Il romanzo si apre con una celebre quartina di Yeats sull’Apocalisse :
Turning and turning in the widening gyre
The falcon cannot hear the falconer;
things fall apart; the centre cannot hold;
Mere anarchy is loosened upon the world
che parla proprio dello sconvolgimento degli equilibri più fragili, come avviene nell’annientamento di una cultura e dei suoi usi e tradizioni, da parte di un’altra, spesso più civilizzata: una storia universale, vecchia come l’umanità che qualsiasi manuale di antropologia può descrivere. La singolarità di questo romanzo, scritto da un nigeriano, è che non vi è una distinzione netta tra buoni e cattivi, i bianchi tutti buoni ed i cattivi tutti neri, ma un vero e proprio scontro di civiltà che tramandano valori diversi, un conflitto tra culture, religioni e concezioni politiche che rispondono a criteri differenti.
La prima parte del romanzo è un vero trattato di antropologia che descrive puntualmente usi e costumi del popolo selvaggio, la cui società mostra già segni di cedimento, un equilibrio fragile che si rivela in certe consuetudini per nulla edificanti, come l’abitudine di abbandonare nella giungla i neonati gemelli o di mutilare i bambini nati morti perché non ritornino nelle gravidanze successive della stessa donna. La religione professata è pagana e politeista, animista e teriomorfica, caratterizzata da un approccio strumentale che lega la celebrazione dei riti al desiderio di ottenere qualcosa dagli dei che, molto temuti, a volte sono favorevoli agli uomini, altre volte, invece, sono loro contrari e nemici. Rispettare le regole religiose e tradizionali aiuta l’uomo, lo protegge dal fato avverso la cui opera è spesso più potente dell’azione responsabile dell’individuo. La trasgressione viene giudicata dal clan nel suo insieme in un processo che coinvolge tutta la popolazione, perché è il popolo tutto che viene messo in pericolo dall’ira degli dei. E’ un mondo immerso nella natura e nei suoi ritmi, percorso da un dialogo uomo-animali continuo e significativo. Non mancano anche aspetti spirituali quali la spersonalizzazione o ”possesso” di un individuo da parte degli spiriti, come avviene per Chielo donna e sacerdotessa insieme o per i temibili Egwugwu. Il senso del magico è infatti molto forte, così come il terrore del buio e il legame cogli spirti degli antenati, rappresentando di fatto un tentativo di dare un senso alla realtà nei suoi aspetti più inspiegabili. Il suono dei tamburi nella notte eccita un uomo quasi come un impulso sessuale: è lo spirito dei tamburi, un ritmo frenetico che rimanda al pulsare del cuore. Un clan che possiede stregoni e sacerdoti potenti nella magia è temuto dagli altri clan.
Il protagonista, Okonkwo, non è un personaggio del tutto positivo e l’autore ne delinea molto bene i tratti psicologici: oggetto della pesante eredità del padre, che la comunità giudicava un inetto, egli è violento perché vuole affrancarsi da tale eredità e teme di essere considerato un debole. Un uomo è giudicato dalla sua forza, dal suo coraggio in guerra, ma anche dalla sua capacità di mantenere la famiglia con l’igname. 1 Egli tuttavia non è privo di sentimento, come dimostra nel suo comportamento verso la figlia Eznima, anche se gli usi lo costringono ad un atteggiamento sempre indifferente. Il figlio maggiore è già più critico verso gli usi del clan e dimostra di percepire le falle della loro cultura, mescolando così allo scontro culturale anche il conflitto generazionale 2.
I “selvaggi” non hanno mai avuto contatti coi bianchi, li considerano degli albini e pur non avendo un atteggiamento aprioristicamente negativo li tengono a distanza o dubitano fortemente dei valori da questi professati; molto interessante a questo riguardo è il dialogo/confronto sui dogmi religiosi del cristianesimo che induce il lettore occidentale a riflettere su certi aspetti della sua religione. Non tutti i villaggi tuttavia hanno una reazione aggressiva verso i missionari cristiani: il villaggio materno, in cui Okonkwo viene esiliato per un certo tempo per aver violato una norma di convivenza civile, è del tutto pacifico e difatti è proprio da esso che inizia l’opera di conversione dei missionari bianchi. Alcuni di essi si pongono il problema di come avvicinare questi popoli, che sono presentati come primitivi e quindi da civilizzare, come dichiara il nome dell’associazione appositamente costituita – Pacificazione delle tribù primitive del Basso Niger – ma altri invece approfittano dell’opacità del governo di queste terre 3 e rubano e uccidono senza ritegno, come racconta la chiusura lapidaria del romanzo. Il tema è quindi se il colonialismo sia stato giusto o no. I primi missionari in fondo non avevano obiettivi di potere, e anzi dettero l’avvio ad un’opera di educazione attraverso la scuola, ma poi l’uso delle armi rese il confronto violento e i colonialisti tennero per sé le leve del comando non dando luogo alla formazione di una classe dirigente locale che potesse assicurare la continuazione dell'opera civilizzatrice una volta cessato il potere coloniale. L’introduzione di una nuova religione di fatto comportava attentare alla cultura tradizionale poiché, in queste culture primitive, la religione permea di sé ogni aspetto della vita.
Il romanzo di Achebe è sicuramente molto realistico, più vero dell’immagine dell’Africa nera che Conrad ci ha tramandato con il suo Cuore di tenebra: difatti Achebe la contesta considerandola improntata ad un razzismo oscurantista. La parte che fornisce le informazioni sugli usi della popolazione autoctona è molto interessante: lo scopo del romanzo è infatti anche di ridare dignità alla cultura originaria nigeriana, a dimostrare che i comportamenti dei popoli primitivi non erano del tutto assurdi, ma improntati comunque a dei valori condivisi anche se non tutti tollerabili, quali l’importanza data allo spirito guerriero 4 o l’atteggiamento maschilista violento. Il clan, la tribù sono un valore fortissimo e molti conflitti nascono da futili motivi di contrasto tra clan diversi 5 . La lingua poi è semplice e chiara anche là dove sono introdotti termini africani che sono intuitivi e non disturbanti. Anche nella cultura primitiva l’eloquenza, l’arte di conversare gode di alta considerazione ed il frequente ricorso a proverbi serve ad addolcire il discorso e facilitarne la comprensione: è l’origine della narrativa nella storia della civiltà.
In ciò il romanzo si può considerare un vero archetipo del romanzo africano moderno. Difficile invece è inquadrarne storicamente le vicende: la società descritta, infatti, appare molto più primitiva della probabile datazione a cavallo tra XIX e XX secolo, una società che è rimasta immobile per millenni e che non si può considerare un vero e proprio Eden se non per persone come Okonkwo. Il suo cambiamento provoca il disorientamento del personaggio che finisce per impiccarsi, contravvenendo alla stessa legge che aveva fatto di tutto per difendere, e ribellandosi alla vergogna di essere condannato all’impiccagione dai bianchi. Egli si uccide perché non capisce quanto sta succedendo, o forse perché ha capito troppo e intuisce il futuro della sua gente. Molto bella è l’immagine con cui Achebe sintetizza gli effetti del colonialismo su questi popoli : The white man has put a knife on the things that held us together and we have fallen apart. (L’uomo bianco ha inserito un coltello tra gli elementi che ci tenevano insieme e noi siamo crollati).
1 Yam stood for manliness
2 Living fire begets cold, impotent ash – si rammarica Okonkwo.
3 I clan non hanno un re, come l’Impero britannico
4 Questo raduno – dice Okonkwo – è per uomini, al fine di escludere un avversario togliendogli dignità.
5 The strong bond of kinship.

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