madre strappata alla figlia e mandata nel gulag solo perché moglie di un condannato a morte per “attività controrivoluzionaria” Grossman dedica ben due capitoli alla condizione delle donne nei lager. La sua è una descrizione lucida e allo stesso tempo commossa, che si conclude con la considerazione che il destino delle donne era peggio di quello degli uomini e che “Ai lavori forzati della Kolyma non c’è parità, tra uomini e donne” (p.129).

Ma nonostante tutto Grossman non idealizza affatto le persone dei lager perché — scrive Ivan nei suoi appunti — “durante gli anni trascorsi nei lager [...] aveva appreso molte cose sulle debolezze umane, ed ora vedeva quante ce ne fossero da ambedue le parti del filo spinato”

Tutto scorre. Come un convoglio ferroviario che attraversa le sterminate distese siberiane.

“Si, tutto scorre, tutto muta, impossibile salire sullo stesso, immutabile convoglio” (p.107) 

Perché serve leggere Grossman per capire la guerra in Ucraina

Leggere oggi Grossman, ebreo, ucraino e sovietico, è utile per decodificare il momento che stiamo vivendo ed è necessario come leggere Dostoevskij e Tolstoj. Vladimir Putin ha cercato di propagandare l’idea che l’invasione dell’Ucraina sia una grande guerra patriottica come lo fu la resistenza del popolo sovietico dopo l’invasione delle truppe dell’Asse. Vuole “denazificarla” come Stalin voleva liberarla dai kulaki (i piccoli proprietari terrieri), riportarla nell’alveo della grande patria russa a cui pensa debba appartenere. Ma questa idea porta a un’assurda contraddizione e all’impossibile tentativo di configurare come resistenti coloro che stanno aggredendo e bombardando un Paese ormai diventato sovrano. Si dice che Stalin apprezzasse molto gli articoli di Grossman ma ne capì le inclinazioni dopo la guerra e ne frenò le ambizioni e, se non fosse morto, lo avrebbe fatto eliminare; Putin lo ha letto, ma sicuramente non l’ha capito.

 «Se riusciremo ad avere la meglio in questa guerra tremenda e crudele sarà solo grazie al cuore grande che batte in petto al popolo, a queste anime sublimi di giusti pronti a sacrificare ogni cosa, a queste madri di figli che ora stanno dando la vita per i loro cari». Queste parole non sono state pronunciate in Ucraina nel 2022, ma sono state scritte a Tula in Russia, allora Unione Sovietica, nell’ottobre del 1941. Sono tratte dai taccuini di Vasilij Grossman pubblicati nel volume Uno scrittore in guerra (Adelphi).

Serenella Barbieri

e... buone feste a tutti.

 

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