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Il canone Americano - Herman Melville (Serenella Barbieri)

Pensando che possa essere di interesse ai membri di questo gruppo di lettura, publichiamo qui i testi prodotti nel ambito del Ciclo Il Canone Americano, promosso dal Gruppo Bauman e presentato nella Casa delle Culture, a Modena, nel Marzo del 2023.

Herman Melville

Il rapporto tra Melville e Hawthorne

L’amicizia tra Hawthorne e Melville è importante per la storia della letteratura americana. Si incontrarono il 5 agosto 1850 e diventarono amici. Il carteggio tra i due rappresenta uno dei nodi più affascinanti di questa amicizia. Seppur breve e incompleto (pare che Melville abbia distrutto o perso le lettere dell’amico) esso ci consente di seguire la crisi artistica dell’autore di Moby Dick negli anni più decisivi e inquieti. Nathaniel Hawthorne pubblica la Lettera Scarlatta l’anno in cui conosce Melville, quest’ultimo lo onora con un saggio importante (Hawthorne e i suoi muschi), riferito a un precedente racconto dell’amico.

Melville non aveva ancora incontrato Hawthorne. Un giorno, molto presto nello stesso agosto 1850, i due, che abitavano a poche miglia di distanza, si incontrarono. Cenarono insieme nel settembre: parlando, come scrisse Hawthorne, del tempo e dell’eternità, di questo mondo e dell’altro mondo, di ogni argomento possibile ed impossibile, fino a notte alta. Hawthorne regalò a Melville una raccolta in quattro volumi di testimonianze sui più spettacolari disastri di mare: tra le quali il resoconto del Naufragio della Baleniera Essex, affondata da una balena. Proprio in quel tempo Melville stava scrivendo Moby Dick, che uscì nell’ottobre-novembre 1851.

Dopo aver scoperto di abitare così vicini i due si incontrarono molto spesso. Possiamo ricostruire questi incontri grazie alle bellissime lettere di Melville. Nella prima lettera, del 29 gennaio 1851, Melville invitò Hawthorne a casa sua. «C’è un eccellente Xeres che vi aspetta, e anche un Porto molto robusto». Mentre bevevano, i due filosofavano e si raccontavano storie: discutevano del Cosmo davanti a una bottiglia di acquavite e a dei sigari. «Sono sempre incline a bere — commentava Melville —, quando scambiamo enormi discorsi ontologici».

Melville ribadisce a Hawthorne la sua estraneità al mondo letterario dominante – “Mio caro signore, ho un presentimento: alla fine mi consumerò e morirò come una vecchia grattugia per noci moscate, grattugiata e ridotta a pezzi dal costante attrito del legno, cioè, dalla noce moscata. Ciò che mi sento più spinto a scrivere, quello viene bandito, non rende. Eppure, nell’insieme, non riesco a scrivere nell’altro modo”, 1 giugno 1851. Mentre Melville, dopo l’insuccesso di Moby Dick e di Pierre, o delle ambiguità, sprofonda negli abissi dell’incomprensione, la carriera di Hawthorne lievita. Nel 1853 lo scrittore è eletto console a Liverpool, incarico che mantiene fino al 1857: giusto premio per aver redatto, con funzione elettorale, la biografia dell’amico Franklin Pierce, democratico, eletto Presidente degli Stati Uniti d’America.

La situazione psicofisica di Melville nel 1856 ce la descrive Nathaniel Hawthorne, l’amico fraterno, lo scrittore a cui è dedicata, la Balena Bianca, nelle pagine del suo diario. “Melville, come sempre fa, ha cominciato a discorrere della Provvidenza e dell’avvenire e di tutto ciò che trascende l’umana comprensione, informandomi d’essersi praticamente deciso a lasciarsi annichilire. Non pare tuttavia trovar pace in tale prospettiva, e, credo, non s’acqueterà mai finché non sarà in possesso d’una fede sicura. È strano come persista – e abbia persistito da che lo conosco, e probabilmente da molto prima, nel vagare su e giù per questi deserti, lugubri e monotoni quanto le alture sabbiose tra cui ce ne stavamo seduti. Non può credere né trovar quiete nella sua mancanza di fede, ed è troppo onesto e coraggioso per non tentare l’una o l’altra cosa”.

Hawthorne fa riferimento a “disturbi nevralgici al capo e agli arti”, frutto “d’un impegno costante, perseguito di recente senza gran successo”.

Melville non scrive soltanto all’amico ma si introduce anche nella sua famiglia scrivendo alla moglie: “La vita è un lungo Stretto dei Dardanelli, mia cara signora, le cui sponde risplendono di fiori, che vogliamo cogliere, ma l’argine è troppo alto; e così continuiamo sospinti sull’acqua, sperando di arrivare infine ad un punto d’approdo – ma all’improvviso, giù!, ci avventuriamo per il mare immenso! Tuttavia i geografi dicono che neppure allora dobbiamo disperare poiché al di là del mare immenso, per quanto possa apparire vuoto e deserto, si trovano l’intera Persia e le piacevoli terre che circondano Damasco” (8 gennaio 1852).

La moglie di Hawthorne a sua volta scrive alla propria madre di come vede lo scrittore.

“Melville è un uomo dotato di una capacità di percezione straordinaria. Quello che mi sconvolge sono i suoi occhi. Non sono grandi e profondi: eppure sembra che a loro non sfugga nulla, fin nei minimi particolari, sebbene siano così piccoli. Quando parla, gesticola moltissimo, strabocca di energia, si perde anche lui in quello che sta raccontando — non ha nessuna grazia e compostezza — poi, di tanto in tanto, la sua eccitazione lascia il posto a una specie di curiosa espressione, straordinariamente calma... Uno sguardo spento, chiuso, ma che allo stesso tempo ti fa sentire che proprio in quel momento, egli ha un controllo totale, assoluto su ciò che gli sta davanti. Più che penetrare in chi gli sta di fronte, questo sguardo sembra ingoiarlo completamente dentro sé stesso”.Oltre alla moglie di Hawthorne, scrive anche al figlio Julian, di sei anni.

“Sono andato nei boschi l’altro giorno, e mi sono ritrovato immerso nei banchi di neve accumulati fra i grandi abeti e gli aceri che ho creduto di rimanervi saldamente incastrato fino all’arrivo della primavera, come un Pupazzo di Neve”.

La lettera è importante perché Julian, che avrà una non troppo luminosa carriera di scrittore, andrà a cercare il vecchio Melville, nella palude dell’oblio, nei recessi di New York, per scrivere la biografia del padre.

Nathaniel Hawthorne and His Wife esce, a firma di Julian, nel 1884. Il padre è morto nel 1864, la madre nel 1871; Melville – che morirà nel 1891 – è l’anello fondamentale per ricostruire la carriera letteraria di Nathaniel. L’uomo che incontra Julian, però, è cordiale e chiuso, sorridente e serrato in una inesplicata solitudine. “Nel 1883, mentre scrivevo una biografia di mio padre, andai a trovare Melville, in una silenziosa via di New York, dove viveva quasi da solo. Mi accolse cordialmente, con voce bassa e con riserbo; sembrava ansioso, e ogni tanto, ad intervalli di pochi minuti, si alzava per aprire e poi per richiudere la finestra che dava sul cortile. All’inizio era restio a parlare; ma alla fine disse varie cose interessanti, la più straordinaria delle quali fu che era convinto che Hawthorne avesse nascosto qualche grande segreto per tutta la vita, il quale, se rivelato, avrebbe spiegato tutti i misteri della sua carriera”.

Julian torna costantemente a fargli visita nel 1901 poi nel 1903, e racconta: “...mi disse che era convinto che ci fosse qualche segreto nella vita di mio padre che non era mai stato rivelato e che questo spiegava l’esistenza dei punti oscuri dei suoi libri. Era tipico, per lui, immaginare una cosa simile; c’erano molti segreti nascosti nella sua stessa carriera.”

L’ultimo articolo di Julian su Melville è del 1927 e si intitola Herman Melville and His Dog. “Fu un colloquio infelice; sembrava in parte ritrarsi dall’idea che lo ossessionava, e in parte protendersi alla ricerca di compagnia nella plaga tenebrosa in cui stava sprofondando la sua mente... mi ero rivolto a lui per chiedergli eventuali lettere che Hawthorne gli avesse scritto in risposta a molte delle sue, ma con agitazione mi disse che se tali lettere fossero mai esistite, egli le aveva scrupolosamente distrutte”.

La più grande testimonianza della stima di Melville per Hawthorne resta l’esergo a Moby Dick:

IN SEGNO DELLA MIA AMMIRAZIONE PER IL SUO GENIO QUESTO LIBRO È DEDICATO A NATHANIEL HAWTHORNE

Biografia

Herman Melville nacque a New York il 1o agosto del 1819, figlio di Allan Melville e Maria Gansevoort. Ricevette la prima istruzione a New York, dove il padre Allan, ricco commerciante, stimolò con i suoi racconti il desiderio d'avventura del suo secondogenito. La vita della famiglia trascorse agiata fino all'estate del 1830, quando il padre subì un tracollo finanziario, dichiarò bancarotta e manifestò una malattia psichica che lo portò alla morte. Dopo questo evento, che lasciò segni indelebili in Herman, la famiglia (composta di otto figli tra fratelli e sorelle), ridotta in povertà, si trasferì nel villaggio di Lansingburgh, sul fiume Hudson. Qui Herman lasciò definitivamente la scuola; dapprima lavorò nell'azienda di uno zio, poi nel negozio del fratello maggiore, infine come insegnante.

L'irrequietezza di Herman e il desiderio di essere economicamente indipendente, nonché la mancanza di una prospettiva lavorativa, lo spinsero nel giugno 1839 a imbarcarsi come mozzo su una nave ancorata al porto di New York e in partenza per Liverpool, la "St. Lawrence". Fece la traversata, visitò Londra e ritornò con la stessa nave.

La lettura di Due anni a prora di Richard Henry Dana Jr. contribuì probabilmente a ridestare in Melville il desiderio di viaggiare. Il libro, pubblicato nel 1840, descriveva la dura vita da marinaio semplice di uno studente di legge. Melville si arruolò di nuovo come marinaio e il 1o gennaio 1841 partì dal porto di New Bedford (Massachusetts) sulla baleniera "Acushnet", diretta verso l'oceano Pacifico. Una volta a Nuku Hiva, nelle Isole Marchesi, Melville disertò con un compagno.

Dopo un soggiorno alle Isole della Società e l'imbarco su due baleniere, Melville raggiunse le Hawaii nell'aprile del 1843. Vi restò quattro mesi facendo diversi lavori. Nell'agosto 1843 si arruolò sulla fregata americana "United States" che, dopo aver fatto scalo in Perù, raggiunse Boston nell'ottobre 1844.

Con il rientro a Boston finirono le avventure marinaresche e iniziarono quelle letterarie e famigliari. Il 4 agosto 1847 Melville sposò Elizabeth Shaw a Boston. Lizzie Melville, donna intelligente, mite e affettuosa riuscì, nonostante il carattere via via più scontroso e malinconico del marito, a stabilire con lui forti legami. Ebbero due figli maschi, entrambi premorti al padre, e due femmine. Melville abitò a New York fino al 1850, anno in cui acquistò una fattoria a Pittsfield (Massachusetts occidentale); nel febbraio del 1850 pose mano a Moby Dick, che terminò e pubblicò nel 1851. Restò a Pittsfield tredici anni, impegnato a scrivere e a dirigere la fattoria.

Qui scrive il suo racconto più celebre, Bartleby lo scrivano (1853), ambientato a New York.

Dopo i successi di Typee e Omoo le sue opere furono accolte con favore decrescente e non gli consentirono più di mantenere la famiglia. Per questo, e forse per l'affaticamento dovuto all'intensa attività letteraria, dal 1857 Melville cessò di pubblicare narrativa e dipese economicamente dal suocero, autorevole giudice del Massachusetts. Fra il 1856 e il 1857 compì un viaggio solitario in Inghilterra, dove visitò l'amico Hawthorne, e in Palestina. Al rientro, nella primavera del 1857, sostò una settimana a Napoli e a Vico Equense e un mese a Roma; fu anche a Genova e Venezia. Rientrato in patria, tentò dal 1857 al 1860 l'attività di conferenziere itinerante. I suoi argomenti erano le opere d'arte che aveva visto in Europa e le meraviglie dei mari del Sud. Ma non riscosse il successo sperato essendo, a quanto sembra, privo dell'arte di interessare gli ascoltatori.

Nel 1866 ottenne un impiego come ispettore doganale nel porto di New York, lavoro che esercitò con rassegnazione fino al 1885. In questo periodo diede alle stampe una raccolta di poesie.

Nel 1890 Melville subì un attacco di erisipela (infezione della pelle). Il 19 aprile 1891 portò a termine il manoscritto dell'ultimo breve romanzo, Billy Budd. In seguito lo riprese ancora in mano, lasciandolo inedito alla morte. Morì a New York il 28 settembre 1891 e fu sepolto nel Woodlawn Cemetery nel Bronx.

Alla sua morte Melville era stato praticamente dimenticato.

Opere

Romanzi

1846 – Taipi
1847 – Omoo: narrazione dei mari del Sud 1849 – Mardi
1849 – Red Burn (il suo primo viaggio) 1850 – Giacchetta bianca
1851 – Moby Dick
1852 – Pierre, o delle ambiguità
1854 – Benito Cereno
1857 – L’uomo di fiducia
1881 circa – Billy Budd

Racconti

Melville ha scritto vari racconti, il più famoso è 1853 Bartleby lo scrivano


Poesia

1866 – Poesie di guerra e di mare
1876 – Clarel: poema e pellegrinaggio in Terrasanta 1888 – John Marr e altri marinai

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Moby Dick

Due avvenimenti reali costituirono la genesi del racconto di Melville. Il primo è l'affondamento nel 1820 della baleniera Essex di Nantucket, dopo l'urto con un enorme capodoglio a 3200 km dalla costa occidentale del Sud America. Il primo ufficiale, Owen Chase, uno degli otto sopravvissuti, riportò l'avvenimento nel suo libro del 1821 Narrazione del naufragio della baleniera Essex. Il secondo evento fu la presunta uccisione, attorno al 1830, del capodoglio albino Mocha Dick nelle acque al largo dell'isola cilena di Mocha. Si raccontava che Mocha Dick avesse venti o più ramponi conficcatigli nel dorso da altri balenieri e che sembrava attaccare le navi con una ferocia premeditata come raccontò l'esploratore Jeremiah N. Reynolds, nel maggio 1839, sul The Knickerbocker.

L'opera di Melville vuole essere fuori dagli schemi tradizionali narrativi: il contenuto enciclopedico e allo stesso tempo fortemente digressivo richiede che la lettura sia accompagnata dall'interpretazione, in quanto l'autore utilizza un gran numero di citazioni di storie epiche, shakespeariane e bibliche, che rendono Melville quasi un precursore del modernismo, come quello in particolare di James Joyce. In Moby Dick oltre alle scene di caccia alla balena, si affronta il dilemma dell'ignoto, del senso di speranza, della possibilità di riscattarsi che si può presentare da un momento all'altro. Alla paura e al terrore e alle tenebre, si affiancano lo stupore e le emozioni che convivono insieme in questo romanzo di avventure. Interiorizzando tutte queste questioni Melville vi profuse riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche - il dibattito sui limiti umani, sulla verità e la giustizia - e artistiche. Il narratore Ismaele, suo alter ego, è una delle voci più grandi della letteratura mondiale, che trasforma il viaggio in un'allegoria della condizione della natura umana e al contempo in una parabola avvincente dell’espansione della giovane repubblica americana.

Per il puritano Melville la lotta epica tra Achab e la balena rappresenta una sfida tra il Bene e il Male: Moby Dick riassume il Male dell'universo e il demoniaco presente nell'animo umano.

Achab ha l'idea fissa di vendicarsi della balena che lo ha mutilato e a ciò si unisce una furia autodistruttiva: «La Balena Bianca gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell'intimo....» (trad. di Cesare Pavese).

Ma la balena rappresenta anche l'Assoluto che l'uomo insegue e non può conoscere mai.

Quanto alla rappresentazione nel romanzo della natura, essa è un'entità tremenda e fascinosa (il mare, gli abissi) e può essere vista come esempio di “Sublime romantico”: «...lo spruzzo intermittente della balena è come un soffio potente per cui i marinai non avrebbero potuto rabbrividire di più, eppure non provavano terrore, ma piuttosto un piacere...”.

In una lettera a Hawthorne, Melville definiva il suo romanzo come il "libro malvagio" poiché il protagonista del racconto era il male, della natura e degli uomini, che egli però voleva descrivere senza rimanerne sentimentalmente o moralmente coinvolto.

Trama

La storia è narrata da Ismaele, un giovane marinaio deciso ad imbarcarsi per spirito d’avventura su una nave baleniera. Dopo aver conosciuto il ramponiere Quiqueg, originario della Polinesia, si reca con lui a Nantucket, al largo del Massachusetts, dove si imbarca sul Pequod, sotto i comandi del misterioso capitano Achab, in convalescenza dopo aver perso una gamba in uno scontro con un grosso capodoglio bianco. Nell’equipaggio, composto da uomini diversissimi per indole e provenienza, ci sono tra gli altri i primi ufficiali Starbuck, Stubb e Flask e i ramponatori Tashtego e Daggoo. Poco prima della partenza, una figura misteriosa di nome Elia preannuncia a Ismaele delle grosse sventure a causa di Achab, che, per i primi giorni del viaggio, non compare sul ponte.

Quando ormai il Pequod si trova in alto mare, Achab comunica All’equipaggio di voler uccidere Moby Dick, la balena bianca a causa della quale ha perso la gamba e che egli considera il simbolo del male. Egli fissa allora un doblone d’oro a un albero del Pequod promettendolo al primo che avvisterà la balena e convince la ciurma a stringere un patto di sangue: la balena deve essere presa a costo della vita. Nel frattempo, comincia la caccia agli altri capodogli e al loro prezioso olio: in una di queste battute, si scopre che Achab è accompagnato da un gruppo privato di ramponatori di origine esotica, tra cui l’ambiguo Fedallah, che profetizzerà oscuramente la morte di Achab e la sciagura incombente sull’equipaggio. Il Pequod supera l’Africa ed entra nell’Oceano Indiano; alcune balene vengono catturate, ma di Moby Dick non v’è traccia.

Mentre il narratore si sofferma nella descrizione delle diverse specie di balena e della vita quotidiana sul Pequod, sono frequenti i “gam”, ovvero gli incontri con altre imbarcazioni a caccia di balene e i loro equipaggi: in uno di questi, il capitano Boomer, che pure ha perso un braccio nella lotta contro la balena bianca, di fronte ad Achab, mostra di non capire la sua ossessione maniacale di vendetta. Dopo che la nave è entrata nell’Oceano Pacifico e ha affrontato una spaventosa tempesta notturna che l’ha danneggiata seriamente, il Pequod incrocia la baleniera Rachel, che, attaccata proprio dalla “balena bianca”, chiede aiuto a Achab. Il capitano, sentendo vicino la possibilità di placare la sua sete di vendetta, rifiuta categoricamente di perdere tempo e procede oltre. La stessa scena si ripete con la Delight, dove Moby Dick ha ucciso nella sua furia alcuni membri dell’equipaggio. Starbuck, già in dubbio sulla salute psichica di Achab, implora il capitano di non proseguire oltre, per non mettere a repentaglio la vita di tutto l’equipaggio.

Infine, il Pequod avvista Moby Dick; la caccia durerà tre giorni. Inizialmente, Achab si fa calare in mare su una lancia, lasciando Starbuck al comando della baleniera.

Moby Dick attacca l’imbarcazione del capitano, gettandolo in mare con l’equipaggio. Il secondo giorno, la scena si ripete: la balena bianca, benché colpita dai ramponi, distrugge tre lance e uccide Fedallah, strappando ad Achab la gamba d’avorio. Il terzo giorno, mentre Achab è ormai folle per l’ira e la vendetta, Moby Dick, che trasporta ancora il cadavere di Fedallah attaccato al dorso, attacca direttamente il Pequod; mentre la nave affonda, Achab rampona la balena che, immergendosi in acqua, trascina con sé il capitano, con la corda del rampone stretta attorno al collo. La nave, colando a picco, trascina nel suo vortice tutto l’equipaggio. Solo Ismaele sopravvive, aggrappandosi ad una bara che Quiqueg si era fatto costruire tempo prima. La Rachel lo recupera dopo un giorno e una notte in mare aperto.

Personaggi principali

Ismaele

Ismaele, il narratore, unico sopravvissuto, ma non protagonista dell'epico racconto, così si presenta ai lettori: «Chiamatemi Ismaele» (Call me Ishmael). Il nome ha origine biblica, nella Genesi infatti Ismaele è il figlio ripudiato di Abramo e della schiava Agar, entrambi cacciati nel deserto dopo la nascita di Isacco. Sicché "Chiamatemi Ismaele" è come dire "Chiamatemi esule, vagabondo". Egli riassume in sé la voce di tutti gli orfani, i diseredati della terra, ossia la condizione creaturale di tutti gli uomini e le donne del mondo. Descrive poco di sé stesso: solo che ha le spalle larghe e che è newyorkese.

Incipit

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.

Il capitano Achab

Il capitano Achab è il protagonista assoluto della storia. La sua figura titanica ha un nome biblico: Ahab, nel Primo Libro dei Re (21: 26), è colui che «commise molti abomini, seguendo gli idoli». Egli guida l'equipaggio del Pequod nella folle impresa di caccia, ai quattro angoli dell'oceano, del bianco capodoglio, che ai suoi occhi ha le sembianze del biblico Leviatano. «Roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un'idea incurabile», Achab deve vendicarsi di Moby Dick che, aggredito, aveva reagito e gli aveva tranciato e divorato una gamba quando «.. venne allora che il corpo straziato e l'anima ferita sanguinarono l'uno nell'altra [e] ... Achab e l'angoscia giacquero coricati insieme nella stessa branda». Ai suoi occhi, il capodoglio è l'incarnazione del male, che egli insegue e persegue fino alla catastrofe.

Moby Dick

Moby Dick è descritta nel titolo come una balena bianca con uno sfiatatoio enorme, la mandibola storta, i fianchi flagellati da ramponi e «tre buchi alla pinna di tribordo». L'animale è il punto di riferimento per ogni personaggio; la sua insolita bianchezza - ovvero assenza di connotazioni etiche - simboleggia l'inaccettabile indifferenza della natura nei confronti dell'uomo. Una stranezza: il titolo del libro in lingua originale è Moby-Dick, ma poi in tutto il testo la balena è sempre chiamata Moby Dick, senza trattino.


Altri personaggi

  • Queequeg è un gigante, nativo di una fittizia isola polinesiana chiamata Kokovoko o Rokovoko. Suo padre era un Gran Capo, un Re; suo zio un Gran Sacerdote. È il primo personaggio importante incontrato da Ismaele nella Locanda dello Sfiatatoio. Sul Pequod sarà il primo ramponiere. Descritto con curiosità e rispetto da Ismaele, non si separa mai da Yojo, il suo piccolo idolo che egli venera come una divinità. È protagonista di alcuni atti eroici tra cui il salvataggio di Tashtego che stava per morire dopo essere precipitato nella testa di un capodoglio morto dal quale si stava estraendo lo spermaceti. 
  •  Starbuck è il primo ufficiale del Pequod, nativo di Nantucket. Quacchero, viene descritto fisicamente come alto e magro, di carattere severo e coscienzioso. Egli è «l'uomo più cauto che si possa trovare nella baleneria», prudente ma non codardo, sarà uno dei più riluttanti ad assecondare il folle piano di Achab. Come tutto l'equipaggio perisce in mare dopo un ennesimo tentativo di uccidere la balena bianca. 
  • Stubb è il secondo ufficiale, nativo di Capo Cod, descritto come un uomo allegro e spensierato, apparentemente indifferente ad ogni pericolo e minaccia, collezionista e fumatore di pipe. 
  • Flask è il terzo ufficiale, nativo di Tisbury, un giovane tozzo e rubicondo, baleniere intrepido benché poco sensibile al fascino del mare. 
  • Tashtego è il secondo ramponiere, un risoluto guerriero indiano nativo del "Capo Allegro", originariamente terra di guerrieri-cacciatori, che ora forniva a Nantucket molti dei suoi più audaci ramponieri. 
  • Daggoo è il terzo ramponiere, «un gigantesco negro selvaggio», imbarcatosi spontaneamente da giovane su una nave baleniera dal suo villaggio nativo in Africa. 
  • Pip, abbreviazione di Pippin, un nero di piccola statura, suonatore di tamburello: è un ragazzo schiavo latitante, marinaio un po' stralunato e goffo; durante gli inseguimenti alle balene inevitabilmente finisce in mare e quando per la seconda volta accade viene abbandonato nell'oceano e ripescato solo molte ore dopo, completamente impazzito. Emarginato dall'intero equipaggio, viene invece accolto da Achab, che lo sente suo simile nella follia. 
  • Fedallah è un misterioso asiatico (Parsi) dai capelli a turbante, che sembra legato come un'ombra ad Achab da un influsso quasi telepatico: sarà lui a predire con una strana profezia la fine di entrambi. 
  • Lana Caprina è il cuoco di bordo che viene schernito da Stub durante la cena a base di pinna di balena.
  • Per i recensori dell’epoca il libro era un “garbuglio”, una “zuppa intellettuale” (Duyckinck), “tre libri in uno” – narrazione realistica, romance, saggio-rapsodia – dopo la pubblicazione e fino alla fine del secolo, il testo fu completamente dimenticato. Solo con il Melville Revival degli anni ’20 Moby-Dick tornò al centro dell’attenzione, e fu allora che si iniziò a definirlo un’epica “dell’oceano” e “della mente inquieta dell’America” (Van Doren). Non romanzo dunque ma “mitologia del mondo moderno”, “sinfonia, non melodia”, “epica tragica pari alla Divina Commedia o all’Odissea” (Mumford). Infine un’enciclopedia, un’opera-mondo, come il Faust di Goethe, l’Ulisse di Joyce o La terra desolata di Eliot: la disomogeneità, gli scompensi strutturali, sono il prezzo della sua aspirazione totalizzante. Un’opera aperta dunque (Moretti) che diventa infine epica post-moderna (Tally), in cui il soggetto della narrazione scompare per lasciare il posto a un insieme di linguaggi diversi.

    dalla Prefazione di Cesare Pavese (1941)
    a Moby Dick


    ... benché si tratti di un’opera ispirata da esperienze di vita quasi barbarica ai confini della terra, Melville non è mai un pagliaccio che si metta a fingere anche lui il barbaro e il primitivo, ma, dignitoso e coraggioso, non si spaventa di rielaborare quella vita vergine attraverso lo scibile della terra. Poiché credo che ci voglia meno coraggio ad affrontare un capodoglio o un tifone che a passare per un pedante o un letterato.

    Il libro – ignoto sinora in Italia - ha tacitamente ispirato per tutta la metà del secolo scorso i maggiori libri di mare. E da qualche decina di anni gli anglo-sassoni ritornano a Melville come a un padre spirituale scoprendo in lui, enormi e vitali, i molti motivi che la letteratura esoticheggiante ha poi ridotto in mezzo secolo alla volgarità.

    Herman Melville, nato a New York nel 1819 da una famiglia antica e nobilesca, morì a New York nel 1891, dopo essere passato anche per gli impieghi statali, immiserito, sconosciuto e sdegnoso. Ma queste sue infelicità non ci toccano. È la solita sorte dei grandi, su cui piace ai posteri spargere eloquenza, salvo poi a trattare anch’essi i contemporanei nell’antichissimo modo. Questa infelicità di Melville anzi ha avuto qualche parte in Moby Dick. Benvenuta, quindi. Poi bisogna ricordare i quattro anni della giovinezza passati su navi baleniere e da guerra, nel Pacifico, nell’Atlantico, tra cacce, tifoni, bonacce e avventure d’inferno o d’arcadia, tutta materia che è stata colata, con un lento lavoro di assimilazione, nelle opere. 


    E l’arcadia c’è in Typee, c’è in Omoo, c’è in Mardi, le storie ispirate dai mesi di vita che l’autore condusse in comune coi cannibali di un’isola oceanica. L’inferno è in White Jacket – spigliato e spietato giornale della vita di bordo su una nave da guerra – e in Pierre, una truce storia morale fallita, che serve a mostrare a quale prezzo e con quali fatiche l’autore di Moby Dick sia giunto al capolavoro.

    Il lettore deve anzitutto pensare che corre quasi un secolo da quando questo libro venne pubblicato per la prima volta. L’ambiente spirituale da cui è uscito è ormai interamente dimenticato anche in America e tutte le volte che si vuole illustrarne qualche aspetto occorre uno sforzo pedante di rievocazione. Tuttavia in Italia sono abbastanza noti due scrittori rappresentativi, su per giù, di questo stesso ambiente. Si pensi che Herman Melville è una specie di fusione e, con ciò, di superamento di Edgar Poe e Nathaniel Hawthorne. Nel nostro caso, Moby Dick è, in un migliaio di pagine, una novella alla Poe, con tutta la sua costruzione, i suoi effetti ragionati di terrore; e, insieme, una di quelle analisi morali di peccatori, di ribelli a Dio che, espresse in uno stile caldo e sfavillante da sermone, legano il nome della Lettera Scarlatta più forse alla storia del puritanesimo che non a quella della poesia.

    In quel tempo, in America o più precisamente nella Nuova Inghilterra, la stabilità nazionale raggiunta aguzzava il desiderio di una cultura propria, di una tradizione. Questo che sarà il problema cronico degli Stati e susciterà ancor oggi tanti disprezzi in Europa verso questi parvenus della cultura, è invece il segno della nobiltà del loro sforzo e del loro destino. Poiché avere una tradizione è meno che nulla, è soltanto cercandola che si può viverla.

    E Melville e contemporanei la cercarono, da buoni puritani, nel secolo delle lotte religiose in Inghilterra, in quel secolo di visionari, di libellisti teologici e di interpretatori della Bibbia, da cui era nata l’America. Anche Poe, che pure è nella sua opera abbastanza areligioso, ha fatto grandi indigestioni di ‘500 e ‘600, volgendosi essenzialmente agli scrittori di magia, di cose occulte e ai platonisti. Tutta gente che grandi balene» fino all’epilogo, di Giobbe: «E io solo sono scampato a raccontarvela» è tutta un’atmosfera di solennità e severità da Vecchio Testamento, di orgogli umani che si rintuzzano dinanzi a Dio, di terrori naturali che sono la diretta manifestazione di Lui. Quei primi capitoli, che sono anche parsi superflui, sulle tetre lapidi dei balenieri di New Bedford e sul sermone di Giona, sono invece parte essenziale del racconto: il brivido della baleneria che si fonde, al primo manifestarsi, col terror sacro puritano. Poiché non c’è nulla di superfluo, rispetto al tono del libro, in quest’epigrafe:

    CONSACRATO ALLA MEMORIA DI JOHN TALBOT CHE A DICIOTT’ANNI SI PERDÉ NEL MARE VICINO ALL’ISOLA DELLA DESOLAZIONE AL LARGO DELLA PATAGONIA IL 1° NOVEMBRE 1836 

    QUESTA LAPIDE ALLA MEMORIA LA SORELLA POSEIl

    continuo alone soprannaturale che trasfigura fin le più spregiudicate e positive ricerche dell’autore, non è che un modo di esprimere, attraverso ogni laicismo di cultura, lo spirito biblico della concezione. Questo traspare persino nei nomi che accompagnano la tragedia: Ismaele, Giona, Elia, Bildad, Achab «di cui i cani leccarono il sangue».

    Bisogna tuttavia riconoscere la complessità di questa cultura melvilliana, che a volte (Giona storicamente considerato) sembra giocare proprio con la sua più alta ispirazione. Oltre che un mito morale, la favola di Moby Dick è anche una sorta di oceanico trattato zoologico e baleniero, e un poema dell’azione e del pericolo. Qualche lettore più recente ravvisa, anzi, in questo tono il suo fascino più vero.

    Le lunghe dissertazioni cetologiche, le minuzie descrittive sui particolari della caccia e della navigazione, le compiaciute e maliziose digressioni d’ogni genere, non soltanto testimoniano dell’estro multicolore dell’autore, ma inducono a riflettere sul singolare intreccio di questi motivi con quelli biblici suaccennati. È innegabile che lo sforzo stilistico e costruttivo di Melville fu tutto diretto a effettuare questo contemperamento, e altrettanto innegabile ce ne pare la riuscita. Ogni capitolo, ogni periodo, ogni frase del libro ha quell’aria inevitabile e fatale che è come un suggello di classicità. Nel rigoglio quasi seicentesco delle sue invenzioni e delle sue immagini, noi nulla vorremmo sfrondare o smorzare. Passiamo dal soprannaturale brivido che incutono Lo Spruzzo fantasma o Quiqueg nella bara, alla curiosità divertita delle ricerche sulla Balena fossile e dei pettegolezzi sul Gam e non ci pare di fare uno sforzo. La parola fantastica o raziocinante di Melville assorbe ogni volta in sé senza residui tutta la vita del libro, connettendovisi per fili sottili, per la suggestione di un richiamo, di un’eco, di una cadenza.

    Ora, questa riuscita s’intende soltanto avendo presente il senso del mito di Achab. Questi insegue Moby Dick per sete di vendetta, è chiaro, ma, come succede in ogni infatuazione d’odio, la brama di distruggere appare quasi una brama di possedere, di conoscere, e nella sua espressione, nel suo sfogo, non sempre è distinguibile da questa. Se poi ricordiamo che Moby Dick assomma in sé la quintessenza misteriosa dell’orrore e del male dell’universo (si veda uno qualunque dei farneticanti monologhi di Achab), avremo senz’altro capito come le tante didascalie digressive, raziocinanti e scientifiche, non si contrappongano al reverente timor sacro puritano ma piuttosto l’avvolgano in un lucido alone di sforzo, d’indagine, di furore conoscitivo, che ne è come dire il riflesso laico. La coerenza del libro si celebra proprio in questa tensione che l’ombra fuggente del mistico Moby Dick induce nei suoi cercatori. Elogeremo a questo punto la finezza di cui diede prova Melville lasciando indefinito il senso della sua allegoria. I commentatori hanno potuto sbizzarrirsi e vedere simboleggiati nel mostro infiniti concetti. Ciò è indifferente. La ricchezza di una favola sta nella capacità ch’essa possiede di simboleggiare il maggior numero di esperienze. Moby Dick rappresenta un antagonismo puro, e perciò Achab e il suo Nemico formano una paradossale coppia d’inseparabili. Dopo tante disquisizioni, tanti trattati e tanta passione, l’annientamento davanti al sacro mistero del Male resta l’unica forma di comunione possibile.

    Nessuna corda della sua cultura Melville lascia intentata per rendere il senso di quest’inevitabile catastrofe: dalle già accennate paurose cadenze bibliche all’asciutto e settecentesco nerbo dei capitoli informativi; dal capriccio scherzoso delle pause digressive che ricordano irresistibili tanta letteratura saggistica, all’alta e shakespeariana tensione fantastica di certe scene drammatiche. Ciò che tutto coordina e armonizza è il ricco e sapiente fraseggio, vibrante di risonanze, di echi, di sfondi così come il mito è una pregnante creazione che contempera successive sfere spirituali.

    Rimarrà sorpreso il lettore aprendo il libro a quelle pagine di Estratti iniziali sulla balena e crederà che almeno queste pedantesche citazioni si possano saltare, almeno queste sian superflue. Neanche queste.

    L’interessante lista di riferimenti, pescati in tutte «le Vaticane e le bancarelle della terra» e le etimologie in più d’una dozzina di lingue, che precedono, servono a portare il lettore a quel grado di universalità, ad ambientarlo in quell’atmosfera laica di dotta discussione, che sarà il nerbo, talvolta umoristico e talvolta eroico, di tutti i futuri capitoli. Poiché, questo è curioso in Moby Dick e in Melville: benché si tratti di un’opera ispirata da esperienze di vita quasi barbarica ai confini della terra, Melville non è mai un pagliaccio che si metta a fingere anche lui il barbaro e il primitivo, ma, dignitoso e coraggioso, non si spaventa di rielaborare quella vita vergine attraverso lo scibile della terra. Poiché credo che ci voglia meno coraggio ad affrontare un capodoglio o un tifone che a passare per un pedante o un letterato. E Melville, nel ringraziamento al Vice-vice-bibliotecario, ch’egli finge gli abbia fornite le citazioni, lo compiange per uno di quella «classe disperata e ingiallita che nessun vino al mondo scalderà mai più e per i quali persino il pallido Xeres sarebbe troppo generoso»; lo compiange col suo solito tono scherzoso di uomo che conosce ben altro nella vita oltre le Vaticane e i bancherottoli e sa che i migliori poemi sono quelli raccontati da marinai illetterati sul castello di prora (cfr. La storia del «Town- ho»); sa tutto questo, e scherza, ma non si vergogna di mostrarsi qual è, un marinaio che ha studiato: un letterato. 

    Cesare Pavese, ottobre 1941


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    Bartleby lo scrivano, una storia di Wall Street

    “Bartleby è lo scrivano che rinuncia a scrivere e resta immobile a guardare un muro, imperturbabile e laconico, sordo a ogni ragionevole persuasione, inespugnabilmente mite. È una figura senza alcuna possibile salvezza, figura di ciò che non può essere salvato. Ma si può anche pensare sia la figura di chi non ha nessuna voglia di lasciarsi salvare, come se la salvezza che altri propongono fosse altrettanto irrimediabile quanto la solitudine e la desolazione a cui va incontro.” (Gianni Celati) È questo il racconto più importante di Melville, e senza forse, tra i più bei racconti scritti in assoluto. Che io continuo a rileggere stupendomi per la sua bellezza e modernità. Ecco la trama: il narratore è il titolare di uno studio legale di Wall Street a New York. Egli svolge “un lavo

    ro discreto tra i titoli, le obbligazioni, le ipoteche di uomini abbienti” e si descrive come “una persona eminentemente cauta e fidata”. C’è da dire che non si sa nulla della sua vita al di fuori dell’ufficio, non si conosce neppure il suo nome.

    Nel suo studio lavorano tre dipendenti: Turkey (tacchino), Pince-nez (Occhiali a stringinaso). Il primo, bravo e laborioso al mattino, diventa insolente e pasticcione dopo il pranzo. Il secondo è irritabile al mattino, ma lavora bene al pomeriggio. Possiamo aggiungere un terzo personaggio: il ragazzo tutto fare, il cui lavoro più importante è quello di andare a comprare biscotti allo zenzero che diventeranno importanti nel corso del racconto.

    Il narratore, con l’aumentare del lavoro, decide di assumere un terzo scrivano. Risponde all’annuncio Bartleby che si presenta in ufficio come una figura “pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida”.

    All’inizio Bartleby esegue con diligenza il suo lavoro di copista.

    Poi si rifiuta di svolgere alcuni compiti, lasciando attonito il suo principale con la risposta “I would prefere not to” tradotta in italiano “preferirei di no” o con “avrei preferenza di no” come si legge nella traduzione di Gianni Celati.

    Piano piano smette di lavorare del tutto, fornendo sempre come unica spiegazione la medesima frase.

    Il principale, combattuto tra la pietà e l’esasperazione, scopre che Bartleby non ha casa e vive nello studio. Non ha il coraggio di licenziarlo ma è irritato dalla sua “signorile nonchalance cadaverica”.

    Cerca di persuaderlo a riprendere il lavoro o almeno a fornire spiegazioni. Bartleby, all’apparenza impassibile ripete “preferirei di no”. Ridotto al limite della sopportazione l’avvocato si trasferisce in un altro studio per sfuggire a quella inquietante presenza-assenza. I nuovi inquilini dello studio fanno arrestare Bartleby per vagabondaggio. L’uomo viene portato alle Tombe, la prigione di New York. Lì rifiuta anche il cibo e muore.

    In una una pagina finale l’anonimo avvocato ci racconta una diceria, una chiacchiera: Bartleby sarebbe stato in precedenza impiegato all’ Ufficio delle lettere smarrite, le lettere morte.

    Come poteva stare di fronte a quelle lettere smarrite, accatastate e date alle fiamme. 


    Dalle pieghe di un foglio a volte il pallido impiegato estrae un anello, e il dito cui era destinato forse già imputridisce nella tomba; estrae una banconota inviata con la più sollecita carità, e chi avrebbe dovuto soccorrere più non mangia né soffre; un perdono per chi morì disperando; una speranza per chi morì senza speme; buone nuove per chi fu annientato da perpetue sventure. Inviate per occorrenze della vita, queste lettere urgono alla morte.
    Ah, Bartleby! ah, umanità!



     Gianni Celati alcune interpretazioni sono state questo racconto: riporta critiche che date a enigmatico

    1 – la prima è in chiave autobiografica: l’insuccesso letterario di Moby Dick rivivrebbe nelle vicende dello scrivano 

    2 – il rifiuto a scrivere di Bartleby sarebbe un esempio della resistenza passiva predicata da Thoreau 

    3 – Bartleby vive la solitudine vissuta da altri personaggi della letteratura di melvilliana 

    4 – si passa poi alla posizione in cui è l’avvocato l’ipocrita e uomo superficiale che non capisce Bartleby 

    5 – c’è poi una interpretazione sociale dove i racconto è visto come un’accusa contro la società. La morte di Bartleby condanna la società, non il personaggio 

    6 – si considera la storia di Bartleby come una parabola del destino dell’artista moderno: il muro che Bartleby osserva sarebbe il limite insuperabile da cui l’artista diventa ossessionato 

    7 – si ritiene che vi sia un rapporto tra l’immobilità di Bartleby e il quietismo buddista (Melville era a conoscenza di molte nozioni del buddismo) 

    8 – questa che riporto per ultima è un’interpretazione che vede il testo di Melville seguire passo dopo passo un brano del Vangelo di San Matteo dove Bartebly è il nuovo Cristo.

    La Bartleby Industry, come la chiama Celati, va avanti ancora. 

    Questa è una interpretazione che ho trovato su internet e che condivido: 

    ... Melville con questo piccolo capolavoro ci obbliga a porci molte domande e ci dimostra con grande maestria quanto sia difficile avere risposte univoche e insindacabili. Anche la vicenda di Bartleby lo scrivano ha una fine, ma non una soluzione. Mentre il mondo moderno, purtroppo, di fronte alla diversità non ammette altra chiave interpretativa che la patologia, Bartleby compie una scelta (è davvero una scelta?) e il lettore rimane a riflettere sul senso della narrazione, della vicenda e della vita. Non so se si arriverà mai alla risoluzione di questo enigma interpretativo, ma mi sembra davvero interessante l’affermazione che Gianni Celati fa a p. XXVI della sua introduzione a Bartleby lo scrivano nell’edizione Feltrinelli del 1991:

    “Nessun discorso sarà mai più potente d’un silenzio in risposta a una domanda che ci è stata rivolta” .

    E se la soluzione fosse questa?


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    Melville poeta

    La ben nota grandezza di Herman Melville trova piena e sorprendente conferma nella sua poesia, dove l'autore di "Moby Dick" narra e si inerpica liricamente in virtù di una energia espressiva dinamica e potente che gli consente di spaziare su territori vari. Eccolo allora accennare alle vicende storiche del suo Paese, poi addentrarsi nei campi di battaglia, o negli scontri delle navi, in componimenti d'ampio respiro come in testi brevissimi, fino alla prosa indimenticabile su un personaggio come John Marr. L'autore, dunque, si muove dal recitativo al canto, e con l'inesausta tensione di chi sa passare con naturalezza e arte da tinte forti, nette, fosche, che assorbono il lettore, alla dolcezza di chi osserva «le creature ridenti nel mattino». Melville parte da un nobilissimo contesto culturale, e infatti cita Shakespeare, Coleridge, Shelley, Flau- bert, se ne appropria, si fa artefice inconfondibile, e viaggia nel mondo: il Capo delle Tempeste, il Mare del Sud, gli «assolati mari e cieli di Grecia», la Polinesia, le Marchesi. Predilige epicamente l'avventura, certo, e la più grande avventura che nel bene e nel male lo avvince, lo fa meditare, è quella dell'esistenza, su cui incombe «l'oltraggio antico della morte», mentre «per sempre lo schema della natura si ripete». Ma il suo complesso messaggio comprende vitalmente la meraviglia delle cose nel creato, la presenza del continuo, incantevole rinascere e andare. Il canto di Melville ci viene qui riproposto, in modo appassionato e fedele, da uno dei nostri maggiori poeti, Roberto Mussapi, che ce ne offre una scelta e una versione in cui ogni componimento si traduce in vera e propria alta poesia nella nostra lingua.



    Presentimenti (1860)

    Quando vedo le nubi atre dell’oceano addensarsi
    sulle colline dell’interno estendersi infuriando
    nel bruno del tardo autunno, e la valle
    fradicia rabbrividire d’orrore
    e il campanile precipitare di schianto sulla città
    allora penso ai cupi mali della mia terra
    la tempesta che esplode dal deserto del tempo
    sulla speranza più luminosa del mondo avvinta
    al crimine più orrendo dell’uomo.
    Adesso il lato oscuro della natura si staglia
    e l’ottimismo sgomento si è dissolto;
    nemmeno per un bambino ha misteri il cupo ciglio
    di quella montagna nera, solitaria.
    I torrenti precipitano dalle gole urlando
    e nuove tempeste si addensano alla tempesta presente:
    l’abete trema e si scuote nella trave,
    la quercia nella chiglia che solca.



    Apatia ed entusiasmo (1860-61)

    I

    Quel novembre freddo, vischioso
    nel bianco inverno morto e il terrore
    muto di torpore nel cielo come in un lenzuolo
    di piombo. «Tutto è perduto» e il grido
    recava il grido degli eventi come schianti di tuono in una massa di ghiaccio, nel gelo
    implacabile, uno sull’altro attraversavano
    l’orrore del silenzio. E il braccio
    paralizzato nell’angoscia del cuore
    e quel grande vuoto, la morte.
    Mentre la madre gridava a ogni fratello
    «Non separarti così, salvati almeno dall’odio»
    e sopra il fuoco, sulla pietra la crepa
    si dilatava senza sosta.[...]

    II

    Così disperando morì l’inverno
    e le fiacche settimane della quaresima
    i fiumi vetrificati dal gelo ruppero i ghiacci
    e la tomba della fede si aprì in una ferita.



    Il tetto

    Notturno (Luglio 1863)

    Non c’è sonno, l’afa satura l’aria
    e agguanta il cervello, una dura oppressione,
    come alle tigri bronzee, nelle ombre tormentate
    quando il sangue si irrita e si contrae, feroce.
    Sotto le stelle si stende il deserto dei tetti
    vuoto come una Libia, e tutto è muto, tutto.
    Eppure, da lontano, una spuma di suoni indistinti
    si frange, confusa, l’ateo urlo della rivolta.
    La città è rosa dai topi, vinta dai topi
    delle navi, delle banchine...


    Il tumulo presso il lago

    L’erba non dimenticherà mai questa tomba.
    Quando calpestandola nel sole, verso casa
    dopo la corsa in treno, spossante,
    soldati ragazzi passarono alla sua porta
    feriti forse, e pallidi, esangui
    lei lasciò il lavoro di casa incompiuto
    preparò in silenzio la tavola lungo la strada
    tra le ombre dei sempreverdi, per offrire
    a loro esausti del viaggio, grati.
    Così fu caldo il suo cuore, senza figli, vergine
    che diede loro conforto, come una madre.


    Il falco della nave da guerra

    Quel falco nero
    della nave da guerra
    che rotea nella luce
    sopra la vela più alta, bianca
    della nave nera
    come una nuvola annerita dal sole
    noi che voliamo basso, schiavi della gravità
    abbiamo ali per ascendere alla sua altezza?

    Nessuna freccia lo può raggiungere,
    nemmeno il pensiero accedere alla quiete
    suprema nel cerchio del suo regno.


    Ciottoli

    IV

    Sull’oceano dove riparano le flotte
    schierate per la battaglia l’uomo,
    che sofferente infligge, salpa sulla sofferenza.

    V

    Implacabile io, il vecchio implacabile mare:
    implacabile più che mai quando più sorrido sereno
    lieto, non appagato, da migliaia di naufragi in me.



    L’ultimo testo di questa raccolta, John Marr, esemplare del genio epico narrativo e poetico di Melville, è un canto di evocazione del passato, una chiamata al presente delle ombre degli antichi compagno d’avventure.

    Il poeta sta evocando e invocando a sé le ombre dei morti e degli scomparsi, li vuole presenti, come già sono nella sua memoria. I loro volti, le loro voci vivono ancora, come eternamente le isole meravigliose pur se minate dall’uomo.

    Lo spirito e l’anima della natura e degli umani resistono incancellabili e inestinguibili.


    Serenella Barbieri

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