Il libro è diviso in tre parti. Nella prima parte: Reliquie, l’io narrante, Saleh Omar, si presenta come un uomo di 65 anni costretto a lasciare il suo paese con un passaporto falso. Gli è stato suggerito di fingere di non conoscere l’inglese, tranne due parole: “rifugiato” e “asilo”. Si imbatte in un funzionario, anch’egli emigrato, un rumeno, quindi un bianco che vuole rimandarlo indietro. Nel monologo di quest’uomo, che Saleh finge di non capire, c’è tutta la paternalistica superiorità di un europeo. Con fare corretto, perfino cortese, gli vomita addosso i secolari pregiudizi dei bianchi. Non capisce perché non sia rimasto a casa sua per godersi una tranquilla vecchiaia. Lui è un nero, appartiene all’Africa, non all’Europa. Non ha gli stessi valori dei bianchi europei: “non li ha pagati nel corso delle generazioni”.
Saleh sa di averli pagati eccome, senza nessuna contropartita. Il suo atteggiamento si fa più guardingo e anche impaurito. I suoi pochi bagagli vengono guardati e riguardati, gli viene sottratta una scatola contenente incenso profumatissimo.
Iniziano i flash back di Saleh perché il romanzo è costruito attraverso una molteplicità di storie che hanno relazione con il protagonista e che molte volte vengono introdotte proprio da un oggetto come la scatola dell’incenso, una mappa, un tavolino d’ebano. Queste storie comprendono non solo la narrazione dell’esistenza dei personaggi interessati, ma anche le dinamiche coloniali dei paesi d’origine, i conflitti, le rivoluzioni che vi si sono succedute.
Sono storie dentro la storia proprio come nel Le Mille e una notte. Frequenti sono anche le citazioni letterarie da Omero a Melville. Spesso è citato il personaggio di Bartleby lo scrivano con il suo “preferisco di no”. È citato anche Shakespeare con La Tempesta e Eliot con la suaTerra Desolata.
Saleh, riuscito a fuggire con un passaporto falso su cui è scritto il nome del suo acerrimo nemico,una volta in Inghilterra e dopo aver saputo della presenza del figlio del suo nemico, fa di tutto per incontrarlo per narrargli come sono andate veramente andate le cose tra le loro due famiglie.
La seconda parte è raccontata da Latif, anche lui profugo e figlio del più acerrimo nemico di Saleh. Latif si è lasciato alla spalle una famiglia ben poco felice: un padre depresso e dedito all’alcol, una madre bellissima e fedigrafa e un fratello, Hassan, che fuggirà con Hussain, personaggio misterioso, carismatico, bugiardo, la cui presenza aleggia su entrambi i protagonisti e causa di tutte le disgrazie. L’ultima parte, che parla dell’incontro tra i due, è narrata da Saleh.
Fino all’ultimo nel dialogo teso tra Saleh e Latif emergono vecchi rancori famigliari, ingiuste vendette, storie di altre persone coinvolte. Saleh e Latif sono i superstiti di una faida che ha segnato la storia delle rispettive famiglie.
Per entrambi la salvezza è stata la fuga. Ora i rispettivi racconti, le confessioni allargate e particolareggiate delle loro vite diventano un punto di incontro e non più di scontro. È evidente che per l’autore il dialogo è l’unica alternativa all’odio.
Il tema della migrazione è centrale nell’opera di Gurnah, che in questo romanzo incrocia numerose storie, sovrapponendo i destini di due uomini fra il Canale della Manica e l’Oceano indiano, uniti dall’ironia del destino. Da una parte il dolore della memoria, il ricordo di Zanzibar fra i colori dell’infanzia e la violenza dei dittatori, dall’altra il lento ma inesorabile fluire del mare, trait d’union fra passato e futuro, passando attraverso un doloroso presente, uno spazio bianco in cui è fin troppo semplice perdersi e smarrirsi per sempre.
( Da Il Foglio.it)
Biografia
Abdulrazak Gurnah nasce nel 1948 a Zanzibar che allora faceva parte del Sultanato di Zanzibar. Nel 1966 termina la scola secondaria. In questo periodo disordini e violenze agitano il suo paese. Per sfuggire ai conflitti in corso e per poter continuare gli studi si trasferisce con un fratello in Gran Bretagna. Ha 18 anni.
Nel 1982 consegue il dottorato di ricerca presso l’Università del Kent dove insegnerà letteratura inglese e post coloniale fino al pensionamento. Il 7 ottobre 2021 vince il premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione:
“Per la sua intransigente e compassionevole penetrazione degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel divario tra culture e continenti”.

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