Pensando che possa essere di interesse ai membri di questo gruppo di lettura, publichiamo qui i testi prodotti nel ambito del Ciclo Il Canone Americano, promosso dal Gruppo Bauman e presentato nella Casa delle Culture, a Modena, nel Marzo del 2023.
Edith Wharton (1862-1937)
“Ogni grande romanzo dev’essere, in primo luogo, fondato su un acuto senso dei valori morali, e poi costruito con unità classica ed economia di mezzi.”
L’autore deve “ tenere costantemente presente che non si tratta di modificare i personaggi in funzione di una situazione, ma di vedere come quei personaggi, restando quelli che sono, modificheranno la situazione stessa”
Dichiarazione di poetica non ascrivibile ad H. James a cui si addice molto bene, ma ad Edith Wharton, sua carissima amica e, per molti aspetti, sua discepola, a cui il grande scrittore nel 1902 si rivolge esortandola con queste parole “Ce l’hai attorno: Non ignorarlo, l’immediato, il reale, il nostro, il tuo, quello che attende il romanziere […] Fai New York”
Edith Newbold Jones è conosciuta dal grande pubblico con il cognome del marito come Edith Wharton. Nata a New York il 24 gennaio 1862, in una signorile palazzina della Ventitreesima Strada Ovest, appartiene ad una delle quattrocento famiglie più antiche e ricche della città, allora in grande sviluppo economico e finanziario. La ricchezza e i privilegi di cui gode la sua famiglia hanno ispirato la frase “stare al passo con i Jones". Ciononostante, Edith risente profondamente della crisi di valori della società borghese, facendone il motivo di fondo della sua produzione. È la terza figlia di George Frederik Jones e Lucretia Rhinelander anch’essa appartenente alla stessa cerchia sociale. La famiglia vive, durante i primi anni di vita di Edith, tra Newport e Manhattan; nel 1866 i genitori decidono di trasferirsi in Europa sembra per motivi economici. Qui Edith viene educata privatamente e raggiunge una buona conoscenza del francese, dell’italiano, che aveva ascoltato nei salotti fiorentini, romani, veneziani della più alta aristocrazia, e del tedesco manifestando grande interesse per i classici che legge con passione per intere giornate.
Le sue letture spaziano da Shakespeare alla Bibbia, da Goethe a Milton fino a Whitman, ma legge con grande interesse anche i romanzi francesi e, successivamente, volumi di scienze, storia, religione, economia sociologia, antropologia e arte che diventeranno i suoi strumenti di analisi romanzesca.
Per le ragazze del suo tempo l’educazione contemplava esclusivamente le buone maniere e le lingue moderne, che si univano all’acquisizione di tutte le regole del bon ton soprattutto da mantenere inalterate durante i viaggi frequentemente compiuti da gentiluomini e gentildonne nel Vecchio Continente.
A tutto questo Wharton aggiunge ovviamente anche il desiderio di scrivere: inventare, fantasticare, le riesce così bene che nel 1878 suo padre finanzia la pubblicazione di Verses, una sua raccolta di rime. L’anno dopo, Wharton riesce a pubblicare, stavolta in autonomia, sul New York World “Only a Child” e “The Constellation’s Last Victory” due poesie sentimentali ispirate a fatti di cronaca riguardanti povera gente, appresi dai giornali. Nel 1880, grazie al fratello Harry, altre sue poesie arrivano sulla scrivania del direttore di The Atlantic Montly, che decide di pubblicarle. Si tratta di tappe importanti per una diciottenne, ma rimangono senza seguito per molti anni, perché sebbene lei sia decisa, disciplinata e assolutamente desiderosa di continuare a scrivere, l’ambiente in cui vive non è intellettualmente favorevole ai suoi interessi e propositi. I suoi genitori, riporta nella sua autobiografia “sebbene avessero in grande stima la letteratura, manifestavano un certo disagio per coloro che la producevano”. Scegliere di essere artista non occasionale comporta un’apertura al mondo, anche a quello più scapigliato, e nulla di tutto questo può trovare posto nella vita di una fanciulla agiata e destinata unicamente al matrimonio con un uomo della sua stessa classe sociale. Wharton lo sa tanto quanto la sua famiglia così si “inabissa”. Sempre nell’autobiografia, così ricorda quel periodo “Mi ritirai in segreta comunione con la Musa. Continuai a coprire vaste distese di carta da pacchi con prosa e poesia, ma il sogno di una carriera letteraria, che per un attimo aveva preso miracolosamente corpo, presto svanì nel nulla. Come avevo potuto pensare di diventare una scrittrice? Proprio io che non ne avevo mai vista neppure una in carne ed ossa?” E aggiunge che nel gruppo di amici della sua famiglia nessuno aveva interessi intellettuali.
Per diventare scrittrice Wharton si trova dunque a seguire una strada lenta e piuttosto in salita. Dopo un altro periodo trascorso in Europa a motivo della salute declinante del padre che muore a Cannes nel 1883, Edith torna a New York.
Poco tempo dopo, si sposa con il banchiere Edward Wharton amico di suo fratello e di dodici anni più anziano di lei, agiato, ma superficiale e del tutto privo di interessi intellettuali. Lei stessa lo descriverà, nelle sue memorie, come “un uomo dal carattere gioviale e allegro” col quale condivideva l’amore per gli animali, la vita all’aperto e i viaggi. La coppia vive con agio, Edith è molto ricca grazie a due cospicue eredità, ma i viaggi e la frequentazione dell’alta società non sono sufficienti ad appagarla tanto che soffre di malinconiche depressioni e malesseri che si acquietano quando si rende conto che la sua vera vocazione è la scrittura e non il matrimonio e, tantomeno, la vita mondana.
La sua esperienza include la progettazione di giardini e di interni. Progetta, infatti, e fa costruire a Lenox in Massachusetts "The Mount", la casa di quarantadue stanze e un giardino all’italiana dove ha vissuto con suo marito per nove anni in primavera ed estate. Ogni inverno i due coniugi continuano i loro viaggi in Europa di cui ammirano le bellezze artistiche e naturali, incontrano persone del bel mondo internazionale e fanno alcune amicizie letterarie. La pubblicazione ottiene uno strepitoso successo e diventa la bibbia delle élite newyorkesi e bostoniane sempre più affamate di residenze di città e campagna da sistemare secondo l’invidiabile lusso delle ville della vecchia Europa.
Wharton sostiene di essersi molto divertita durante la stesura di The decoration of House, sebbene quest’opera non faccia “proprio parte della mia carriera letteraria”, che in realtà ebbe inizio quando pubblicai sullo Scribner’s Magazine due o tre novelle”. Ma questi primi successi editoriali non cambiano la sua vita insieme al marito, anzi lei ricorda che in famiglia e nell’ambito delle loro amicizie, la sua vocazione alla scrittura era vista con molta indifferenza, se non addirittura da qualche parente eccessivamente legato alle regole della loro ristretta società, con imbarazzo. “Il mio successo letterario meravigliava e imbarazzava i miei vecchi amici, più che impressionarli, e nell’ambito della mia famiglia creava una specie di imbarazzo che aumentò col passare degli anni”. Uno dei pochi amici che la sostengono ed aiutano è Walter Berry, uno scrittore “finalmente”, che la guida nella progettazione dell’opera, le insegna a scrivere in modo chiaro e conciso e, importantissimo, a fare la revisione. Tali lezioni saranno utilissime in occasione della sua prima raccolta di racconti, The Greater Inclination, del 1899 e del suo primo romanzo, un dramma storico ambientato in Italia, The Valley of Decision del 1902. Pur essendo una delle sue opere più interessanti attualmente riceve un'attenzione relativamente scarsa (e per lo più superficiale), nonostante la sua popolarità iniziale. Ambientato nell' Italia settentrionale alla fine del Settecento, riguarda le decisioni che devono essere prese da Odo Valsecca, un giovane di idee liberali che eredita un ducato durante gli anni della Rivoluzione francese. Costretto a scegliere tra lealtà contrastanti - quelle alle forze della riforma sociale con cui si è alleato prima di salire al potere, o quelle della tradizione feudale a cui appartiene per sangue - Odo deve definire se stesso. Risulta fortemente evidente l'investimento personale che Wharton ha riversato nell'ambivalenza e nell'autodefinizione del suo eroe. Attraverso di lui è stata in grado di riflettere su impegni e scelte personali dietro la maschera di un tempo diverso, un luogo diverso e un genere diverso. Adottando pose sperimentali, assumendo vari atteggiamenti e intrattenendo idee contraddittorie, nella narrazione non poteva arrivare allo scioglimento del conflitto personale del protagonista, ma per l’autrice il conflitto personale tra individuo e ambiente si risolve con la scelta della letteratura: il libro esisteva, era suo, era molto letto. Diventando una scrittrice di romanzi, aveva assunto la sua legittima identità. Lavorando nell’ambito politico piuttosto che letterario, il suo eroe non è stato così fortunato. Continuerà, in tutte le opere successive, a rielaborare in prospettiva critica i temi legati alla mentalità fortemente conservatrice dell’alta società e a presentare i protagonisti come portatori di conflitti profondi a causa dei legittimi desideri di realizzazione personale affettiva e riconoscimento sociale che si scontrano con la rigidità dell’ambiente in cui vivono.
La vita di Wharton sta diventando evidentemente più ricca, intensa, soddisfacente: tra il 1900 e il 1904 scrive decine di racconti molti ambientati in Italia, pubblica altre due raccolte e anche due novelle. Sebbene gli italiani del suo tempo la interessassero ben poco, il suo amore per i paesaggi e l’arte italiana non verrà mai meno. Per lei l’Italia rimane sempre il paese del cuore, ma certamente la fase italiana della sua opera si esaurisce nel 1905, sebbene il nostro paese fornirà diverse ambientazioni per sue opere successive quali The Children del 1928 e The Glimpses of the Moon del 1922.
I due racconti The House of the Dead Hand e The Letter sono stati scritti prima del 1905. Nel primo si evidenzia fino dalle prime battute quella “mano di donna…una mano morta, che pendeva inerte, rattrappita, impotente, come levatasi a denunciare un qualche mondo nefando mistero… avesse invano cercato di sfuggire alla morte”, che è un annuncio del destino di Sibilla, ma si presta anche ad essere vista come una sorta di icona enfatizzante la situazione al centro della maggior parte dei racconti italiani del periodo – quella di un personaggio femminile il cui anelito a un appagamento sensuale/o spirituale viene a collidere, oltre che con i divieti del costume e della morale, con la tirannia spesso violenta, l’egoismo, o la pura e semplice ottusità di una figura maschile, padre, marito, amante. Mentre ne La casa della mano morta, il dottor Lombard continua ad imporre il suo volere sulla povera figlia anche da morto, La lettera – attraverso la scena teatrale impeccabile che pone di fronte Donna Candida Falco e il suo ingenuo spasimante inglese – si offre, al contrario, come exemplum della misura in cui la donna può possedere ‘virtù’ tradizionalmente riconosciute all’uomo: coraggio, dominio delle emozioni, stoica abnegazione. La nobildonna modenese, è figlia di un patriota condannato al carcere duro dello Spielberg e morto in esilio e sorella di un giovane simpatizzante di Ciro Menotti messo a morte dal tiranno Francesco IV dopo il fallimento dei moti del 1831. Anch’essa sostenitrice della causa italiana è amica e sodale di esponenti mazziniani e successivamente filo sabaudi. Dimostra tutta la saldezza del suo carattere che la porta a sostenere la causa dell’indipendenza anche a costo di gravi sacrifici personali e familiari.In tutti i racconti composti entro il 1905, le vicende narrate traggono forza dal senso di soffocante imprigionamento di cui Wharton aveva sofferto e, in parte continua a sopportare come donna, moglie e artista, ma le danno anche occasione per cominciare a mettere a fuoco quello che sarà uno dei temi portanti di tutta la sua opera: la ricerca della linea di confine tra la soddisfazione degli impulsi del singolo e la necessaria considerazione dei codici che regolano la società.
Nel 1902, ormai legati da una solida amicizia, James le scrive di nuovo, stavolta una lunga lettera in cui tra le altre cose, pur rammaricandosi della lontananza, si trova nella sua casa di Rye, sulla costa del Sussex, che gli impedisce di chiacchierare di persona con lei, non esita ad esprimere, con la solita franchezza critica, quel che pensa di The Valley of Decision. Si tratta di “un’opera compiuta” spiega, ma proprio per questo, perché Wharton ha il “pieno controllo della situazione”, ma è ancora “suscettibile di illuminazione”, James la esorta ad affrontare il “Soggetto americano” spiegandole “Ce l’hai attorno: Non ignorarlo, l’immediato, il reale, il nostro, il tuo, quello che attende il romanziere[…] Fai New York”. Per lungo tempo questa lettera del 17 agosto 1902, una delle più note e citate della letteratura statunitense, è stata considerata uno spartiacque nella carriera di Wharton quella che, proprio in ragione dell’incoraggiamento di James, avrebbe finalmente consentito all’autrice di trovare la materia romanzesca più adatta a lei. Se così fosse, pero, le parole di James – Fai New York - più che un incoraggiamento sembrerebbero un ordine e la prontezza di Wharton ad accoglierle il salto nel vuoto di un’autrice che dopo uno stravagante romanzo italiano non aveva idea della direzione da prendere. In realtà la questione si pone diversamente: la lettera di James, che fu per l’amica fonte di soddisfazione e giusta fierezza, è rilevante perché fu il miglior viatico nel percorso artistico di una scrittrice incamminatasi da tempo, seppure con iniziali incertezze, verso il romanzo di ambientazione newyorkese. Aveva, infatti, iniziato ad esplorare quello che diventerà il suo tema principale già nei racconti e poi in un romanzo abbozzato, ma presto abbandonato, Disintegration. L’importanza di questo tentativo fallito è però da non sottovalutare perché costituisce una tappa decisiva nell’evoluzione di Wharton perché in una pagina di questo manoscritto, uno dei personaggi, il padre della protagonista - una ragazza della upper class newyorkese lasciata a se stessa durante il divorzio dei genitori – dichiara l’intenzione di scrivere un romanzo dedicato agli americani più privilegiati. O meglio “agli effetti della ricchezza irresponsabile” che egli considera “un vizio della democrazia” che ha generato “una classe potente che non serve a nulla, una specie di mostro di Frankestein, un motore di disintegrazione sociale”.
Questo è il tema che verrà affrontato ed approfondito in La casa della gioia, il suo secondo romanzo. Si tratta di una prova importante come per ogni scrittore che, avendo ottenuto un buon successo con il suo primo romanzo, deve affrontare quella più ardua per chiunque voglia continuare a scrivere, ovvero dimostrare a se stesso, al pubblico e alla critica di essere un vero artista. Wharton deve scegliere il soggetto, ma anche confrontarsi e chiarire a se stessa il concetto stesso di romanzo. Chiedendosi che cosa è il romanzo e come funziona, Wharton sfrutta al meglio quel dono speciale di disporre il pensiero astratto in un flusso verbale morbido, ordinato, colloquiale.
The Valley of Decisionnon era affatto, nel senso che io davo al termine un romanzo, ma soltanto una cronaca romantica[…]; la mia idea di un romanzo era qualcosa di molto diverso, qualcosa di molto più compatto e centripeto […]. Il destino mi aveva fatto vivere a New York e il mio istinto, come scrittrice, mi consigliava di usare il materiale che avevo più a portata di mano. I romanzieri della mia generazione devono aver notato che la critica moderna chiede a ogni romanziere di trattare lo stesso soggetto, considerando insignificante l’autore che rifiuta di conformar visi. Al momento la richiesta riguarda soltanto, come meritevole di attenzione, l’operaio e il suo pentolino di minestra in mano.
Nonostante queste affermazioni, Wharton aveva sempre scritto di chi lotta per restare a galla o di chi precipita da una situazione di relativo benessere al marciapiede: le sue radici affondano nel naturalismo, ma per il suo secondo romanzo, ispirata da James, si metterà alla prova con il “soggetto americano”. Seguendo l’esortazione del maestro, in The House of Mirth, insieme alla New York dei ricchi e ai loro egoismi compaiono le strade in cui si vive peggio, dando così vita ad un romanzo sull’egoismo dei ricchi, sull’effetto dei ricchi su chi non può permettersi di vivere alle loro altezze.
Certamente è corretto considerare Wharton la romanziera della upper class americana, ma la scrittrice non è solo questo: nel suo primo grande romanzo dimostra di essere portatrice di idee nuove e radicali sia dal punto di vista formale sia dal punto di vista del contenuto. Descrive, infatti una società patriarcale fondata sul possesso esibito di beni materiali ed anche di persone, ovvero mogli e figli. La protagonista, Lily Bart vive in ambienti esteticamente perfetti giornate piene di inviti alla spensieratezza, ma essa è sola, incostante e orgogliosamente riservata tanto da non avere alcuna fiducia nel prossimo.
L’autrice, nella sua autobiografia afferma “Esistono, in verità, soltanto due regole essenziali [per il romanziere] una che tratti soltanto ciò che gli è a portata di mano, letteralmente o figurativamente (nella maggior parte dei casi sinonimi) e l’altra, che il valore di un soggetto dipende quasi interamente da ciò che l’autore vede in esso, e da quanto profondamente egli è capace di vedere dentro di esso” Eppure questo scavo non è ancora sufficiente: affinché il soggetto più lieve e desueto, la New York elegante, acquisisca rilevanza romanzesca c’è bisogno di dargli spessore, ovvero è necessario passare dal piano meramente bidimensionale dell’osservabile a un più complesso sistema tridimensionale:Il problema era come estrarre da un simile soggetto il tipico significato umano che rappresenta il motivo del romanziere per raccontare una storia anziché un’altra. Sotto quale aspetto si poteva dire che una società irresponsabile alla ricerca del piacere nutrisse” quel vecchio dolore del mondo”, una sofferenza più profonda di quanto la gente che formava simile società potesse immaginare? La risposta era che una società frivola può acquistare un significato drammatico soltanto attraverso ciò che la sua frivolezza distrugge. Il suo tragico coinvolgimento consiste nel suo poter degradare persone e ideali. La risposta, i breve fu la mia eroina, Lily Bart.
Lily Bart è una giovane donna di buona famiglia che, rimasta all’improvviso orfana e priva di mezzi di sostentamento, vive ospite di una zia benestante. Il suo unico obiettivo è affermarsi in modo stabile nell’alta società newyorkese: Che sia mediante un matrimonio particolarmente conveniente, un investimento fortunato, una vincita al gioco, un’eredità, l’importante è scongiurare la “vergogna della povertà” e fare parte della ristretta cerchia dei ricchi. A tutti i costi, anche rinunciando all’amore. I mezzi non le mancano: è bella, affascinante, determinata. Eppure, evidentemente, non è del tutto consapevole delle regole del gioco che pensa di condurre e che invece la travolgerà. Ha cuore e coscienza e tanto basta per venire schiacciata da quello stesso mondo di cui cerca ostinatamente di far parte.
Grazie allo slancio impresso dal “significato drammatico” - il potere distruttivo della frivolezza – il soggetto romanzesco, anche quello apparentemente più inerte, prende vita e sboccia alto e flessuoso come un fiore, come un giglio – Lily. Una volta capito questo, secondo Wharton, “il romanzo filò verso il climax”, tanto che aggiunge “Quale sarebbe stato il mio climax lo sapevo prima di cominciare”. Tanta sicurezza deriva evidentemente dalla fiducia che ripone in un progetto ben concepito, uno che dimostri l’inevitabilità dei processi distruttivi innescati da “una classe sociale potente che non serve a niente”. Una volta reperito un meccanismo sociale, il meccanismo romanzesco può scorrere soltanto in una direzione, spingendo l’opera, ogni opera della Wharton, non soltanto questa sua prima incursione nell’alta società newyorkese, verso quell’equilibrio che si può definire classico e che l’autrice condensa in una frase apparentemente banale “la mia ultima pagina è sempre latente nella prima”.Il tema del conflitto tra la buona società che si ammanta di valori morali e l’individuo – l’individuo di sesso femminile soprattutto – che se pur minimamente marginale o ribelle ne viene schiacciato, resterà una cifra aurea nei romanzi e racconti futuri di Wharton. Ma qualcosa doveva ancora accadere nella sua vita di donna e scrittrice.
Nel 1907 Edith e suo marito Edward affittano un appartamento a Parigi in rue de Varenne 58, fauburg Saint-Germaine . Ormai della cerchia dei loro vecchi amici, oltre ai soliti gentlemen e ladies del bel mondo anche europeo, fanno parte numerosi artisti, intellettuali, scrittori il cui perno è, come già detto, Henry James che spesso soggiorna presso di loro e nella cui residenza inglese di Rye Edith si reca spesso da sola o col marito. La loro intesa è solida, essendo entrambi dei colti espatriati americani della buona società, devoti al Vecchio Continente e alla religione della letteratura.
È proprio in questo periodo che James presenta a Edith un suo caro e brillante amico, William Morton Fullerton, giornalista di poco più giovane di lei, corrispondente da Parigi del Times londinese. E’un dandy con un fisico sottile, occhi azzurri e capelli neri, e con alle spalle (ma forse non solo) una vita sentimentale movimentata: relazioni tempestose e un breve matrimonio con una cantante lirica. Per Edith, quarantacinquenne sposata per convenienza sociale, ma senza coinvolgimento sentimentale, quell’uomo seducente e incostante è la prima divanpante e inarrestabile passione della vita. Se nelle sue memorie, per pudore e discrezione, non parlerà di questo amore, la sua onda potente si riversa nelle lettere che scrive a Fullerton (venute alla luce pubblica solo dopo molti anni dalla sua morte) e nel diario, dove nel maggio 1908 annota “Cerchiamo di non perdere una delle poche occasioni che ci rimangono ‘per essere felici insieme’…Strane parole che non avevo mai detto né mi erano state mai dette prima d’ora…Mi guardo come un essere nuovo, che sgrana gli occhi stupiti di fronte a un mondo nuovo. C’est l’auble!” E’ l’alba! Lo scrive in francese, come se nell’uso di una lingua franca, non la lingua materna delle buone maniere, potesse concedersi una nuova libertà. Nella realtà, però, l’amante non può darle molto: è incostante e spesso occupato altrove così la relazione si spegne lentamente senza lasciare tracce apparenti. Ma quella passione fino ad allora sconosciuta le lascia in dono una inedita energia interiore e una nuova potenza letteraria che darà presto il suo frutto in un vero capolavoro, perfetto come una tragedia classica che è il lungo racconto intitolato Ethan Fome. Nei dieci anni in cui Edith ha vissuto nella vasta proprietà “The Mount” a Lennox in Massachusetts, ha girato in lungo e in largo quella parte del New England apprezzandone le meraviglie vegetali, ma ne conosce gli orrori “A quel tempo i villaggi seppelliti sotto la neve del Massachusetts occidentale erano ancora luoghi sinistri, moralmente e fisicamente: pazzia, incesto, lenta inedia mentale e morale si celavano dietro le facciate incolori delle case di legno lungo la strada del villaggio, o nelle case di campagna isolate vicino alle colline”. La terra stessa di quell’angolo di mondo era contraddittoria: boschi verdi, giardini bellissimi, ma anche minacciose rocce granitiche, lande desolate, tempeste di neve che trasformavano per mesi e mesi il paesaggio in una coltre funeraria.
Fin dai suoi esordi Edith Wharton aveva trovato nella natura e negli ambienti che descriveva dei perfetti, per dirla con T. S. Eliot. “correlativi oggettivi”, oggetti e immagini del mondo esterno capaci di veicolare emozioni e sentimenti di quello interno. Per l’autrice newyorkese, però, non si trattava di una scelta tecnica e stilistica, ma di una esigenza personale profonda: nei libri doveva esprimere tutto quel negativo del suo mondo e del mondo in generale che la buona educazione ricevuta e soprattutto introiettata le imponeva di tacere. Interni squallidi e ambienti desolati servivano alla perfezione la sua volontà critica. Forse proprio per questo racconta che scrisse “con la massima facilità e gioia” un libro come Ethan Frome che sarà apprezzato in tutto il suo valore solo anni dopo la sua pubblicazione nel 1911; inizialmente, infatti, veniva considerato troppo duro e doloroso. Forse tanta facilità e gioia le regalò quella storia perché Ethan, il protagonista, cupo e sfigurato contadino del New England, era uno specchio perfetto della delusione e sofferenza amorosa patita dalla scrittrice, ma anche l’eroe di un canto d’amore che nei suoi libri precedenti non era mai stato così limpido ed estremo. Secondo Elisabetta Rasy, Ethan è un antenato povero e malvestito della contessa Olenska e dell’elegante avvocato Newland Archer, protagonisti della passione impossibile raccontata ne L’età dell’innocenza che, nel 1921, valse alla sua autrice il premio Pulitzer per la narrativa, prima donna a riceverlo.
Con Ethan Frome siamo in un altro mondo rispetto all’high society newyorkese, quasi un altro pianeta. Il contesto, così diverso rispetto a quello de La casa della gioia, prova compiutamente come la Wharton fosse in grado di affrontare e risolvere scelte diverse riuscendo a delineare personaggi compiuti, credibili, autentici collocandoli organicamente nel loro ambiente. E un misteriosamente altro e anacronistico paese appare quello in cui si trova a vivere per qualche tempo il giovane inviato dalla compagnia elettrica: la cittadina di Starkfield (alla lettera campo desolato) dove scorge, restandone fortemente impressionato il volto “tetro” e “respingente” di Ethan Frome ormai vecchio, del quale, durante una violenta tempesta di neve, scopre la storia. Si avverte il coinvolgimento dell’autrice alla curiosità partecipe del giovane narratore, ma anche al dramma tutto interiore di Ethan e alla ingenua sprovvedutezza della giovane Minnie; ciononostante la scrittrice mantiene la necessaria distanza dalla materia narrata che non assume mai il tono di una confessione. Il suo lungo racconto, come lei stessa lo definisce, sebbene possa essere più propriamente visto come un romanzo breve, non è propriamente una love story né una novella sentimentale: ogni capitolo ha la compattezza e il dinamismo di un dramma teatrale, ogni capitolo rivela qualcosa in più della vicenda misteriosa di Ethan, dopo che nel prologo la reticenza degli abitanti si Starkfield a raccontarne la vita ha creato un effetto di suspense e una inquieta, allarmata curiosità nel lettore. Sul triangolo composto da Mattie, da Ethan giovane (cioè ventiquattro anni prima che lo incontri il forestiero) e dalla moglie di quest’ultimo, la già vecchia, inacidita e punitiva Zenobia, incombe da subito la maledizione della miseria e del silenzio, così la scintilla dell’amore farà esplodere come in un incubo inarrestabile la scena desolata della casa che li accoglie. Nel corso della storia, il gelido Ethan del prologo si trasforma progressivamente in una figura abitata dal più ardente calore del desiderio che viene descritto da Wharton con ossessiva precisione evidenziando la microfisica amorosa della relazione non espressa verbalmente con la piccola ospite-domestica della triste casa. E con uguale precisione riesce a stabilire per ogni emozione una corrispondenza con il paesaggio circostante, come se la vibrazione dell’amore e quella della sofferenza fossero già inscritti nell’ambiente dove gli esseri umani combattono la loro lotta esteriore- interiore per la sopravvivenza. che sia un richiamo ai colori del cielo, ai rumori della natura, o a un particolare momento del giorno.
Proseguirono in silenzio nell’oscurità del viottolo ombreggiato dagli abeti, dove la segheria di Ethan incombeva nella notte, e di nuovo fuori nel relativo chiarore dei campi. Oltre la cinta degli abeti, la campagna si dispiegava davanti a loro grigia e deserta sotto le stelle. Di tanto in tanto il sentiero li portava sotto l’ombra di una scarpata a strapiombo o attraverso la breve oscurità di un gruppetto di alberi spogli. Qua e là si vedeva una fattoria in mezzo ai campi, muta e gelida come una lapide. La notte era talmente ferma che sentivano la neve ghiacciata crepitare sotto i piedi. Il rumore di un ramo carico di neve che si spezzava lontano nei boschi echeggiava come una schioppettata: a un certo punto sentirono una volpe latrare, e Mattie si strinse a Ethan accelerando il passo.
Oltre alle efficaci capacità narrative e descrittive degli ambienti e delle atmosfere, in questo romanzo del 1911, la Wharton dimostra anche una notevole maestria nel costruire l’intera storia e nel maneggiare i piani temporali, dell’oggi, dei fatti accaduti ventiquattro anni prima, dell’anno di permanenza di Mattie nella fattoria dei Frome e dei pochi giorni in cui tutto si rivela e precipita. E, in più, sembra anticipare di tre anni il concetto di paralysis che troveremo nei “Dubliners” di Joyce usciti nel 1914. Parlando di Ethan Frome, un paesano dice al narratore: ”Forse è stato a Starkfield troppi inverni. I migliori se ne vanno.” E lui non se n’è potuto andare. E poi c’è stato l’“incidente” che ha posto una pietra sopra a tutto. Ethan Frome è ancora lì a trascorrere i lunghi inverni di Starkfield, Massachusetts, i lunghi inverni del suo cuore. Il sorprendente finale è un vero colpo di scena imprevedibile e straziante in cui la natura della terra e la natura delle passioni si intrecciano una danza serrata.
Nel 1913, Edith Wharton divorzia dal marito che aveva lasciato da qualche anno sia per incompatibilità di carattere, sia per la malattia che lo aveva colpito da tempo: con una terminologia attuale si può ipotizzare che Teddy soffrisse di depressione maniacale. Per ventitré anni la coppia, rimasta senza figli, ha lottato insieme e separatamente per mantenere unito il matrimonio. Uno di questi tentativi è stato l'acquisto di The Mount a Lenox. Sebbene i Wharton avessero mantenuto una casa a Newport, a Edith non era mai piaciuta e aveva sempre preferito Lenox. Dopo il loro divorzio nel 1913, però Edith vendette The Mount dicendo che era davvero il progetto di Teddy, ma anche su questo argomento, la scrittrice è molto riservata e nella sua biografia non offre spiegazioni approfondite.
Si stabilisce, pertanto, definitivamente in Europa con un decisione ben più sofferta del divorzio, e sceglie la Francia, non l’Italia che pure amava appassionatamente e che era il luogo in cui aveva ambientato tanti suoi racconti. Sebbene gli italiani del suo tempo la interessassero ben poco, il suo amore per i paesaggi e l’arte italiana non venne mai meno. Ma certamente in Italia non avrebbe potuto trovare la vivacità intellettuale dei salons parigini sui cui meriti culturali e sociali, sui cui raffinati rituali si sofferma con tanto compiacimento (e una certa pedanteria) in A Backward Glance.
Quando scoppia la Prima Guerra Mondiale, Wharton a differenza di molti suoi compatrioti non riparte in fretta e furia per gli Stati Uniti, ma decide di rimanere in Europa dove organizza laboratori per donne rimaste sole, senza lavoro e senza assistenza. Insieme ad altre dame dell’alta società e a diversi collaboratori fornisce loro una formazione professionale, un pasto caldo e la sicurezza di un rifugio. Quando la Germania invade il Belgio e iniziano ad arrivare i profughi, organizza la loro accoglienza, trasforma i circoli sociali in ostelli e mette in piedi un ufficio di collocamento che li aiuti a trovare lavoro. Per questa iniziativa nel 1916 riceve la Legion d’Onore del governo francese. Dal punto di vista politico fa ancora di più: si schiera apertamente a fianco del Paese europeo che la ospita e approfitta di un’occasione che le si presenta per fare da corrispondente, informando i suoi connazionali sulla situazione ed evoluzione del conflitto. Questi scritti uscirono in forma di articoli sul "Scribner’s Magazine" e sul "Saturday Evening Post" nel 1915. I resoconti da zone belliche sono sempre stati appannaggio degli uomini. Le immagini proposte attraverso gli occhi e il tratto femminile, gettano una luce più sensibile e introspettiva, terribile, ma al contempo carica di speranza e di vita: uno spettacolo che è quasi un ossimoro per Edith Wharton, che lo definisce “allegro e terribile”, utilizzando le parole che ricorrono nel capolavoro di Tolstoj, Guerra e pace.
Uno degli aspetti più detestabili della guerra è che tutto ciò che è legato a essa, tranne la morte e la distruzione che provoca, costituisce una tale esaltazione della vita, uno spettacolo così stimolante e coinvolgente.
“Ero tormentata dal desiderio febbrile di creare. Incominciai a scrivere un romanzo breve, Estate, il più remoto possibile per tema e ambientazione dalle scene intorno a me. Lo scrissi in uno stato di estrema gioia creativa” così scriveva la Wharton nella sua biografia. La scrittrice aveva definito la sua creatura letteraria l’”Ethan Frome rovente”. Se in quel racconto lungo l’inverno condiziona le vicende dei due sfortunati protagonisti, anche in questo romanzo una stagione è vista come metafora e l’ultima occasione di felicità per Charity Royall, quasi condannata a sposare il suo tutore. North Dormer, come tanti altri villaggi del New England, appare quanto mai isolato, tagliato fuori da qualsiasi mezzo di comunicazione con il mondo esterno. L’altrove per chi vive a North Dormer può essere solo immaginato, misterioso, vagheggiato, quell’altrove che per Charity Royall ha le sembianze di Lucius Harney. Ma la scandalosa passione tra Lucius e Charity è destinata a spegnersi con l’arrivo dell’autunno.“Quella sera stessa, nella luce fredda della luna d’autunno, il calesse li lasciò davanti alla porta della casa rossa”
Uscita prima a puntate nel 1922 su “The Red Book Magazine”, la novella Miss Lowell ispirò nel 1935 lo spettacolo teatrale omonimo e nel 1939 un celebre film Il grande amore (The Old Maid) diretto da Edmond Goulding con Bette Davis e Miriam Hopkins. In questa novella considerata fin dalla sua prima apparizione un autentico capolavoro, l’autrice, racconta la storia di “una maternità sacrificata”. “L’ho fatto per mia figlia… per mia figlia…"
Negli anni Cinquanta dell’Ottocento, nella vecchia New York sicura, protettiva e soprattutto ipocrita, dove alcune famiglie predominavano, senza ostentazione e in agiatezza, una giovane donna, Charlotte, appartenente al ramo povero dei Lovell, aveva commesso uno “sbaglio” e la conseguenza era stata la nascita illegittima di sua figlia Tina. Ecco perché sua cugina Delia Ralston, giovane vedova con due figli, entrando in contatto con “il lato sottostante la levigata superficie sociale”, con amore e dedizione si era presa cura di Tina. Nell’alta casa di arenaria di Gramercy Park, si era venuto a formare un insolito triangolo: una madre “adottiva” chiamata “mamma” da Tina, fanciulla in fiore e una “zitella” chiamata “zia” dalla “cara protetta di Delia Ralston”, ridicola e di mentalità ristretta, che aveva rinunciato alla propria maternità, frutto del suo peccato d’amore di gioventù. Delia e Charlotte erano legate dal doloroso passato di Miss Lovell, autodestinatasi a rimanere tale per sempre, giacché era dunque vero che la società non usava la stessa indulgenza nei confronti degli uomini e delle donne. Nel mondo ristretto al quale tutti loro appartenevano, erano sotto gli occhi di tutti in quanto vivevano in stretto contatto gli uni con gli altri, la vita era passata accanto a Charlotte. Ma tutto ciò non aveva importanza per Miss Lovell, la sua rinuncia aveva salvato socialmente Tina. L’angoscia di “zia” Charlotte e i dissidi interiori dell’altera Delia esploderanno in un crescendo narrativo con l’evolversi delle vicende sentimentali di Tina. In questo breve romanzo, Edith Wharton esprime al meglio le sue abilità letterarie. Lo sguardo ironico, ma ricco di compassione per l’essere umano, i personaggi che provano a sgretolare le regole imposte dalla società, il coraggio di affrontare temi scabrosi per l’epoca e l’acuta capacità descrittiva della società del suo tempo si dispiegano in un romanzo densissimo in cui la scrittura diventa un insieme di indizi da decifrare per ricavare il senso della storia, al di là anche di quanto gli stessi personaggi vogliono dire e/o ammettere.
La penna si ritrae davanti all’insondabile mistero dell’animo umano e alla spessa coltre di apparenze che la società impone a salvaguardia del decoro e dell’onorabilità di certe buone famiglie. L’argomento che l’autrice decide di trattare non è dei più semplici, ma nemmeno lei lo affronta direttamente, a viso aperto. Un segreto indicibile serpeggia tra le mura di casa Ralston che nessuna delle due cugine osa pronunciare. Tutto quello che agli occhi della buona società newyorkese necessiterebbe di molte spiegazioni, è perfettamente chiaro come da farsi in privato, quando sono sole nella camera o nel salottino di Delia. La minaccia dello scandalo è sempre lì a ispirare una condotta irreprensibileIl cambiamento era avvenuto il giorno in cui Charlotte, rannicchiata proprio su quel divano, aveva fatto la terribile confessione. Lì, per la prima volta, Delia, con un vago senso di esaltazione timorosa, aveva percepito le forze cieche della vita brancolare e gridare sotto i suoi piedi; ma quel giorno aveva anche capito di esserne esclusa, di essere destinata a vivere tra i fantasmi. La vita le era passata accanto, e l’aveva lasciata con i Ralston.
Il suo penetrante sguardo critico che proviene dall’interno, consente a Wharton una singolare prospettiva dal di dentro e contemporaneamente dal di fuori della società che descrive; la scrittrice riesce a vedere che in quel mondo tanto elegante e perbene “l’insolito era considerato immorale o sconveniente, né venivano frequentate persone che provassero emozioni” e che “ la gente temeva più lo scandalo del contagio, e stimava la decenza più del coraggio” come afferma il protagonista di L’età dell’innocenza.
Era seccante che il palco che catturava l’unanime attenzione della New York maschile fosse quello in cui la sua fidanzata sedeva tra la madre e la zia; e che per un istante non fosse riuscito a identificare la signora con l’abito in stile Impero né a capire perché mai la sua presenza suscitasse tanta animazione tra gli iniziati. Poi l’orizzonte gli si schiarì, accompagnandosi a un moto subitaneo di indignazione. No, ovviamente; nessuno avrebbe potuto immaginare che i Mingott sarebbero arrivati a tanto! Ma ci erano arrivati; era indubbio; perché i commenti alle sue spalle non gli lasciarono alcuna incertezza che la giovane donna fosse la cugina di May Welland, la cugina cui tutti in famiglia alludevano sempre come alla “povera Ellen Olenska”. (cap. II)
Le ultime famiglie nobili rimaste in città, soppiantate dalla nuova borghesia di commercianti, sono tutte presenti all’Opera quando il giovane avvocato Newland Archer annuncia il suo fidanzamento con May Welland, nipote di una delle migliori famiglie newyorkesi, quella dei Manson Mingott. La gioia del momento viene offuscata dal ritorno in famiglia di May, della cugina, la contessa Ellen Olenska. In città la reputazione della ragazza è ormai compromessa: trasferitasi in Europa fin da giovanissima, ha contratto matrimonio con un ricco conte polacco, dimostratosi poi un essere meschino e violento. Ellen, contro il decoro corrente, lo ha abbandonato per poi tornare in America in cerca di pace e serenità. Il comportamento poco dimesso, l’abbigliamento alla moda europea e le frequentazioni della ragazza, infatti, ben presto la allontanano dalle famiglie più influenti,che in un primo momento l’avevano accettata anche dietro l’interessamento della famiglia più influente della città, facendone di nuovo una reietta. A peggiorare la situazione, il desiderio di Ellen di iniziare una causa contro il marito per ottenere il divorzio. Dilaniata tra il desiderio di essere accettata e la fiducia nelle proprie convinzioni “La solitudine vera è vivere in mezzo a tutte queste persone gentili che ti chiedono soltanto di fingere!”, Ellen si affida al suo affascinante avvocato e tra i due si crea un forte legame, che lei stessa però rende impossibile. Non volendo essere il motivo della rottura del fidanzamento tra l’avvocato e May, la contessa rinuncia alla felicità, spingendolo a onorare una promessa che lui stesso non ha il coraggio di infrangere, perché Ellen rappresenta tutto ciò che lui ammira e desidera, ma di cui ha anche paura. È la parte di lui che lo spinge a cambiare, a diventare una persona diversa, nella quale, in fondo, non si riconosce. “Erano lì, vicini, assieme e al sicuro del chiuso di una stanza; tuttavia, così incatenati ai loro distinti destini che tra loro avrebbe potuto esserci una distanza pari alla metà del mondo.”E così si consuma la possibilità di vivere davvero, di assecondare le proprie emozioni e trasformare il desiderio in un progetto. Il destino dei protagonisti si tinge di malinconia, di nostalgia di ciò che poteva essere e non è stato. Non sono le circostanze a ostacolarli, perché loro stessi scelgono di lasciare il sogno irrealizzato, la possibilità inespressa.
Il grande successo ottenuto dal romanzo, che ha fatto vincere per la prima volta il Premio Pulitzer ad una autrice, è sicuramente il frutto della sua prosa estremamente scorrevole, del suo proverbiale tono ironico, ove non sferzante, e della trama incentrata su una tormentata storia d’amore; ma soprattutto dell’originale rievocazione di un’epoca relativamente recente e, tuttavia, immensamente lontana, quasi straniera, giacché i lettori vengono riportati in una New York confortante e raffinata e, allo stesso tempo, inaspettata. I personaggi si spostano in carrozza, passano da un salotto di famiglia all’altro, da un ricevimento all’altro e da una prima all’Opera all’altra, ripetutamente da un anno all’altro come se la loro esistenza seguisse rituali rodati e inalterabili, come se la città fosse un villaggio dove tutti conoscono tutti e non cambia mai nulla tanto che gli abitanti possono chiamarsi fuori dal tempo.. Possibile che un ambiente così statico fosse solo la New York di cinquant’anni prima? Il tempo in cui si svolge la vicenda è di circa due anni, presumibilmente intorno alla metà degli anni settanta dell’ottocento, ma non vi è alcuna data e sono presenti alcuni riferimenti cronologici contraddittori. All’autrice non interessava l’esattezza storica; per lei l’importante era ritrovare il sapore della propria infanzia e adolescenza prima che fosse spazzata via da una modernità chiassosa, da stili di vita sgargianti e da ricchezze sempre più esibite. La città in cui svolge la vicenda è la New York di Wharton: un universo personalissimo e completamente immune a quello che accade fuori dai suoi confini. Nell’ultimo capitolo, il romanzo avanza di quasi trent’anni precipitando nel ventesimo secolo: la vecchia New York è scomparsa e il futuro si mescola a un incancellabile senso di perdita, ai fantasmi di patetiche e testarde illusioni.
Il protagonista, ormai un uomo nell’avanzata mezza età, rientra da un impegno serale e si ritira nella sua biblioteca, il luogo dove sua moglie, morta da qualche anno, gli comunicava le novità più importanti della loro vita matrimoniale. Dove parlavano del carattere e delle scelte dei figli, dove hanno preso le decisioni più rilevanti per il loro futuro familiare. In breve, l’intellettuale Archer, lo studioso, l’amante dell’arte, non ha mai posseduto uno spazio privato, “una stanza tutta per sé come aveva progettato e credeva di aver realizzato sia in casa della madre, sia nella dimora coniugale. E dopo aver parlato al telefono col figlio, comprende che la moglie era una donna molto diversa da come lui aveva sempre creduto che fosse e che la vera arciera (nonostante il suo cognome) che aveva saputo centrare il bersaglio era stata lei, non lui. Non è stato capace di comprendere la vera personalità della moglie o non ha voluto? Osservandola nella fotografia che tiene sulla scrivania da sempre, pensa “Eccola lì: alta, flessuosa e dal seno florido, con la sua mussola inamidata e il cappello di paglia a tesa larga, così come l'aveva vista nell’aranceto della Missione. E così come gli era apparsa quel giorno era rimasta” Dopo aver parlato col figlio che gli rivela una conversazione avuta con la madre morente, Archer torna a pensare alla moglie che si è improvvisamente trasfigurata ai suoi occhi tanto che conclude” Il fatto che dopo tutto, qualcuno l’avesse compreso e compatito sembrò avergli tolto un peso dal cuore. E che fosse stata sua moglie lo commosse oltre ogni dire”. Nonostante per due volte la moglie fosse riuscita ad impedirgli di fare delle dichiarazioni che avrebbero dato una svolta definitiva alle loro vite, Archer sembra rendersi conto solo dopo trent’anni che la moglie ha condotto il gioco e non ne è stata spettatrice inconsapevole. Il romanzo è costruito in modo che il protagonista sia protetto dalla trama e dagli altri personaggi che sono tutti al suo servizio. La sua vita vera si è svolta soltanto in biblioteca. E il resto? Il grande amore? La passione violenta e non vissuta? Sono stati solo momenti di una tragedia patetica, di una illusione romantica? Il colpo di scena finale, fa comprendere al lettore come Archer si voglia identificare con l’uomo nobile che ha rinunciato all’amore per la famiglia, che si è sacrificato per nobiltà d’animo. In realtà, Archer, nonostante il suo amore per la musica, le arti, la letteratura, come fa notare l’autrice nel primo capitolo “in fondo era un dilettante” Non è un epiteto generoso ed è significativo che nell’ultimo capitolo, in una descrizione speculare a quella del primo, Wharton lo ripeta “per natura sarebbe sempre stato un contemplativo e un dilettante, ma aveva contemplato cose sublimi e aveva avuto cose eccelse da cui trarre piacere”. Sono passati trent’anni e Archer non è cambiato.
Anche la tormentata storia d’amore di Archer per Ellen è motivata dal suo desiderio di studiare il trucco della donna che è riuscita a convogliare l’attenzione di tutti gli uomini su di sé. Per tutto il romanzo, allora, lo vedremo oscillare inquieto tra ammirazione e svilimento, tra la difesa cavalleresca di una donna che tutti giudicano con severità e il dubbio che ogni suo gesto e ogni sua parola siano menzogne., Le impressioni negative soppianteranno continuamente quelle positive e viceversa: e l’incertezza, la paura aumenteranno. Non è mai lui a decidere: è Ellen che decide di tornare definitivamente in Europa, è la moglie che lo lega al matrimonio dicendogli che aspetta un figlio; addirittura, nella scena finale, non si reca a casa di Ellen che lo ha gentilmente invitato come se volesse convincere se stesso e noi lettori di essere un gentiluomo all’antica che dignitosamente esce di scena. Ma che cosa significa che Archer è un dilettante? Egli non ha alcun hobby, nessun interesse che lo occupi in modo speciale, anche il lavoro di avvocato è un passatempo “esercitava la professione di avvocato nel modo svagato dei newyorkesi della classe agiata”. Sembra che egli si diletti del dilettarsi di se stesso. Molti uomini, nella narrativa di Wharton, sono persone per bene, tuttavia passivi, incapaci di entrare attivamente nella sfera pubblica per promuovere il bene comune. Peccato che la distaccata eleganza di Archer abbia un prezzo agli occhi di Wharton: Archer resta un dilettante dell’esistenza per tutta la vita, ovvero per tutto il libro. Uno spreco. Di conseguenza, L’età dell’innocenza non può essere considerato un Bildungsroman visto che alla fine il protagonista non è cambiato, non ha vissuto alcuna maturazione; Archer non è in contrasto coll’ambiente retrivo in cui vive nemmeno quando si rende conto della ipocrisia che lo caratterizza, egli non è un eroe moderno che si scontra con il passato, non vuole diventare un segno del nuovo e si limita a replicare ritualmente quello che esiste già.
Da donna cosmopolita, ironica e soprattutto colta quale era, davanti alle più assurde tradizioni newyorkesi, Wharton sorride. Tuttavia, in diverse occasioni in questo romanzo, l’adozione di un lessico e di una posa da scienziato sociale non è soltanto un’arguzia sottile utile per vivacizzare la prosa, ma una strategia narrativa il cui scopo è segnalare le deviazioni della voce narrante dal punto di vista di Archer. E’ un invito ai lettori affinché osservino con superiorità distaccata l’universo romanzesco.
Archer non fa che accettare tale imposto destino, si sente come un”prigioniero al centro di un accampamento nemico”, è oppresso da uno “schiacciante senso di solitudine”, ma accetta pur sempre di rientrare nei ranghi[…] L’esposizione che s’è cercato di fare non rende certo giustizia all’arte dispiegata da Wharton, alla sua ironia, memore di una Jane Austen, alla finezza delle introspezioni psicologiche, alla ferma delicatezza con cui è colto il nobile paesaggio di una società in transizione, all’esattezza di certi ritratti e non tanto quello, un po’ manierato e letterario di Ellen, quanto quelli di Newland Archer e specialmente e di May Welland, con la sua tenacia segreta, la sua forza, il suo incrollabile conformismo. Ma qui si voleva soprattutto porre l’accento sulla sostanza di questa trama, e cioè sul senso di sterilità e di fallimento che è alla base dell’opera […] gli “eroi” di Wharton sono tutti sconfitti […] è come se la vita si fosse spenta in loro, perché il loro dolore è infecondo.[…] L’età dell’innocenza è del 1920, e sono questi gli anni in cui la crisi invero latente e anzi intuita e preannunciata da James è scoppiata, son gli anni della «Terra Desolata», della roccia senz’acqua, della vita sterile come la morte. E’ appunto come interprete di questo momento della nostra civiltà che Wharton rimarrà nella storia letteraria. Il centro lirico della sua arte è questo senso di sterilità e di impotenza[…] E’ solo quando spoglia [la sua intuizione centrale] di ogni sovrastruttura che la scrittrice raggiunge invero la sua più alta e tragica espressione; e non stupisce, allora, che il suo capolavoro sia Ethan Frome, quella breve, lancinante storia d’un impossibile amore dove altro non vive che questa sterilità, e dove, sullo sfondo d’un arido paesaggio neoinglese che è quello medesimo del Waste Land, si celebra una tragedia americana che è anche tragedia, questa, universale. (Agostino Lombardo, Il grande romanzo americano, 2022 minimum fax, pagg. 276-278)

















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