Pensando che possa essere di interesse ai membri di questo gruppo di lettura, publichiamo qui i testi prodotti nel ambito del CicloIl Canone Americano, promosso daGruppo Bauman e presentato nella Casa delle Culture, a Modena, nel Marzo del 2023.
La mente che osserva
Assunto fino dalla giovinezza l’abito dell’osservatore, fatale “in coloro nei quali la contemplazione sostituisce a tal punto l’azione”, dotato di una finissima sensibilità visiva, Henry James nutrì per le arti figurative un interesse profondo e coinvolgente che lo accompagnò per tutta la vita e che si rivelò essenziale nella formazione della sua attività di scrittore: La sua vasta opera narrativa è attraversata da continui richiami alle opere d’arte che nella sua lunga vita girovaga di appassionato frequentatore di musei e gallerie egli aveva potuto visitare in America e in Europa. Protagonisti dei suoi romanzi e racconti sono spesso artisti: pittori, scultori, collezionisti o semplicemente viaggiatori curiosi e sensibili cui è data la fortuna di poter coltivare e affinare la più importante qualità dell’eroe jamesiano: l’osservazione.
Nei romanzi di James quello che più colpisce è il dono visivo; egli possedeva “l’occhio del pittore” secondo J. La Farge e sembrava quasi vedere una sensazione, un colore, un suono. Al suo sguardo incantato e partecipe la realtà si dà come “ un quadro, una scena”, le due metafore con cui definiva il suo lavoro di scrittore “io ero tutt’occhi, il mondo decisamente tutto immagini, ciò provvedeva al bisogno del panoramico”.
H. James, Un bambino e gli altri, a cura di S. Perosa, traduzione di G. Schiavi, Vicenza, Neri Pozza, 1993
Lo scrittore è un uomo?
Il tema del conflittuale rapporto di amore-odio, di attrazione-repulsione dell’americano, espatriato o turista, nei confronti della vecchia Europa, affascinante e corrotta - tema a cui negli anni più tardi verrà ad affiancarsi un analogo contrasto di sentimenti da parte dell’espatriato ormai europeizzato nei confronti di una civiltà di origine involgaritasi oltre i limiti del tollerabile - è il più noto e studiato tra i grandi temi jamesiani. Accanto a questo, grande rilievo assume nella sua opera, a partire dai primi racconti fino ai romanzi della cosiddetta “major phase”, quello dell’atteggiamento dell’artista verso l’opera d’arte e, di riflesso, quello dello stesso artista - pittore, scultore, scrittore - nei confronti di una società e di un pubblico che spesso giungono a condizionarne, se non a determinarne le scelte.
Questo tema fornì lo spunto a diversi romanzi, basti ricordare La musa tragica e, indirettamente, I quaderni Aspern e a molti racconti tra cui La Madonna del futuro, La cifra sul tappeto, La lezione del maestro; il tema torna insistentemente, come tema più o meno secondario, in quasi tutta la sua produzione. Soprattutto, negli anni ’90, quando la sua attività letteraria attraversò una fase piuttosto critica con il fallimento del romanzo La principessa Casamassima che si accompagnò al fiasco dei suoi tentativi teatrali, James accantonò provvisoriamente progetti impegnativi per dedicarsi a sperimentare altre strade attraverso il racconto breve e la novellette. In questi anni, il tema dell’artista e dello scrittore in particolare acquistò una decisa preminenza nella narrativa jamesiana: sembra che l’autore americano intendesse porre innanzitutto a se stesso il tema del condizionamento che lo scrittore riceve dalla società e delle scelte, spesso gravose e sgradevoli che egli si trova a dover compiere se vuole restare fedele alla propria vocazione di uomo e/o di artista: le due condizioni sono compatibili? L’artista è anche un uomo? “Il più delle volte penso di no” risponde il Maestro alle domande provocatorie del suo interlocutore e “allievo”. Il dilemma e le scelte conseguenti alla difficile risposta sono preoccupazioni di alcuni artisti, o per meglio dire dei veri artisti che spesso non vedono riconosciuto il valore delle loro opere e tantomeno ottengono successi commerciali. Gli altri, produttori di opere di largo successo presso un pubblico sempre meno sofisticato, non si pongono la domanda sulla natura dell’artista e si accontentano dei guadagni e dei riconoscimenti facili.
Questi scritti hanno in comune il fatto che trattano tutti della vita letteraria, traendo il loro motivo, in ciascun caso, da qualche avventura, qualche difficoltà, qualche estremo pericolo dell’artista innamorato della perfezione, perseguitato dalla sua idea o che paga per la sua sincerità.[…] Nel porre tali diverse domande critiche trovo interessante osservare -criticamente interessante, certo, perché il nostro interesse, qui, non pretende d’essere altro - che, mentre ogni aneddoto sulla vita pura e semplice deriva naturalmente da una buona gomitata dell’immaginazione, da un appunto a matita sul caso di qualcun altro, il materiale per qualsiasi quadro di stati personali così specificamente complicati come quelli dei miei sventurati amici del presente volume dovrà essere tratto in maniera preponderante dalle profondità della mente dell’artista stesso.
H. James, Preface to The Lesson of the Master, in Literary Criticism, vol. II
I racconti illuminano il tormento dell’autore che si era trovato ad essere spettatore o in parte protagonista delle vicende narrate: James, come il protagonista di La prossima volta, aveva avuto parecchie difficoltà anche nella sua collaborazione col “New York Tribune”; le vicende narrate, infatti, affrontano temi quali le esigenze commerciali e pubblicitarie che oggi, ancora più che cent’anni, fa costituiscono condizionamenti esterni sempre più forti e decisivi.
Decombe, il protagonista di La mezza età ha gli stessi anni dell’autore e, come lui, non gode di buona salute. Inoltre anche James si sentiva piuttosto isolato, soprattutto dopo la morte dell’amata sorella Alice nel 1892 e, pertanto, condivide l’affermazione di Decombe “Sono un sopravvissuto, ho perduto molto durante il cammino”. Nello stesso momento, però il protagonista del racconto manifesta anche una rinnovata fiducia nelle capacità creative, basata sulla certezza che l’abbondanza del materiale non è mai esaurita, che solo “il miserabile artista può esaurirsi”. A differenza dell’autore, il personaggio non avrà un’altra occasione, mentre James continuerà anche nella vecchiaia la sua attività, senza lasciarsi fermare dallo scarso successo.
Greville Fane
Greville Fane (1893) è lo pseudonimo di una produttrice di romanzi, costretta a partorire tre volumi all’anno per appagare le ambizioni mondane di due figli sanguisuga. Lei ha scelto la seconda via, quella del facile successo, anch’essa, se seguita con coerenza, meritevole di ogni considerazione, come dichiara esplicitamente il narratore del racconto (alter ego dell’autore che, non va dimenticato, non snobbava affatto il mestiere di scrittore). Il critico, che è il narratore più frequente in questi racconti, ha una grande simpatia per questa scrittrice che ai suoi occhi rappresenta una fonte profonda di riposo per la letteratura. Egli si meraviglia del suo successo senza fine, perché i suoi libri non hanno alcun rapporto con la vita, finché giunge a comprendere che “è solo l’autentico successo che svanisce, sono solo le cose solide che si dissolvono”. E la donna, che inventa amori di duchesse china sui letti dei suoi bambini orfani di padre, gli diventa cara proprio per questa cieca, materna dedizione. La trama del racconto ruota intorno al contrasto fra lei e il figlio, il quale cresce fingendo di essere un romanziere, un falso discepolo della forma, e in attesa dell’ispirazione vive alle spalle della generosità della madre. La gentile descrizione del personaggio di Greville Fane non impedisce a James di commentare esplicitamente l’involgarimento del gusto perpetrato da una scrittrice che poteva offrire volumi al “divertimento dei suoi contemporanei”, ma “non sapeva scrivere una pagina in inglese”.
La lezione del maestro
Il racconto, pubblicato in volume nel 1892, mette in evidenza il primo condizionamento che avverte lo scrittore: la famiglia e la vita domestica sono fonte di preoccupazioni che distraggono fatalmente l’artista dalla ricerca della perfezione: “Fare ciò che ci si è proposto e farlo in modo perfetto” dice il “Maestro” nella sua lezione; “questa è l’unica cosa cui l’artista deve pensare “E’ fatto o no?’ E’ la sua sola domanda …non E’ fatto come un sano interesse per la mia cara famigliola richiede?’.”. E’ una scelta primaria che l’artista deve compiere, senza lasciarsi attrarre dalle lusinghe dei “falsi dei, degli idoli del mercato – il denaro, il lusso, il ‘mondo’, sistemare i figli, vestire la moglie – tutto quello che spinge a imboccare la strada corta e facile” C’è chi decide in un senso, come James, e come sarà quasi costretto a fare Paul Overt, il “discepolo” , giacché “i propri figli si oppongono a questa perfezione. La propria moglie si oppone. Il matrimonio si oppone”. Quando, però il “Maestro”, Henry St. George rimane vedovo, si risposa scegliendo apparentemente di sacrificarsi per il discepolo, che a malincuore accetta, e si fa carico delle noie della vita famigliare e sociale. Il sacrificio è reale? Al lettore rimane il dubbio riguardo la buona fede del maestro se non la bontà della sua lezione che tale resta, sia essa da intendersi in senso positivo o negativo.Si aggiungono poi ai problemi famigliari quelli posti dai rapporti sociali e dalla vita pubblica: il “Maestro”, si sobbarca eroicamente anche questi sacrificandosi al posto dell’allievo; infine, si devono affrontare le scelte più importanti e decisive legate ai rapporti col pubblico, con la critica e con gli editori verso cui la penna di James, col passare del tempo, risultò sempre più acuminata. Egli avvertiva, infatti, la pesantezza del dover scegliere tra perfezione artistica e successo, tra fama duratura ed effimera notorietà popolare.
La prossima volta
Ne La prossima volta, pubblicato nel 1895, il rapporto con la situazione di James non è più così indiretto sebbene il tono sia sempre quello dell’alta commedia. Mrs Highmore “uno degli scrittori più prolifici del nostro tempo” e supportata da un ottimo successo di pubblico, aspira a essere “ma solo per una volta, uno squisito fallimento” come era stato il cognato Ralph Lambert che si era logorato nello sforzo di vendere le sue opere per altro lodate dalla critica e dai lettori che però tutto facevano salvo acquistarle. Dopo che La chiave maggiore non ha nemmeno ripagato le spese dell’editore ed anche i suoi tentativi di pubblicare come giornalista falliscono, Limbert tenta ogni volgare espediente: ma il peggio che riesce a fare non sfugge alla qualità del “capolavoro sfacciato e implacabile” che leggono soltanto i critici più raffinati; e così sarà fino alla fine della sua breve carriera e vita. Anche Il cuore nascosto, progettato come una storia d’avventure, si rivela un capolavoro, “un’altra figlia femmina”. Per lui non ci sarà nessuna prossima volta, come per Mrs Highmore. L’amico critico, che comprende l grandezza dello sfortunato genio letterario e il cui amore ha l’effetto sul grande pubblico dell’ “amore che uccide”, così riassume: “Se è vero che non si può cavare sangue da una rapa, il contrario è ancora più impossibile”. Limbert è costituzionalmente incapace di sacrificare la realizzazione artistica al successo popolare e ai guadagni - per quanto ne abbia un’assoluta necessità materiale, dovendo mantenere una numerosa famiglia - e raggiunge sempre le vette che avrebbe voluto precludersi. Il personaggio della cognata, che vuole, almeno una volta nella vita, provare l’ebbrezza del fallimento commerciale insieme alle lodi della critica, è il frutto della feroce ironia jamesiana. Non è dato sapere al lettore se le aspirazioni della scrittrice saranno coronate dal successo: certo è che lei ha scelto una strada sicura per cercare di realizzare i suoi scopi, ovvero rivolgersi ad un critico e maestro che con i suoi apprezzamenti positivi avrebbe sicuramente affossato il frutto delle fatiche della scrittrice come aveva fatto apprezzando le opere del cognato.L’amarezza jamesiana sembra arrivare al culmine: non soltanto lo scrittore deve rinunciare a ogni illusione di successo personale, ma anche la critica è pressoché costretta al silenzio da un mondo attento unicamente ai valori effimeri e superficiali.
John Delavoy
Nel racconto John Delavoy, l’autore mette in evidenza il successo postumo di uno scrittore ben poco letto in vita, per quanto molto apprezzato dalla critica. Dopo la sua morte, il pubblico e certi editori, teorizzatori dei gusti del pubblico, vorrebbero che lo scrittore fosse stato diverso da quello che era in realtà, mirando a soddisfare la loro curiosità riguardo la vita privata dello scrittore. A tali pretese, si oppone la sorella che, unica custode della memoria del fratello, quando viene richiesta di raccontarlo, oppone queste parole “Ma come posso parlare di lui allora …Come posso scriverne? Egli era la sua opera”La cifra nel tappeto
Il protagonista e narratore di questo racconto del 1896, ancora una volta è un giornalista e critico letterario che, dopo aver a lungo conversato con lo scrittore che maggiormente ammira, Hugh Vereker, viene spinto, proprio dal suo idolo, a rileggere i suoi libri per trovarvi “la cifra nel tappeto”. Questa è la definizione data dall’autore stesso in relazione all’intenzione generale che collega tutte le sue opere, ogni parte, ogni parola della sua produzione, intenzione che è, ad un tempo nascosta e palese tanto che è molto difficile da cogliere per lettori poco raffinati.. Il tentativo non riesce e la cifra nel tappeto rimane un mistero irrisolto, poiché l’unico ad averla individuata, un amico del narratore, anch’egli scrittore e critico, muore prima di avergliela rivelata.
James giudicava il racconto “un’invenzione narrativa piena di significato”, ammettendo che lo stimolo alla scrittura gli era venuto dall’acuta percezione che gli americani apprezzavano ben poco l’accuratezza dell’analisi critica, perciò il racconto intendeva difendere proprio tale atteggiamento critico. I lettori ideali nel racconto sono coloro che vedono la letteratura come “un gioco di abilità”, perché “abilità significa coraggio, coraggio significa onore, onore significa passione, significa vita”Secondo il romanziere Vereker la vita può essere espressa solo indirettamente, simbolicamente; e la sua peculiare intuizione di essa scorre attraverso tutti i suoi libri come la loro “struttura squisita”, “come una cifra complessa in un tappeto persiano.
Il titolo di James ha offerto un modulo linguistico all’accurata critica testuale che egli contribuì ad inaugurare. Eliot, presentando l’interpretazione di W. Knight delle strutture dell’immaginazione shakespeariana, lo propose come traguardo esemplare della critica e Gide lo usò per il suo Journal. La critica attuale sta nel vedere l’opera di un artista non frammentariamente, ma nella sua significativa completezza, nel trovare l’irresistibile ritratto dell’artista stesso nella sua opera. La mera qualità è il gioco d’una coscienza ironica nell’artista lasciato interamente solo, in un mondo chiacchierone e ottuso, con la cosa che più di ogni altra ha voluto fare, con il disegno più o meno realizzato.[…] Giunsi a Hugh Vereker, insomma, per la strada battuta d’una generalizzazione: l’abitudine a notare per molti anni in quale strana e inutile maniera, tra noi tutti, ciò che chiamiamo critica – e la cui curiosità non cessa mai di essere zoppicante – riesce a star lontano dalla intenzione delle cose, da elementi così finemente attestati, da parte dell’artista, come uno spirito e una sua forma, una sua tendenza e una sua logica.
H. James, Preface to The Lesson of the Master cit





Commenti
Posta un commento