Pensando che possa essere di interesse ai membri di questo gruppo di lettura, publichiamo qui i testi prodotti nel ambito del Ciclo Il Canone Americano, promosso dal Gruppo Bauman e presentato nella Casa delle Culture, a Modena, nel Marzo del 2023.
HENRY JAMES
J. S. Sargent, Ritratto di James, Londra, National Portrait Gallery
Noi lavoriamo nell’oscurità. Facciamo quello che possiamo. Diamo quello che abbiamo. Il nostro dubbio è la nostra passione e la nostra passione è il nostro compito. Tutto il resto è la follia dell’arte.
H. James, La mezza età
Henry James è nato il 15 aprile 1843 in Washington Square a New York da genitori di origine irlandese e scozzese. Il padre Henry James sr. era un pensatore, filosofo, teologo e la madre Mary Walsh fu una scrittrice. Henry era il secondo di cinque figli tra cui spiccano il fratello maggiore William, che fu anch’egli un filosofo e psicologo e la sorella minore Alice, da lui molto amata, che scrisse un diario pubblicato solo nel 1934.
La famiglia era largamente benestante, grazie alla fortunata attività del nonno paterno William James sr. che, emigrato dall’Irlanda e stabilitosi ad Albany (N.Y.) si arricchì come banchiere e investitore al punto da lasciare una cospicua eredità ai numerosi figli. Né Henry padre, né i figli, però, ne continuarono l’attività, come dice lo stesso scrittore:
«La rottura con le tradizioni e le disposizioni di mio nonno fu completa; per due generazioni non fummo nemmeno una volta, credo, colpevoli di un affare.»
aggiungendo di sé stesso :
«Davanti all’uomo d’affari americano io ero assolutamente ed irrimediabilmente inerme».
Rientra in questo vario programma il lungo soggiorno europeo di Henry in Inghilterra, Francia, Svizzera e Germania dal 1855 al 1858 e di nuovo, dopo una breve parentesi americana, dal 1859 al 1860. Di questa esperienza lo scrittore ebbe in seguito a dire che «il mio interno senso di essa fu, nella maniera più curiosa, non quello di trovarmi nel vago e nell’ignoto, ma, piuttosto, quello d’essere restituito a un’aria già respirata e ad un’armonia già svelata».
A ciò si aggiunga l’aver frequentato uomini e visto cose, stimolato dalla sua personale curiosità intellettuale e da un’atmosfera famigliare vivace e ricca di sollecitazioni.
Il soggiorno più lungo fu in Francia dove Henry apprese a parlare fluentemente la lingua francese senza balbettare come invece gli accadeva in inglese. Inoltre famigliarizzò con le opere di Balzac che egli considerò sempre il suo maestro dell’arte della narrativa.
In questi anni Henry incontra a Newport la cugina Minny Temple per la quale prende a nutrire un tenero affetto ma sembra che un timore nevrotico del sesso gli abbia impedito dall’ammettere tale sentimento o dal tradurlo in un rapporto fisico, mancando anche esplicite ammissioni dello stesso James, il quale fu sempre molto cauto e riservato in merito alle proprie esperienze amorose. Minnie fu la musa bambina che gli ispirò personaggi straordinari delle sue opere più famose quali Isabel Archer in Ritratto di signora e Milly Theale in Le ali della colomba.
Essa di fatto incarnava l’eroina fragile, spesso malata e comunque svantaggiata, ma determinata e testarda, esempio vivente dell’emancipazione femminile descritta nei best-sellers femminili-femministi dell’epoca che affascinavano James.
Minnie morì di tubercolosi l’8 marzo 1870 ed Henry, benché sinceramente affezionato, accolse la notizia con rassegnata convinzione poiché mentre afferma: « all’occhio del sentimento c’è qualcosa di estremamente commovente nell’improvvisa e completa estinzione di una vitalità così squisita e in apparenza così infinita come quella di Minny.» egli scrive anche che «il suo personaggio non si adatta letteralmente alla vita» e che «è bene che sia stata rimossa dal suo proprio trattamento eroico e messa in mani più gentili», con ciò riferendosi appunto alle sue che trasporteranno Minnie al regno immortale dei suoi personaggi letterari.
La sua «sciagura privata» se da un lato fu per lui l’occasione favorevole per evitare di arruolarsi e quindi di doversi sottoporre ad una prova che il suo animo sensibile non avrebbe retto facilmente, dall’altro finì per radicare in lui un senso di colpa e di impotenza che lasciò tracce nella sua opera, sollecitato probabilmente anche dalle sue inclinazioni omosessuali.
La lesione alla schiena permise a James di dedicarsi con più decisione alla sua vocazione letteraria.
Abbandonati gli studi giuridici intrapresi in un primo momento, egli entrò a far parte della cerchia di scrittori di Boston che tuttavia non era più quella della grande stagione creativa di Emerson, Thoreau, Hawthorne e Melville, il c.d. Rinascimento americano, ma che era principalmente rivolta alla critica e al saggio.
Le prime opere di James pubblicate sulla rivista The North American Review furono infatti delle recensioni, e dettero il via ad un’attività critica, che fu importante nella produzione di Henry James come espressione della sua sensibilità, della sua cultura, ma anche della sua attenzione ai valori formali. Egli voleva essere «l’aiutante dell’artista, l’uomo che porta la torcia, l’interprete, il fratello.» Ne sono una dimostrazione i numerosi scritti su Balzac, di cui riconosce i difetti – la grossolanità -, ma anche il grande insegnamento di realismo, o quelli su Turgenev, che comprese anche umanamente, su Zola, che considerava uno scrittore coraggioso o su D’Annunzio che stimava moralmente volgare, ma di cui apprezzava la prosa.
Il suo studio più famoso fu quello su La Lettera scarlatta di Hawthorne, un autore a lui affine per la comune disposizione a scrutare il mondo della coscienza, e di cui disse che aveva combinato la spontaneità dell’immaginazione creativa con una «ansiosa preoccupazione per i problemi morali», ma di cui condannava l’insistenza allegorica che danneggiava il realismo del romanzo.
In un saggio più tardo intitolato «L’arte del romanzo» pubblicato nel 1884 egli tirò le fila della sua esperienza narrativa e critica ponendo le basi teoriche della sua attività.
Le idee centrali erano:
- la necessità per un romanzo di essere espressione di una fede artistica, il risultato di una scelta, di un confronto
- il suo legame con la realtà così da «rappresentare la vita», da diventare «storia», da trarre spunto “dall’immensità dell’esperienza»
- la sua organicità : «il romanzo è una cosa viva, una e continua, come un organismo in cui in ciascuna delle sue parti c’è qualcosa di ciascuna delle altre parti».
- la fusione di contenuto e forma per cui «l’intreccio e il romanzo, l’idea e la forma sono l’ago e il filo».
- ed è sulla base di queste stesse idee che egli giudicava gli autori e coerentemente anche la sua stessa opera.
Dall’incontro tra il narratore ed il critico derivò quel reciproco contributo e arricchimento che fece di lui sia un importante critico che un grande narratore.
Negli anni vissuti a Boston, a partire dal 1864, compaiono i primi racconti, un genere narrativo a cui egli era particolarmente legato e che definì «the beautiful and blessed nouvelle», la novella bella e benedetta. Si trattò di racconti più o meno lunghi o di romanzi brevi in cui mostrò una considerevole capacità di comprimere temi anche complessi. Anche se i racconti del periodo bostoniano furono da lui giudicati troppo giovanili per essere inclusi nell’edizione critica delle sue opere da lui stesso curata più tardi, essi mostrano già l’influenza su di lui del realismo francese e quindi la disposizione a rappresentare in modo realistico la vita interiore, non raccontandola ma facendola accadere.
I racconti costituiscono circa la metà della produzione narrativa di Henry James. Se ne contano oltre un centinaio e nel loro insieme fanno di lui uno dei migliori scrittori di racconti della letteratura mondiale e un iniziatore di questo genere nella letteratura americana.
I racconti venivano spesso usati da James come uno scultore usa una maquette, per sperimentare nuove tecniche o nuovi temi che avrebbe poi sviluppato successivamente nei suoi romanzi più lunghi.
Essi si adattavano molto bene al suo temperamento perché come scrittore era sempre interessato al caso particolare, alla circostanza singolare, a studiare un soggetto intimamente e profondamente. Non voleva sovraccaricare la vicenda di sviluppi complicati, ma allo stesso tempo voleva vivacizzarla ricorrendo al ricco magazzino di osservazioni e di annotazioni che registrava nei suoi taccuini o Notebooks .
Nei suoi racconti James gioca con le situazioni, conferisce loro la piega ironica o i finali inattesi che i lettori apprezzano di più. Pur partendo spesso da una vicenda reale, i suoi personaggi non sono mai tratti da una singola persona reale perché le sue storie danno libero corso all’immaginazione col risultato a volte di portare il suo stile di tipo realistico a cozzare con il contenuto spesso fantasioso.
Leggere i racconti ci aiuta molto ad approcciare questo autore, prima di affrontare i suoi romanzi, e ne mostra anche la grande varietà di temi. In essi egli cerca sempre di catturare l’attenzione del lettore, di sorprenderlo e anche se spesso al di sotto della superficie si può intravvedere un significato più profondo e oscuro, le sue storie possono anche essere comprese e godute semplicemente come tali.
Tra il 1869 e il 1870 James ritorna in Europa, sulle tracce del canonico Grand Tour dei primi letterati americani. In Inghilterra entra a contatto col mondo letterario del tempo, e con quell’atmosfera estetica che preludeva al decadentismo, ma fu soprattutto l’Italia che gli procurò «un’indimenticabile emozione», ispirandogli un sentimento di affetto e di riverenza che non lo abbandonò mai più. Era «l’amata Italia, tanto più amata di come, dopo cinquanta tentativi, sia riuscito a dire». Roma lo colpì profondamente: al fratello William scrive: «Dunque sono qui nella Città eterna. Finalmente per la prima volta sono vivo!». L’aspetto «internazionale» di James è un altro suo tratto caratteristico. Egli fu il primo romanziere a cogliere la possibilità utilizzare la relazione tra Europa e America come soggetto delle sue storie.
Quando, ancora trentenne, vagava per l’Europa in cerca di una chiave per comprenderne la cultura ed i costumi, egli era ansioso di scoprire cosa si nascondeva sotto le gloriose facciate dei monumenti antichi, di apprendere il significato del pensiero e della tradizione europea e di quanto questi differissero da quelli americani e soprattutto quale fosse l’effetto degli uni sugli altri.
Per lui si trattava di una questione di età e di esperienza: il vecchio mondo si distingueva per la saggezza indotta dalla sua antichità, ma anche per corruzione e decadenza, il nuovo mondo per la naturalezza, espressione tipica della sua giovinezza, ma anche per la sua ingenuità.
Al suo ritorno in America il veleno della nostalgia continua a tormentarlo ed anche i suoi scritti riflettono sempre più l’esperienza europea come mostra il suo primo romanzo Watch and Ward (Tutore e pupilla) del 1871 la cui protagonista effettua anch’essa il Grand Tour e afferma «Nulla potrà essere lo stesso dopo un inverno romano».
Nel 1872 viene inviato in Europa dalla rivista per cui scrive e ne deriva una serie di articoli di viaggio pubblicati col titolo di Transatlantic Sketches che costituiscono la prima espressione di un ulteriore aspetto non trascurabile della sua produzione, tra cui emergono le Italian hours (Ore italiane).
In questa novella il protagonista, un certo Winterbourne che si trova in vacanza a Vevey in Svizzera, con la zia, incontra casualmente una giovane americana, Daisy, molto graziosa, ma anche dai costumi molto frivoli, affascinata dall’alta società del continente a cui vorrebbe appartenere, ma ostacolata in questo dai giudizi scandalizzati suscitati dal suo comportamento civettuolo. Quando i due si tornano ad incontrare a Roma alcuni mesi dopo, Daisy si accompagna ad un bellimbusto italiano, un certo Giovannelli, e non tiene in alcun conto il suggerimento dei conoscenti di rinunciare a frequentarlo. Una sera il protagonista incontra Daisy e Giovannelli al Foro romano e Winterbourne rimprovera Giovannelli di aver condotto Daisy in un luogo in cui lei rischia di contrarre la malaria, trovandosi però costretto ad abbandonarli quando Daisy afferma che non le importa. Alcuni giorni dopo Daisy si ammala e prima di morire lascia un messaggio per Winterbourne in cui gli comunica di non aver mai avuto intenzione di sposare Giovannelli. Al funerale questi ammette di essere stato affascinato da Daisy ma che era consapevole che non l’avrebbe mai sposato, pur difendendone l’ingenua innocenza. In queste contraddizioni si coglie l’ambivalenza del personaggio ideato da James: Daisy è innocente e quindi non coglie il male nel proprio comportamento e non è in grado di trarre profitto dall’esperienza.
Facendola morire, James sacrifica poeticamente Daisy all’Europa, che nella sua saggezza richiede maggior decoro di modi.
Dopo esser ritornato per breve tempo in America, nel 1875
James salpa di nuovo per l’Europa e questa volta per restarvi. Egli ha fatto la sua scelta, e questa è il vecchio mondo, Dirà infatti: «Il mio lavoro è là e con questo vasto e nuovo mondo «je n’ai que faire». Quando negli Stati Uniti viene pubblicato il suo primo romanzo «accettato» egli risiede già stabilmente in Europa, prima a Parigi dove frequenta Turgenev, Zola, Maupassant, i Goncourt, Flaubert, ma che poi finisce con lo stancarlo, perché, dice: «non riuscivo ad uscire dalla detestabile Parigi americana,…vedevo che sarei stato eternamente un outsider» per cui in seguito si trasferisce a Londra, dove già si trovava il fratello William. Di Londra invece scrive: «è un ancoraggio per tutta la vita … J’y suis absolument chez moi.
A Londra, lungi dall’essere un outsider, egli era parte integrante e spesso centrale della vita intellettuale, ne dominava la scena letteraria, era accolto in ogni ambiente, anche il più esclusivo, che deliziava con la sua conversazione ironica, simpatica, ma anche intelligentissima, una conversazione, dirà un suo biografo, in cui si riconosceva la costruzione di un piccolo palazzo di pensiero, improvvisato, ma tuttavia perfetto, proprio come la sua prosa. «Non era la sua vera e propria conversazione; era un appassionato soliloquio».
Sono questi gli anni della sua più intensa e fortunata produzione letteraria. Nel 1877 compare L’americano e nel 1878 Gli europei, romanzo in cui il tema del rapporto Europa-America è svolto sullo sfondo americano e non su quello europeo. Dello stesso anno è French Poets and Novelists, importante excursus di letteratura francese e nel 1879 lo studio su Hawthorne e Fiducia.
Questo libro è stato giudicato da Graham Greene «L’unico romanzo in cui un uomo ha invaso con successo il campo femminile e prodotto un’opera paragonabile a quelle di Jane Austen». Emblematica è la scena finale in cui Catherine respinge per l’ultima volta l’invecchiato Morris, senza acredine, ma anche senza dargli alcuna speranza di perdono.
Quando da Roma Isabel torna a Londra per dare un ultimo saluto a Ralph morente, gli confessa la sua triste realtà. Intanto si ripresenta Goodwood che non l’ha mai dimenticata e che cerca di convincerla a chiedere la separazione da Osmond. Isabel si rende conto che Godwood le offrirebbe una vita serena, ma in lei è troppo forte il senso del dovere, per cui torna a Roma decisa a portare la sua croce.
Anche questo romanzo è imperniato sulle differenze tra europei e americani, perché Isabel di fatto è vittima dei comportamenti machiavellici dei due espatriati americani, e chiude la prima fase della produzione di James in cui il rapporto Europa-America predomina e lo scrittore pone l’accento soprattutto sulle reazioni degli Americani di fronte ai modi ed ai costumi del vecchio continente.
Dopo un breve ritorno in America, funestato dalla morte prima della madre e poi del padre, James si sente definitivamente estraneo negli Stati Uniti e si stabilisce in Inghilterra con l’amata sorella Alice che egli chiama «la donna più intelligente di Europa. In questi anni muoiono anche gli amici Emerson, Turgenev e il fratello Wilkie.
Gli anni tra il 1882 e il 1890 sono quelli in cui la sua creatività è molto attiva. Sono anche quelli che egli chiamerà nelle sue autobiografie The Middle years (Gli anni di mezzo). Tra i titoli più famosi sono La principessa di Casamassima, Le bostoniane, Il carteggio Aspern, La musa tragica, che tuttavia, benché riconosciuti a posteriori dalla critica come dei grandi romanzi, non suscitano grande interesse presso il pubblico al punto da provocare nello scrittore una crisi di scoraggiamento.
Il Carteggio Aspern, del 1888, ambientato a Venezia e basato su un aneddoto relativo al poeta Shelley e alla sua relazione con la cognata Claire Clermont, narra del tentativo di un critico letterario, di cui non viene mai fatto il nome, di impadronirsi delle lettere del poeta Jeffrey Aspern in possesso di una sua musa, ormai vecchissima, che vive con la nipote in un signorile, ma decadente palazzo veneziano. Il critico non rivela mai le sue vere intenzioni alle due donne che vivono del tutto isolate dal mondo esterno e, soprattutto la vecchia, chiusa nei propri ricordi e gelosa di essi.
Per non lasciarsi abbattere dallo scoraggiamento, James puntò allora ad un altro strumento espressivo, il teatro, che fin dall’infanzia fu uno dei suoi interessi più forti e che egli coltivò con costanza non solo frequentando i teatri di New York, Londra e Parigi, ma anche studiando i testi, soprattutto degli autori francesi e di Shakespeare, poiché giudicava l’arte drammatica «la più matura delle arti». Anche del romanzo James aveva una concezione come dramma, come compare nei suoi scritti critici in cui esamina spesso questo aspetto negli autori da lui giudicati e come risulta dai brillanti dialoghi nelle sue opere.
Il suo primo lavoro teatrale fu la versione per il teatro di Daisy Miller, che tuttavia non fu rappresentata, ma ciò non lo scoraggiò. Nel 1889 gli fu proposto di scrivere una versione drammatica de L’americano che egli accolse con entusiasmo. L’americano conseguì un tiepido successo, ma egli si sentì ugualmente ormai lanciato nel teatro. Produsse quindi quattro drammi a breve distanza, nessuno dei quali fu rappresentato.
In seguito scrisse altri drammi, ma il sacro fuoco degli anni teatrali era ormai spento. I suoi drammi erano accademici e rigidi, troppo modellati sul teatro francese classico, ma presentavano anche certe qualità di finezza, intelligenza e buon gusto tipiche dello scrittore.
Inoltre poiché l’interesse per il teatro nasceva da motivazioni profonde esso ebbe un peso rilevante anche nello svolgimento della sua arte narrativa.
Nel frattempo continua la sua produzione narrativa, soprattutto di racconti. Tra questi i più noti sono L’altare dei morti (1892) e Il giro di vite (1898).
Insieme ai romanzi Le spoglie di Poynton (1897), La fonte sacra (1901) e altri questi racconti sono tra le opere più complesse di James sia per scrittura che per contenuto, frutto di una ricerca stilistica e morale che punta a creare una forma narrativa che, accogliendo in sé gli elementi del dramma, sia in grado di rendere i più sottili movimenti della coscienza e mostri un senso profondo e lucido della tragica condizione umana.
Il giro di vite è una novella che appartiene alle c.d. «storie di fantasmi», uno dei generi classici di quella tradizione letteraria europea, in particolare anglosassone, cui James si applicò e che avevano avuto la loro consacrazione nell’ambito della letteratura gotica inglese ma che, a differenza di questa, in lui si inscrivono piuttosto nel genere cosiddetto “fantastico”, in cui gioca una parte importante un evento di tipo irrazionale come appunto l’apparizione di fantasmi che si manifestano come delle presenze inquietanti, indefinibili, diventando un’ossessione.
Pubblicato nel 1898 il “Giro di vite” è in realtà un racconto che fa della presenza dei fantasmi il mezzo per mettere a nudo inquietudini, paure, angosce tutte interne a chi ne sarà vittima, dove quello che conta non è l’immagine visiva del fantasma ma l’insieme delle relazioni umane che sottostanno alla sua apparizione e che esso contribuisce a definire. Virginia Woolf, nel suo saggio “I racconti di fantasmi di Henry James” infatti dice: “I fantasmi di Henry James hanno le loro origini dentro di noi. Sono presenti… ogni qual volta nell’ordinario emerge l’alone dello straordinario” e, in questo senso, proprio il “Giro di vite” è un testo precursore di quel grande tema dell’individuo solo di fronte alle sue inquietudini e alle sue paure tipico del ‘900 e comune anche alla nostra contemporaneità.
L’intento protettivo è quello che guida inizialmente l’istitutrice, la quale tuttavia finisce per essere travolta dal Male da cui vorrebbe proteggere i bambini e ne diventa essa stessa la causa, realizzando un capovolgimento che è il vero elemento straordinario del racconto e che ne fa un capolavoro.
Ella infatti si convince che i due bambini siano posseduti dalle anime di un domestico e della precedente istitutrice, entrambi morti e che continuano ad apparirle come persone vere, mentre nessun altro in casa conferma di vederli. Ella è sola con le sue visioni al punto che sente il bisogno di difendersi con sé stessa da una possibile accusa di follia. Il punto non è chiedersi se i fantasmi esistano davvero, ma cosa sia che spinge l’istitutrice a vederli, che cosa la emoziona a tal punto da credere in un Male oscuro e potente che dilaga.
Volendo liberare i bambini dall’essere posseduti dai due demoni, l’istitutrice finirà per essere inquisitiva in una spirale sempre più parossistica, cercando di farli confessare di essere in contatto con i morti. Flora si ammala e verrà allontanata dalla casa, Miles invece verrà da lei perseguitato al punto da morirne.
L’ambiguità è il segno distintivo di tutto il racconto che ha dato luogo ad innumerevoli interpretazioni, nessuna delle quali è definitiva perché esso è deliberatamente irresolubile, per volontà dello stesso scrittore che intendeva far correre l’immaginazione del lettore. Egli dunque sposta il giudizio sull’attendibilità dei personaggi dal racconto alla percezione del lettore che si chiede se le visioni dell’istitutrice sono allucinazioni create dalla sua mente o se lei vede realmente ciò che afferma di vedere.
L’edizione italiana del racconto è del 1934. Il giro di vite ha anche dato luogo a diverse trasposizioni cinematografiche a volte fedeli al racconto, altre liberamente ispirate ad esso.
Il giro di vite appartiene già alla terza fase della produzione di James quella in cui egli si è ritirato nella residenza di Rye, nel Sussex che sarà la sua ultima dimora.
Nel 1904 James si reca per l’ultima volta in America e in conseguenza di questo viaggio pubblica The American Scene in cui testimonia il conflitto interiore che desta in lui la nuova civiltà industriale che influenza profondamente lo spirito della Nuova Inghilterra e di New York.
L’America lo accoglie con grandi onori e la prova più concreta di ciò è la proposta dell’editore Scribner di far uscire un’edizione completa delle sue opere. Si tratta della New York Edition of the Novels and Tales of Henry James in ventiquattro volumi di cui diciotto preceduti da prefazioni dello stesso autore.
Negli anni successivi James continua a produrre racconti, libri di viaggio e raccolte critiche, nonché un paio di romanzi pubblicati postumi, ma sono anni dolorosi in cui egli perde i suoi due fratelli rimasti, tra cui il carissimo William ed è duramente colpito dallo scoppio della prima guerra mondiale che considera la fine di tutta una civiltà.
«Uno degli effetti di questa colossale convulsione – scrive – è che ogni connessione con qualsiasi cosa in qualsiasi genere avvenuta prima sembra essersi spezzata in una notte. Nera e odiosa è la tragedia che si addensa. Ci si sarebbe dovuto risparmiare questo naufragio della nostra fiducia d’aver visto, per lunghi anni, crescere la civiltà».
Quasi per riscattare la sua mancata partecipazione in gioventù alla guerra civile americana, egli perora la causa alleata e, indignato dalla neutralità degli Stati Uniti, e ansioso di attestare la propria lealtà alla patria di adozione, nel 1915 diventa suddito inglese. La sorte tuttavia non gli permise di vedere la vittoriosa conclusione del conflitto.
Il 28 febbraio 1916 morì per un attacco cardiaco.
James è l’insuperato maestro dell’indefinito, quella zona magica che sta tra il bene ed il male, tra il certo e l’incerto, il vero ed il falso, dove le ragioni del cuore si intersecano con quelle della mente.
Graham Greene vedeva James perennemente in equilibrio tra i due piatti della bilancia:
…James credeva nel soprannaturale ma vedeva il male come una forza pari al bene. L’umanità era carne da macello in una guerra troppo equilibrata perché potesse venir conclusa…»
Al fondo della sua opera c’è sicuramente la consapevolezza del male, ma i suoi personaggi sono descritti prima della fatale presa d’atto quando si muovono come farfalle disorientate.
James è scrittore di domande, non di risposte: queste sono costantemente rinviate, così da rimandare il momento dell’acquisizione della consapevolezza della verità, da restare in quella zona grigia che era la sua preferita.
Il suo stile ne è la logica conseguenza, è fatto di frasi sinuose, ricche di incisi, subordinate e digressioni che sembrano fatte apposta per prolungare all’infinito l’indagine su ogni minima sfumatura del pensiero del personaggio, una specie di surplace narrativo. Molte delle sue opere, soprattutto in tarda età, a causa di una probabile dislessia, furono dettate ad una dattilografa ed il ritmo delle frasi ricorda proprio il passo cadenzato di chi compone oralmente passeggiando su e giù per la stanza.
Anche nella sua vita egli fu piuttosto sfuggente, mantenendo un velo di riserbo sugli avvenimenti che lo hanno segnato di più. I suoi personaggi non sono mai del tutto definiti, ma sempre alla ricerca della verità attraverso il potere della coscienza e le infinite possibilità dell’animo umano. La sua narrativa è in fondo anche un po’ terapeutica, fatta di riflessioni, di allusioni, di non detti che portano anche noi lettori a rimandare il momento in cui ci troveremo faccia a faccia con la verità.
Il principio unificatore della vita di Henry James è stato la dedizione all’arte a cui tutto sembra sacrificato: una specie di «sacerdozio estetico» che caratterizza anche i suoi personaggi artisti, una passione che egli considera «la più alta delle fortune, la più rara benedizione degli dei». In lui tuttavia, l’arte non è mai intesa fine a sé stessa, secondo la poetica dell’estetismo che caratterizza il decadentismo europeo, ma anzitutto come rappresentazione della realtà. Nelle Prefazioni infatti egli dichiara che «l’arte raccoglie il suo materiale nel giardino della vita».
James è anche un sensibile illustratore degli ambienti da lui frequentati e storico del costume della sua epoca: ne L’età ingrata descrive un certo tipo di piccola nobiltà e borghesia inglese, con le loro convenzioni ed i loro compromessi, ne La musa tragica si trova un precisa e documentata descrizione dell’ambiente teatrale, ne L’americano una spietata raffigurazione della corrotta aristocrazia francese e così via. La sua opera si basa sulla sua diretta ed approfondita conoscenza di uomini e cose. Egli non affronta che molto raramente argomenti estranei alla sua esperienza diretta, come dimostra il c.d. tema internazionale che è uno dei massimi temi della letteratura americana e che egli svolge con grande sottigliezza ed acume psicologico.
Il suo realismo trova tuttavia un limite nel fatto di essere circoscritto agli ambienti da lui frequentati, all’alta borghesia intellettuale ed evita il mondo del proletariato che invece è protagonista nei romanzi del suo grande riconosciuto maestro Honoré de Balzac.
Anche se perfettamente delineata, la realtà fisica è tuttavia in James solo un punto di partenza perché ciò che veramente lo attira è la realtà del mondo interiore, di una coscienza che si schiude alla vita e fa le sue scelte ed i suoi errori; la sua ricerca consiste in un’esplorazione sempre più penetrante e lucida della realtà psicologica e spirituale e raggiunge il suo apice quando l’azione narrata è tutta vista attraverso un personaggio, senza l’intervento del narratore. È il «punto di vista circoscritto» che costituisce uno dei più preziosi lasciti di James al romanzo moderno e non si tratta solo di un fatto tecnico, ma anche di un espediente poetico che nasce dall’esigenza di filtrare la vita attraverso l’esperienza individuale.
Il processo è reso attraverso una prosa molto complessa ed elaborata che segue tutti i risvolti e le tortuosità della coscienza stessa alla quale cerca di dare l’espressione più adatta in una perfetta corrispondenza tra forma e contenuto. Finché l’osservazione è tutta rivolta al mondo oggettivo, come nelle prime opere, la prosa si mantiene tradizionale, ma quanto più si sposta verso la vita interiore ed i suoi meandri, tanto più il periodo si fa complesso e affinata la ricerca della parola «giusta», anche nella sua sonorità, e accurato l’uso dei simboli. Il suo non è un atteggiamento estetizzante, ma una necessità espressiva.
Individuare nella coscienza il centro e la ragione dell’arte di James e il movente della sua forma porta anche a definirne la qualità americana, l’appartenenza alla tradizione spirituale che nasce dal puritanesimo. Egli non era un puritano, ma è da questa cultura di fondo che deriva l’intensità morale che pervade tutta la sua opera, che è la continuazione della tradizione letteraria di Hawthorne e di Melville e insieme l’inizio della narrativa appassionata e drammatica del Novecento.
Molto importanti per la comprensione della poetica jamesiana sono Le Prefazioni alla New York Edition delle sue opere in cui egli afferma i principi a cui si è attenuto, esplora i problemi tecnici incontrati, racconta il germe delle sue idee, la nascita dei suoi personaggi, descrive il proprio processo creativo e fornisce anche una serie di dettagli circostanziali di grande interesse per il critico e per il normale lettore.
Ne emerge la ricerca formale che percorre tutta la produzione letteraria di James e che, col progredire del lavoro, porta alla definizione del genere narrativo del romanzo moderno, realistico e introspettivo insieme, e che perciò si avvicina il più possibile alla forma drammatica. È la c.d. «legge scenica», la teatralità, l’aspetto del romanzo di James che assolve la funzione morale che le remore del puritanesimo hanno impedito di rappresentare sulla scena. Del resto che cos’è la coscienza se non un eterno conflitto, un dramma, di bene e male, di giusto e di ingiusto come vuole la visione della realtà che ha James?
La sua arte non approda alla visione ottimistica che spesso si attribuisce alla letteratura americana, ma a rappresentare l’essenza tragica del reale. I suoi personaggi, soprattutto le sue eroine, sperimentano una felicità transitoria ed ambigua – come Milly Theale che la morte minaccia e possiede prematuramente - ma a cui lo scrittore affianca il duraturo monumento dell’arte. Scrivere un romanzo per James significa esplorare la vita ma anche riscriverla, creare, con l’immaginazione che non ha limiti, un mondo alternativo che da essa nasca e si renda autonomo. In ciò il romanzo è della vita la rappresentazione «più elastica, quella che accoglie di più, che può semplicemente fare di tutto, e questa è la sua forza».
Le Prefazioni di James per Agostino Lombardo, da cui ho tratto queste note, sono un vero e proprio testo di sociologia della letteratura, un saggio di storia del romanzo e un intervento di critica militante: sono il romanzo del processo narrativo di James in cui egli trasforma l’analisi critica in creazione artistica il cui protagonista è il romanziere, visto non in senso autobiografico, ma come archetipo di quell’artista coraggioso, lucido e perplesso che fa della consapevolezza la suprema misura del vivere.




















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