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Il Re Ombra - suggerimento di Angela Codifava

Il Re Ombra di Maaza Mengiste

Traduzione di Anna Nadotti


Maaza Mengiste è nata a Addis Abeba, attualmente risiede a New York. Quando l'imperatore Hailé Selassié I, al potere dal 1930, fu rovesciato con il colpo di Stato di Menghistu nel 1974, tre zii materni furono vittime della rivoluzione, e la sua famiglia costretta a lasciare il paese. Ha vissuto a Lagos, in Nigeria, a Nairobi, in Kenya prima di trasferirsi negli stati Uniti dove ha studiato scrittura creativa all'Università di New York. Ha ricevuto un Award in Literature Academy of Arts and Letters. E’ docente di scrittura al Queens College e nel 2007 definita New Literary Idol. 

Il suo romanzo d'esordio “Lo sguardo del leone” è stato pubblicato in Italia da Neri Pozza, nel 2010. Racconta le vicende di una famiglia durante la guerra civile nel periodo di terrore della dittatura di Menghistu.

Il re ombra” è la sua seconda opera pubblicata nel 2019, e risultata vincitrice del premio The Bridge per la narrativa.

Arrivata finalista al Booker Prize nel 2020 è stata selezionata fra le migliori dell'anno da numerose testate internazionali e salutata dal The New York Review of Books come “un'epica vasta e indimenticabile di un'autrice d'immenso talento che non ha paura di rischiare” diventata un bestseller internazionale e nel 2021 ha vinto il Premio Gregor von Rezzori di Firenze.

In una intervista l’autrice riporta: 

Sono cresciuta in mezzo a racconti della guerra, storie su come Mussolini avesse deciso di invadere l’Etiopia, e racconti sulla resistenza, eroica quanto inaspettata, del popolo etiope, male armato che si è trovato ad affrontare un esercito più forte e meglio equipaggiato. Sono storie che mi hanno forgiato, riempito di orgoglio e ispirato ad approfondirle per scriverne. Documentarsi però non è stato facile. Sono venuta in Italia, ho studiato italiano apposta per leggere i documenti. Ma quelli che rinvenivo negli archivi storici erano già stati manipolati all’epoca. Raccontav ano la prospettiva dei generali e mentivano sulle cifre. La guerra tra Italia ed Etiopia non è stata solo un episodio del colonialismo italiano, ma, secondo alcuni storici, ha posto le basi per il posizionamento nella Seconda Guerra Mondiale. Fu l’ultima guerra coloniale, quella più anacronistica e il punto di svolta per un avvicinamento dell’Italia alla Germania.

IL RE OMBRA

È un romanzo storico ambientato durante gli anni della occupazione italiana in Etiopia. Parte dal 1935, quando Mussolini ordinò l’invasione, per vendicare la sconfitta di Adua (1896), recuperare il divario con gli imperi coloniali di Francia e Gran Bretagna, avere terre da far colonizzare ed esibire una nuova immagine di uomo italiano forte che da immigrante diventa conquistatore. Giunge fino al 1941 quando la resistenza etiope unitasi alle truppe britannico-sudanesi configgere le truppe italiane. Questo arco temporale, nel libro, è delimitato dal Prologo e dall’ Epilogo ambientati nella stazione ferroviaria di Addis Abeba nel 1974, poco prima della dest ituzione dell’imperatore Hailé Selassié e dell’insediamento del governo Derg. Tra le due parentesi si svolgono sei anni di guerra spietata e di guerriglia.

La narrazione è polifonica, fatta a più voci, perché l’autrice non intende costruire una agiografia etiope contrapposta alla storia del colonialismo italiano. Ma vuole piuttosto presentare diversi punti di vista per sottolineare come la storia sia territorio di contesa e come la memoria non possa mai contenere tutta la verità, sia essa memoria collettiva di un intero popolo, che specifica per gruppi o singole persone, pur nella diversità delle responsabilità. A proposito di coralità, nel testo, l’autrice aggiunge il Coro che, come nelle tragedie greche dall’ Agamennone di Eschilo, alle Troiane di Euripide, o nella tradizione degli azmari etiopi, ha personalità ben definita non solo a scopo celebrativo ma piuttosto teso a dare voce al non detto, e a rettificare. Es.pag 306:

Cantate, figlie, di una donna e di mille, di quelle moltitudini accorse come il vento a liberare un paese da perfide belve. Cantate ,figli, di quanti vennero prima di voi, di chi tracciò la strada su cui camminate Cantate, uomini, della valorosa Aster e la furiosa Hirut e della loro luce accecante su una terra in ombra.

Oltre al Coro inserisce Interludi, come momenti per storicizzare e riflettere sugli eventi narrati. Pag 266:

"L' imperatore accende un fiammifero e guarda il cielo nuvoloso che sovrasta la nuova casa a Bath, in Inghilterra. Chiude la mano intorno alla fiamma ... il calore gli lambisce il palmo, cosa significa bruciare un intero essere umano? E questa la domanda che l ha svegliato all aurora del nuovo giorno. Cosa significa ascoltare le urla che escono da una casa divorata dalle fiamme e puntare il fucile contro chiunque tenti di scappare? E davvero possibile che gli italiani gettino i bambini dentro le capanne che bruciano ... Quale miracolo può fermare una simile malvagità. La dimora di Bath è grande, costruita in pietra e legno ... nel vasto prato anteriore dove ora si trova scruta le colline che ricordano l’ ondulato paesaggio di Harar, gli riesce difficile convincersi di essere li in Inghilterra così lontano da casa . La sua città sta bruciando . Il suo paese è in rovina Il suo popolo viene massacrato. Persino a quella distanza gli sembra di sentire l’ odore di bruciato..."

Questo romanzo storico, tratta di memoria. Affronta il tema non solo su come viene ricordata la storia dai vincitori e dai vinti, ma soprattutto su come avviene il processo di memorizzazione, sia collettivo che individuale. Questo avviene tramite allestimenti, scenografie che utilizzano eventi come oggetti, messi in risalto o in ombra, proprio come avviene nel l’ inquadratura della macchina fotografica. Non a caso uno dei protagonisti Ettore Navarra è fotografo e molti capitoli sono descrizioni di fotografie intitolati semplicemente: Foto. (pag 276 Una donna reclinata su un bastone , una gamba paralizzata che dondola sotto un vestito lungo. Una sfilza di trecce che si aprono a ventaglio di folti ricci scuri. Tatuaggi abbelliscono la linea della gola fino alla guancia.Lividi vicino agli occhi, alla bocca, un filo di sangue secco sul’ orecchio, Sta dicendo qualcosa, la lingua contro i denti, curva intorno a una parola perduta per sempre

Il diritto di raccontare o di dimenticare, di rimuovere esperienze traumatiche collettive come la guerra, o personali come la violenza sessuale, diventa il filo conduttore e il fulcro della intera narrazione.

La storia della resistenza, capace di sconfiggere l’esercito fascista con poche armi obsolete, grazie alla fierezza del popolo, permea l’immaginario collettivo etiope e costituisce la contro - narrazione della storia coloniale ufficiale di ”italiani brava gente”

Maaza Mengiste in questo romanzo vuole però considerare entrambe le parti senza risparmiare le crudeltà dell’esercito italiano ma denunciando anche la violenza nei confronti delle donne perpetrata dalla struttura patriarcale etiope che abusa dei loro corpi. Prende in considerazione le contraddizioni e le ombre a partire dall’interno di ciascuna delle parti in causa, avendo dovuto lei stessa superare non senza difficoltà, come in una intervista riferisce, la rabbia che provava nei confronti degli italiani, prima di frequentarne molti.

Ma va oltre a questo sforzo di considerazione binaria e fa narrare la storia dalle donne rendendole protagoniste del romanzo, e riassegnando loro il ruolo rimosso dalla storia coloniale e dalla narrazione anticoloniale etiope. L’ eroismo dei condottieri etiopi è esaltato ma altrettanto lo è il ruolo giocato dalle donne nelle vittorie ottenute con la loro partecipazione attiva in campo, dopo aver ottenuto il permesso di indossare le armi. Per averlo è stata necessario ideare una strategia, alla Ulisse, dimostratasi vincente della sostituire l’imperatore, assente, con un sosia, per infondere coraggio a combattenti e popolazione. Il titolo “re ombra” è dovuto allo strattagemma.

La storia è narrata attraverso gli occhi di Hirut, la protagonista, che attende Ettore Navarra, il fotografo dell’ esercito italiano, per consegnargli, dopo tanti anni, la scatola di latta che lui aveva seppellita durante la guerra con foto e lettere

Il libro si divide in tre capitoli: invasione, resistenza, ritorni e vede la successione dei tre momenti storici, intrecciati ai vissuti di tantissimi personaggi.
Da subito incontriamo le donne protagoniste del romanzo la giovane domestica Hirut e la padrona di casa Aster, moglie di Kidane, e ne conosciamo i caratteri già ben tratteggiati (Pag 2 e pag 44). Kidane, è ufficiale dell’Imperatore Hailé Selassié, sta reclutando uomini in tutto il paese per organizzar e la resistenza in vista dell’imminente invasione italiana. Allo scopp io della guerra la moglie, dopo aver ascoltato l’incitamento dell’imperatrice Menen, chiede di combattere al fianco degli uomini ma la richiesta viene rifiutata da Kidane. Alle donne viene affidato unicamente il compito di nutrire le truppe e curare i feriti. Pag. 81:

"Kidane ad Aster parla a bassa voce, ma si sente. Puoi piangere il passato, ma gli italiani sono vicini al confine. Puoi anche vestirti da soldato ma non cambia nulla. Servirai i miei uomini, come la cuoca serve te. Sarai d’ esempio alle altre donne. Obbedirai ai miei ordini. Trasporterai i feriti delle mie file e seppellirai i miei morti. Ti prenderai cura degli uomini che si fidano della mia guida, disposti a morire per me. Andrai là fuori e lo farai e poi lo farai di nuovo finchè non sarò io a dirti di smettere. Ogni cosa che devo a qualcuno, ogni cosa, va ai miei uomini, fino al giorno in cui morirò."

Quando nel maggio del 1936 l’Imperatore lascia il suo popolo dopo la disfatta di Mai Ceu in Tigray, andando in esilio volontario con la famiglia nel Regno Unito, continua la resistenza dei gruppi locali ma senza condottiero risultano disorientati. Hirut e Aster quindi architettano il piano del sosia: trasformare il contadino Minim - Nessuno - nel “re ombra”, per dare coraggio. Guadagnatesi meritata considerazione, le donne saranno autorizzate a indossare le armi e fare da scorta al simulacro del re.

La architettura del romanzo è sofisticata tiene insieme diversi livelli narrativi, interseca la storia ufficiale alle vicende individuali di una moltitudine di personaggi, che vengono ben caratterizzati sia nella loro fisicità – grande spazio occupa il corpo con la sua prestanza o debolezza- sia nella dimensione, presentata con raffinata analisi psicologica, della rabbia, della voglia di riscatto, della lealtà alla patria, del coraggio, della paura, della compassione. Pag 111:

"Le donne si fanno avanti, ansimando, i loro passi fanno pensare al frusciare di foglie spinte da un forte vento. Hirut sta confezionando piccoli sacchetti di foglioline medicinali essiccate e osserva Aster che scende con grazia dalla sua cavalla e conduce l’ ombroso animale a un albero a cui lo lega. Aster le appare allo stesso tempo familiare e sconosciuta, qualcuno che Hirut non ha mai visto ma ha sempre saputo che esiste. La sua pelle splende di una ricca sfumatura più scura della maggior parte delle altre, le sue labbra si gonfiano in un fiore maturo, le sue guance rotonde e le sopracciglia arcuate accentuano una bellezza elusiva, ma quelle labbra sono ciò che attira lo sguardo sul suo viso. Hirut ne ha visti gli effetti ... la sua presenza autorevole, la sua aria altezzosa, Aster potrebbe sembrare una persona comune ma ha ereditato l’ arroganza di chi ha nobili natali ed è un fuoco che arde dentro di lei illuminando ogni lineamento"

I protagonisti sono lacerati da aspetti contradditori di crudeltà e vulnerabilità. Pag 204

"... sei qui in questo locale zeppo di militari che spogliano con gli occhi la ragazza mentre un giovane uomo pende dalla forca, cos’hai da dire ? Dico che l’occhio conserverà l’immagine di un corpo luminoso piuttosto che quella di un oggetto in ombra: dico che l’occhio ha il potere di conservare, è avido e non farà che cercare e divorare quella figura resa visibile da una luce predatoria."

La natura, quasi idilliaca in alcune righe, si contrappone alla violenza della guerra evocata con toni epici Pag 152 - 154  / 162:

"Una goccia di sole zigzaga nella conca per poi rotolare sull’erba. Sfiora appena la fitta macchia di fiori gialli sulle pendici del colle. Si posa graziosa e svelta sulle cime degli alberi e scompare in un cielo senza nubi... Guardate il cumulo di capanne bruciate , Ibrahim- il comandante ascaro-stupefatto e intrepido guida i suoi uomini attraverso la distesa di rovine... Diranno che non è vero. Che i loro aerei non volavano sull’armata di Kidane e non hanno lanciato l’iprite sui combattenti, sui fiumi e la terra. Negheranno i bambini morti, le donne scorticate, le acque avvelenate, gli uomini traumatizzati..."

Gli schieramenti opposti non sono omogenei al loro interno, ma attraversati da fratture profonde derivanti delle strutture sociali preesistenti nella società etiope ed italiana.

Nello schieramento italiano Ettore Navarra è personaggio importante e simbolico. E’ stato mandato in Etiopia per documentare, o costruire, visivamente le vittorie. Osserva la realtà solo attraverso la lente dell’otturatore ma ben presto è costretto ad interrogarsi sulla propria origine e sulla sua appartenenza alla nazione italiana, dopo l’emanazione delle leggi razziali, quando i genitori in patria vengono deportati nei campi di concentramento. Il ricordo del padre ebreo è struggente e rivive nelle lettere, una in particolare una che passa indenne tra le maglie della censura dove Leo Navarra racconta al figlio la parte di vita di cui non gli aveva mai parlato per cautela, perché aveva imparato a credere che quello che conta è solo ciò che esiste, ciò che è visibile. pag 282 

"... Nato in Ucraina andai a Odessa per amore .Una notte , con una luce così soffusa che avresti potuto fotografare le ombre dei fantasmi la mia vecchia vita finì. Dopo aver perso il mio primo figlio. Come si chiama un padre senza figlio? Se avessi trovato tale nome l’avrei scambiato col mio ... Fui costretto a voltar le spalle a causa di tutto ciò che quella città distrusse-pogrom del 1905-. Lasciai Odessa che ero ebreo fuggii e arrivai a Venezia ateo. "

Lui stesso è costantemente preoccupato di essere denunciato dai commilitoni anche se protetto, perché funzionale, al colonnello Carlo Fucelli, che a sua volta trasgredisce la legge italiana continuando i rapporti con la sensuale e colta Fibi che si prostituisce per rubare segreti militari.

Allo stesso tempo, nello schieramento etiope i valorosi condottieri consacrati alla storia come eroi nazionali consolidano la loro autorità con l’esercizio del potere patriarcale fondato sulla sistematica violenza contro le donne attraverso le punizioni. Pag 99

"aveva assistito allo spettacolo di un uomo adulto che affonda un pugno nell’addome morbido di una donna , voleva capire il punto di rottura della volontà di una donna forte. Voleva scoprire quanto ci vuole per frantumare l’orgoglio con le mani ... lei gemeva , urlava e infine si quietava ma non aveva mai supplicato. Quella notte Aster aveva scoperto la misura del coraggio"

che le violenze sessuali socialmente accettata. Pag . 189:

"... si intontisce alla pressione del suo bacino, maledicendo l’aria che lui respira...diventa sorda ai suoi respiri affannosi, poi lui le apre a forza le gambe e Hirut vede il proprio spirito che si allontana dal corpo sudicio, e se ne va."

C’è molta violenza e tanto sangue e in questo libro, ma anche tanta solidarietà e umanità.

Potenti risultano le scene in cui si cerca di alleviare i dolori fisici e mentali: la cuoca prima che siano gettati i prigionieri nel dirupo pag 285-6 dà loro foglie di qat e li invita a gridare il proprio nome. L’Imperatore Selassié, solo nelle sue stanze, rivede la figlia Zenebework morta molti anni prima, vittima del marito a cui era stata data forzatamente in sposa per ragion di stato. Il consigliere gli aveva ricordato che “le ragazze muoiono per tante ragioni: parto, infermità, malattie, uomini, come se questo fosse un evento naturale. Ettore annota “Stiamo per fabbricare Icaro e scagliarlo verso il sole” pensando agli scatti tra le cinque e le cinque e mezza, per garantire la luce migliore ai prigionieri “che non hanno ali” prima fotografati davanti alla prigione poi mentre cadono nel vuoto, spinti nel dirupo. I meriti di questa opera, che mi ha molto emozionata, ritengo siano tanti, sintetizzando:

  • la complessità dell’impianto del libro, la ricchezza dei personaggi e degli eventi, lo stile della scrittura modulato con ricercatezza o immediatezza a seconda dei momenti lirici o tragici 
  • la scelta del periodo storico che, pur raccontando eventi inventati, contribuisce al far riaffiorare un capitolo di storia ancora negletto, arricchito da descrizioni fotografiche provenienti da collezioni private e da quelle personali dell’autrice - la volontà di ricercare anche nel nemico uno sguardo umano, pur mantenendo netta la denuncia dei crimini commessi 
  • la riflessione sulla memoria e di come l’aspetto visuale della fotografia risulti uno strumento che al tempo stesso aiuta a mantenerla o a cancellarla, ignorando tutto quello che resta fuori dal campo e quindi fuori dal tempo - la considerazione che la memoria collettiva è processo politico di negoziazione e di propaganda ( lo dimostrano bene anche questi nostri giorni) mentre quella individuale è prevalentemente un intreccio di rapporti locali e affettivi che si “infilano nelle ossa e nell’anima e restano attaccate fino alla morte” 
  • il monito che i corpi troppo frequentemente continuano ad essere campi di battaglia ed esercizio di potere che lascia segni e cicatrici sulla pelle e sull’anima, in primis sulle donne. Nella nota finale Maaza Mengiste riporta la vicenda di una sua bisnonna che prese le armi e giovanissima andò in guerra. 

Considera come la storia sia una questione di uomini non perché ne siano o ne siano stati unici attori, ma perché sono loro a costruirne la narrazione. Dunque è necessario che la storia sia narrata anche dal punto di vista delle donne: 

“Ciò che sono arrivata a capire è questo: la storia militare è sempre stata una storia maschile, ma ciò non è vero per l’Etiopia, e non è mai stato vero in nessuna forma di lotta. Le donne ci sono state, noi ci siamo ora”.

Fotografia della collezione privata di Maaza Mengiste che le ha ispirato il personaggio di Hirut

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