Letterature africane
Il 2021 è stato l’anno d’oro delle letterature Africane coi massimi premi internazionali assegnati a scrittori provenienti dall’Africa: il Nobel a Abdulrazak Gurnat (Tanzania), il Booker a Damon Galgut (Sudafrica), il Goncourt a Mohamed Sarr (Senegal) il Camões a Paulina Chiziane (Monzambico).Giustamente i giornali hanno parlato al plurale di letterature perché se siamo abituati a canoni europei e americani, non mi risulta che esistano canoni africani. Non possiamo trascurare che l’Africa sia un Continente di 55 paesi, con una superficie che comprende Usa Cina e Europa messi insieme, con 2000 lingue, 142 fonemi, -i più numerosi che in tutte le altri parti del mondo-, molte differenze politiche e religiose e che l’indipendenza sia molto recente (Ghana nel 57, Nigeria 60, Kenia 63).
Nel 1969 il bibliografo tedesco Janhein Jahn dimostrò che in Africa erano stati scritti quasi 400 romanzi e 500 racconti, metà dei quali in lingue locali. Quindi parliamo di letterature emergenti. Nel 1986 l’assegnazione del Nobel al poeta, drammaturgo Wole Soyinka aveva creato parecchio sconcerto perché quasi sconosciuto da noi. Di Gurnak credo che prima del premio Nobel fosse stato tradotto solo uno dei sui libri: Paradise
Per introdurre il libro “Le cose crollano” di Achinua Achebe mi sembra utile un inquadramento storico generale, se pur a grandi linee, perché il suo valore è quello di essere una pietra miliare nella storia delle letterature africane, che tanto ha ispirato gli scrittori venuti dopo.
Il giudizio sull’Africa è innegabilmente viziato dai retaggi coloniali, che hanno fissato stereotipi e preconcetti. E’ difficile negare che il primo pensiero riguardo all’Africa sia che è un continente primitivo e barbaro, sempre in guerra, ricco di risorse, ma incapace di usarle e quindi povero. C’è molto di vero in questo, ma sarebbe doveroso evitare semplificazioni generiche e ricordare che l’immagine che noi abbiamo deriva da lontano: dalle documentazioni delle grandi esplorazioni, dai missionari e dai commercianti prima, dai colonizzatori dopo, e che spesso trascura l’evoluzione del post-colonialismo.
Sommariamente possiamo distinguere tre periodi della colonizzazione in Africa.
Il primo dal VII al XV sec. è quello degli Arabi che conquistano l’Africa settentrionale e la valle del Nilo, raggiungono il Sahel, attraversano il Sahara e si insediano sulla costa orientale e sviluppando il commercio degli schiavi. La storia dello schiavismo, conosciuto fin dai Sumeri 3500 a.C. riporta un grande impiego di schiavi nel Medioevo nelle guerre bizantino-ottomane, ma è nel XVI sec. che la civiltà occidentale supera per volume di traffico la tratta araba degli schiavi, nata ancor prima dell’islam. Autoctono nelle antiche civiltà africane, come l’impero di Songhai -fondato nel VII lungo il Niger da una dinastia berbera che poi adottò l’islam- divenne attività praticata nell’Africa subsahariana, e si diffuse intorno al X sec con i dromedari verso l’Europa, e il mar rosso e i porti dell’oceano indiano verso oriente, molto prima di sviluppare la tratta atlantica ad opera dei commercianti e degli avventurieri europei verso il Nuovo Mondo.
Il secondo periodo dal XV al XIX è quello dell’arrivo dei mercanti europei. Le esplorazioni e i commerci del XV sec. interessavano essenzialmente la costa. L’interno dell’Africa cominciò ad essere conosciuto e percorso dopo la scoperta del chinino, nella seconda parte dell’’800, e con la risalita dei battelli a vapore dei fiume Niger, Congo, Zambesi.
Questa precisazione consente di differenziare i concetti di diversità e di inferiorità.
I commerci utilizzano le differenze e i bisogni tra compratori e venditori, quindi sono interessati alla diversità, funzionale allo scambio delle merci, mentre l’idea di inferiorità si afferma a partire dal XIX secolo col concetto di razza, che diventa propedeutico alla colonizzazione, con la pretesa civilizzatrice degli europei.
Il razzismo pseudoscientifico basato sulla misurazione del cranio, dell’angolo facciale, dell’altezza, delle differenze somatiche, prende il via dopo la pubblicazione “dell’origine della specie” di Darwin- 1859- che spiega la teoria dell’evoluzione. Una sua interpretazione arbitraria e impropria collega le differenze fisiche a quelle morali e intellettuali e il concetto evolutivo di specie viene travisato in concetto sociale-culturale.
Alle tre C. di commercio, cristianesimo, civilizzazione si aggiunge quello di colonizzazione che ammanta di positivo ciò che in realtà è sfruttamento di risorse e persone.
Hegel in “Lezioni sulla filosofia della storia” - 1820 - riporta “L’Africa propriamente detta, non ha nessun interesse storico, nessun svolgimento proprio. I suoi abitanti sono barbari e selvaggi… sin dai tempi più antichi, l’Africa non ha avuto nessun contatto con il resto del mondo; è la terra dell’oro… e dell’infanzia, rimossa dalla luce della storia e avvolta nel nero mantello della notte. Hugh Trevor Roper – stimato storico inglese - in “The rise of Cristian Europe” del 1965 dice che studiare la loro storia significa divertirsi con le poco gratificanti vicende di tribù primitive, situate in posti pittoreschi, ma largamente irrilevanti del globo, esiste solo la storia degli Europei in Africa, il resto è in gran parte oscurità, come la storia dell’America pre-columbiana.
Valentin-Yves Mudimbe, filosofo franco-congolese, storico della filosofia, poeta e scrittore, saggista, docente alla Stanford University, professore Emerito nel Programma di Letteratura alla Duke University nel libro “l’invenzione dell’Africa” del 1988 raccoglie una biblioteca coloniale con la produzione degli europei che incontrano l’Africa e sostiene che molti scritti non sono stati fatti per diffondere conoscenza ma per giustificare il processo di conquista presentando gli africani come barbari, arretrati, schiavisti e stregoni quindi bisognosi di aiuto per la loro evoluzione.
Senza scomodare illustri filosofi e storici, pensiamo al ruolo del cinema riguardo al giudizio che Tarzan – del 1932- ha contribuito a plasmare sull’Africa con natura primordiale, senza uomini e città, o la mia Africa di Karen Blixen ( libro del 1937 e film del 1985) o i libri per l’infanzia dell’elefantino Babar che porta la civiltà nella giungla, o ancora di TinTin in Congo. Ancora oggi testi scolastici descrivono etnie come i Boscimani e i Dogon, ad esempio, che scelgono di vivere in modo primitivo, come se realisticamente avessero possibilità di libera scelta.
Il terzo periodo definito “nuovo imperialismo” è quello che ha portato l’occupazione del suolo africano dal 10 al 90% in mani europee e va dal 1870/80 alla fine delle guerre mondiali.
Scramble for Africa, corsa all’Africa, è stata la spartizione del continente secondo le rivendicazioni europee, avvenuta con la crisi economica del capitalismo del 1873-95, determinata da sovraproduzione di merci con l’impennata di politiche protezioniste, da necessità di rifornimento di materie prime e nuovi mercati da gestire con leggi occidentali e non con consuetudini locali, e da nuovo slancio missionario cattolico aggiuntosi a quello de portoghese e spagnolo del XVIII sec.
Tornando alla letteratura dobbiamo ricordare che la trasmissione delle culture e tradizioni africane è stata orale fino all’ alfabetizzazione cominciata intorno al XIX sec. e che ogni nazione ha tanti gruppi etnici socio-culturali molto diversificati - circa 3000- Igbo, Fulani, Yoruba, Bantù, Dogon Nuba, Oromo, Amhara, luba, ecc. ecc. Alla trasmissione orale esistono solo rare eccezioni malgasce e i famosi 700.000 manoscritti di Timboctù, la città carovaniera nota anche come “la città dei 33 santi”, simbolo di coesistenza religiosa, fiorenti scuole, scambi culturali e commerciali di schiavi, oro, avorio, noci di cola, farina di baobab, miele, spezie in cambio di sale, datteri, stoffe europee. I testi più antichi risalgono al XI secolo, seguono la storia degli imperi Mali e Songhai del XV e XVI sec. e trattano di legge, religione, filosofia, scienza, astronomia e botanica, vergati in grafie e colori molto particolari, interessanti e unici.
Richard Rive -1931-1989- illustre scrittore sudafricano che ha scritto l’introduzione della edizione italiana alla trilogia di C. Achebe divide cronologicamente quattro fasi principali della letteratura africana riferibili all’esperienza precoloniale, coloniale, della indipendenza e del dopo indipendenza.
Nel periodo coloniale i primi romanzi, racconti, poesie, e teatro sono in lingua straniera, nel periodo tardo coloniale e post coloniale compare il rifiuto della matrice europea e il recupero di elementi tradizionali e linguistici indigeni e la critica verso il colonialismo e i suoi effetti. Può essere intesa come letteratura di denuncia.
Chinua Achebe è considerato il padre della letteratura africana moderna in lingua inglese.
Il Crollo, primo suo romanzo, esamina la storia da un punto di vista africano per mostrare il passato precoloniale e restituire dignità al popolo igbo ed alle sue tradizioni. Fa parte di una trilogia che è pietra miliare, viene studiato nelle scuole di numerosi paesi africani, tradotto in più di 50 lingue. Gran parte dell' intera opera di Achebe è incentrata sulla denuncia della catastrofe culturale portata in Nigeria prima dal colonialismo e poi dai regimi corrotti succedutisi all' indipendenza.
La prima edizione, è del 1958, ma in Italia arrivò solo vent’anni dopo, edita da Edizioni e/o. A tre anni dalla morte dello scrittore, la Nave di Teseo ha riproposto una nuova traduzione della trilogia, il cui primo volume del 2016, ha titolo Le cose crollano, seguito da “Non più tranquilli” e “La freccia di Dio”.
Un episodio che Chinua Achebe ha riportato parecchie volte è che nell’autunno del ‘74, mentre camminava nel Dipartimento dell’Università un anziano prof. che aveva incontrato gli chiese se era uno studente. “No sono un professore e insegno letteratura africana”. L’interlocutore stupito rispose “conosco un altro prof. che insegna storia dell’Africa, pensi, non avrei mai immaginato che l’Africa avesse una storia e fosse capace di esprimersi in letteratura”. E’ indubbio che le cose sono molto cambiate, tanti poeti e scrittori di origine africana hanno raggiunto fama internazionale, sono pubblicati in molte lingue e i tanti premi letterari lo dimostrano: il Nobel a W.Soyinka, N.Gordimer, J Coetzee, Gurnah insieme al successo raggiunto da Adiche Chimamanda, Bernardine Evaristo, Maaza Mengiste solo per citare alcuni tra i tanti nomi. Le italo- etiopi Gabriella Ghermandi e Igiaga Scego sono ponti viventi tra mondi che tanto aiutano a smontare stereotipi e luoghi comuni. Anzi l’atmosfera, a volte troppo surriscaldata del pensiero contemporaneo riguardo alla decolonizzazione, come la cultural cancel rischia atteggiamenti fin troppo estremisti nei confronti del passato.
Biografia. Albert Chinualumogu Achebe, detto Chinua, è nato a Ogidi in Nigeria nel 1930 ed è morto a Boston nel 2013 E’ stato scrittore, saggista, critico letterario e poeta. I suoi genitori di etnia Igbo , si convertirono al protestantesimo; suo padre insegnava in una scuola missionaria. Aveva nome "Albert" datogli in onore del Principe consorte della Regina e Chinualumogu che significa "Dio combatterà in mio favore". Frequentò il college a Umuahia e l’università di Ibadan dal 1948 al 53 dove studiò inglese storia e teologia. Nella stessa università studiarono altri divenuti poi grandi nomi della letteratura africana come Wole Soyinka, John Pepper Clark e Christopher Okigbo -poeti. Durante gli studi universitari, Achebe rinnegò il nome inglese per adottare quello indigeno. Nel 1958 Achebe pubblicò Il crollo (Things Fall Apart) che ebbe un successo enorme.
Molte recensioni su testate come il Guardian o l’ Observer lo classificarono fra i più grandi romanzi del Novecento. L' opera vendette oltre 10 milioni di copie in tutto il mondo, nel 1960 e 64 seguirono gli altri due libri della trilogia: la freccia di Dio e Ormai a disagio. Lavorò in televisione presso la BBC e nel 1961 divenne direttore della Nigerian Broadcasting Corporation . Durante la guerra civile nigeriana (1967-1970) si schierò a favore del Biafra, diventandone ambasciatore. La guerra lo segnò profondamente e il ricordo del conflitto riemerge in molti passi della sua opera.
Si dedicò all' editoria e alla critica letteraria, collaborando con varie riviste e fondò l’ African Writer Series , una collana pubblicata da Heinemann che divenne strumento fondamentale nell' evoluzione e nella diffusione della letteratura africana postcoloniale. Scrisse anche un celebre e controverso trattato "Un' immagine dell'Africa: il razzismo in Cuore di tenebra di Conrad" molto discusso nella storia della critica letteraria africana, dove sostiene che nel libro del 1899, letto come un classico, viene espresso il desiderio, forse il bisogno, della mentalità occidentale di fare dell’Africa il contraltare dell’Europa, un luogo di negazione allo stesso tempo remoto ma vagamente familiare.
Confrontandosi col quale lo stato di civiltà superiore dell’Europa diventa evidente rispetto al mondo primitivo africano, intrappolato in uno stato di barbarie. L’Africa sarebbe per l’Europa come il ritratto è per Dorian Gray. Conrad avrebbe contributo a cristallizzare una immagine dell’Africa imperscrutabile e misteriosa, abitata da umani poco “umani”. La colpa di Conrad, secondo Achebe, sarebbe di aver posto l’Africa in una posizione antitetica rispetto alla cultura occidentale, unica in grado di dare voce, alla espressione più alta della letteratura contrapposta all’Africa “un campo di battaglia metafisico privo di umanità ben riconoscibile, in cui l'Europeo errante entra a proprio rischio e pericolo". Nel 1990, Achebe rimase paralizzato dalla vita in giù in seguito ad un incidente automobilistico. Ha insegnato al Bard College di New York e ricevuto lauree honoris causa in più di 30 università di diversi paesi, inclusi Regno Unito, Canada, Sudafrica, Nigeria e Stati Uniti.
Innumerevoli premi letterari come il Commonwealth Poetry Prize, il New Statesman Jock Campbell Prize, il Margaret Wrong Prize, il Nigerian National Trophy e il Nigerian National Merit Award gli sono stati conferiti. Nel 2004 ha rifiutato la carica onorifica di Comandante della Repubblica Federale, offertagli dal governo della Nigeria, in segno di protesta contro la situazione sociale e politica del suo paese. Nel 2007 è stato vincitore del Man Booker International Prize.
La trama di Le cose crollano è anticipata dal titolo, introdotta dai versi della poesia di W. B. Yeats The second coming del 1919 che utilizza un immaginario proveniente dall’apocalisse come allegoria per descrivere l’atmosfera nell’Europa alla conclusione della guerra: “Things fall apart; the centre cannot hold;” “Le cose crollano; il centro non può reggere ” per terminare coi versi biblici: ..And what rough beast, its hour come round at last, Slouches towards Bethlehem to be born?”..E quale mai informe animale, giunta finalmente la sua ora, si avvicina a Betlemme per nascere?”
Il crollo è il filo conduttore del romanzo. Il protagonista Okonkwo, è un gran lavoratore e un validissimo guerriero, uno degli uomini più stimati delle comunità igbo descritte. Grazie al duro lavoro e alla sua ambizione, si è guadagnato ottima reputazione e il rispetto dei membri, riscattandosi dalla cattiva considerazione del padre incapace e ubriacone.
Applica rigorosamente la differenza dei ruoli tra uomo e donna, ed esige obbedienza assoluta da parte delle mogli e dei figli. Crede fortemente nelle tradizioni e nel rispetto delle regole e accetta di buon grado l’esilio di sette anni nel villaggio di origine di sua madre per l’uccisione involontaria di un ragazzo, come le norme degli antichi prescrivevano. Al suo ritorno al villaggio si rende conto che tutto attorno a lui è cambiato per l’arrivo degli inglesi. In un primo momento i missionari avevano tentato un approccio con gli indigeni con la conversione al cristianesimo, ma in seguito si era imposto l’integralismo religioso e l’applicazione delle leggi con il tribunale dei colonizzatori. Okonkwo vorrebbe combattere, non accettare i cambiamenti, come fanno gli altri membri del clan, ma costretto alla resa non regge. È una narrazione di rotture e cadute. Il contesto che Okonkwo conosce e in cui sa perfettamente muoversi inizia a trasformarsi e a disgregarsi con l’arrivo dei missionari e poi dei funzionari stranieri. Si diffondono credenze e organizzazioni sociali ed economiche nuove, lontane dalla vita che da secoli era condotta invariata. I cambiamenti graduali all’inizio proseguono in un climax crescente di incomprensione che porta il protagonista ad avvertire la violenza arrivare come un’onda sempre più forte per rovesciare le sue certezze fino a soccombere. Il punto di vista finale del libro si chiuderà con la considerazione del commissario del nuovo governo insediato che pensa che la vita di Okonkwo sia materia da romanzo.
Lo stile di Achebe è diretto, fluido, semplice ma molto coinvolgente. La descrizione dei personaggi e dei luoghi è essenziale, ma capace di inquadrarli con nitidezza e rendere il romanzo allo stesso tempo fotografico, evocativo e profondo, anche nei passaggi e nelle situazioni più dure e crude. Usa un approccio immediato ed essenziale per descrive con vividezza l’organizzazione sociale della tribù, i legami di sangue, i conflitti personali, le credenze e i riti. Il lettore viene immerso in una realtà tangibile, scaraventato in una dimensione primordiale ben regolamentata nella prima parte del romanzo che muta sotto gli occhi con l’insinuarsi del nuovo credo portato dai missionari e dalle nuove leggi nella seconda parte. La minuzia descrittiva è notevole e ci trasferisce gradatamente ma sempre più profondamente in un contesto sconosciuto che, come in un film, impariamo a conoscere gradatamente quasi come fossimo lì presenti ad assistere ai primi contatti occidentali, che introducono i riferimenti estranei, e inesorabilmente portano al disfacimento della struttura sociale identitaria, mantenuta inalterata e rispettata per tanti secoli.
La lingua usata è un inglese intessuto di termini igbo. L’autore vuole portare quell’intraducibile per marcare il nuovo contesto letterario. Usa termine originario come egwugwu (spirito degli antenati) per dare spessore all’aspetto tradizionale e introdurre una prospettiva di frattura linguistica efficace a cambiare la prospettiva europea, pure se scritta con la lingua della colonizzazione. Come spiega la nota del traduttore Alberto Pezzotta, con le parole stesse di Achebe: “Riconosciamo al diavolo i suoi meriti: il colonialismo in Africa ha frantumato molte cose, ma ha creato grandi unità dove prima ce n’erano di piccole e frammentari. Ha unito molte genti che prima procedevano per vie separate, ha dato loro un linguaggio con cui parlarsi. L’inglese è la lingua dei colonizzatori, quella che permette di rivolgersi non solo alle persone igbo, ma a molti di più. L’introduzione di termini non tradotti contribuisce però a un dire nuovo.
Il ritmo mi sembra equilibrato, il testo è breve, ma accadono parecchi eventi. Momenti tragici di morte, impotenza e disperazione si alternano a quelli più rilassati della quotidianità inserita nel contesto culturale della tradizione africana, che l’autore riporta in modo estremamente naturale anche per quanto attiene all’invisibile, al magico, all’occulto quali realtà tangibili, senza tacere la crudeltà di certe credenze e pratiche come l’uccisione dei gemelli ad es.
I personaggi sono parecchi. Okonkwo, il protagonista, è più complesso di quanto sembri all’inizio e a tratti contradditorio, dotato di grande vigore fisico e balbuzie. Ha un bisogno immenso di prestigio, che lo riscatti dal senso di colpa della debolezza paterna e del dominio sulle moglie e sui figli, che mantiene con modi duri e violenti. Ma sa dimostrare anche affetto nei loro confronti come ben riportato quando aspetta la moglie che segue la vecchia che porta la figlia malata alla grotta per un rito magico. Non può mostrarsi debole nell’occasione dell’uccisione di un ragazzo, quasi adottato, che deve essere sacrificato come l’oracolo prescrive ma poi, tormentato da profonda tristezza, non tocca cibo per giorni. La sicurezza di sapere cosa è bene e cosa è male gli risulta chiara solo nel rispetto delle tradizioni mentre le novità sono troppo impattanti per poterle accettare. Il loro capovolgimento risulta distruttivo e coinvolge anche per noi che pure lo guardiamo da una realtà lontanissima, senza suscitarci giudizi negativi anche per situazioni che pure non sono accettabili con la nostra logica. Le mogli, una in particolare che viene chiamata la buona, sono disponibili e attente ai bisogni delle altre, un’altra che ha avuto dieci figli, nove dei quali morti prestissimo, fa una supplica alla Morte, che non gli fa caso e continua a farli morire che la rende umanamente tanto vicina. Agbala è presentata positivamente come amica e donna prima che come sacerdotessa. Le figure degli anziani come Ezeudu rivelano saggezza profonda ancora di grande attualità.“Gli uomini appartengono alla terra dei loro padri quando le cose vanno bene e la vita è dolce. Ma quando c’è dolore e amarezza, trovano rifugio nella terra della madre, personalizzando così la natura. Quando comunica che l’Oracolo ha deciso che si dovrà uccidere Ikemefuna, il ragazzo affidato a Okonkwo, gli consiglia di non partecipare. In altra situazione afferma che “Il mondo non ha fine, e ciò che è bene presso un popolo è abominio presso un altro.” richiamando un buon senso non ancora da noi del tutto acquisito. Obierika, amico del protagonista, riflette e soffre per la disgrazia di Okonkwo che deve scontare una colpa per un atto commesso involontariamente o sulla sorte della soppressione toccata ai suoi gemelli, chiedendosi il senso di tali comportamenti e trovando risposta solo nel detto degli anziani: se un dito è unto, sporca anche gli altri. Se C.Achebe intendeva dimostrare umanità e profondità ai suoi personaggi ci è riuscito molto bene con essenzialità e arguzia.
Le credenze, le leggende, i miti, le favole sugli animali astuti e rappresentativi del mondo sono piacevoli, fantasiose e creative. La dimensione magica viene inserita come aspetto normale della quotidianità e l’interpretazione di fatti reali che accadono sono spiegati con l’incantesimo come quello del ventaglio che tiene lontano dal mercato, mentre la saggezza filosofica degli anziani risulta indispensabile per affrontare la vita e mantenere la regolarità nella struttura sociale.
I valori presenti nella storia sono tanti. Oltre alla forza fisica, l’onore, il rispetto, l’amicizia che affiora ovunque, c’è la collaborazione delle mogli nella gestione famigliare. Quella degli abitanti nella gestione del villaggio, dove non comanda un unico capo ma un consiglio sociale, di cui solo chi dà prova di virtù può far parte. L’espiazione della colpa, con l’accettazione serena, per mantenere le norme condivise della collettività insieme alla dimensione ben rappresentata della dipendenza alla natura, riportata in maniera viscerale e totalizzante attraverso la fatica del lavoro, i tempi di pioggia e la scansione delle mansioni.
La dimensione tragica del guerriero emergere nella dimensione più alta con l’annientamento dei valori sui quali aveva costruito tutta la sua esistenza. Viene celebrata come quella di un eroe che presagisce la fine della sua identità e della sua civiltà, travolto da eventi che lui non può arginare. Rappresenta la denuncia della rottura della società igbo con la sostituzione di altri valori che hanno cambiato la prospettiva della storia e che Achebe mette a nudo per rovesciare il punto di vista dominante, denunciando il sinuoso insediarsi prima e l’affermazione dopo con l’integralismo rappresentato da padre Brown, successore del più rispettoso reverendo Smith e dalla applicazione della legge dei rappresentanti governativi.
Ho trovato il libro potente, capace di far conoscere e far immergere in una cultura ancestrale e sconosciuta, introducendo con immediatezza scene forti che non permettono l’indifferenza. Una cultura riportata senza sconti e indulgenze, molto lontano dalla nostra condivisione, ma ben organizzata e umanamente ricca. Il libro di Achebe risulta quindi un intreccio ben riuscito di mondi antagonisti che ha segnato una svolta storica nella letteratura mondiale e con grande maestria permette considerazione sui risultati della colonizzazione africana regalando piacere nella lettura.





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