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Il Canone Americano - Nathaniel Hawthorne (Matilde Morotti)

Pensando che possa essere di interesse ai membri di questo gruppo di lettura, publichiamo qui i testi prodotti nel ambito del Ciclo Il Canone Americano, promosso dal Gruppo Bauman e presentato nella Casa delle Culture, a Modena, nel Marzo del 2023.

Nathaniel Hawthorne

Hawthorne nel canone

Tra i primi a definire il perimetro del canone americano fu F.O. Matthiessen, che osservò come in un quinquennio, a metà dell’Ottocento, siano stati pubblicati libri straordinari, tanto rappresentativi dell’identità nazionale americana che il fenomeno della loro apparizione fu definito Rinascimento: La lettera scarlatta (1850), Uomini rappresentativi (1850), Moby Dick (1851) , Walden (1854), Foglie d’erba (1855). Il nome Rinascimento fa pensare a un legame con la cultura europea e contemporaneamente indica l’orgogliosa consapevolezza di incarnare un movimento giovane, vigoroso, originariamente americano. Le radici ideali stanno nel trascendentalismo con il suo impulso ottimistico all’azione e la sua fede nell’individuo. Altre caratteristiche comuni sono il rapporto con la natura incontaminata (la wilderness che ha tanta importanza nella successiva letteratura statunitense) e il profondo legame che questi vati della libertà hanno con la repubblica che i loro padri hanno creato staccandosi dalla madrepatria.

Matthiessen (che era un critico dalle idee progressiste) rileva che Hawthorne, Emerson, Melville, Thoreau, Whitman scrissero tutti per la democrazia, convinti come erano che fosse compito della loro generazione tradurre in atto le potenzialità liberate dalla Rivoluzione. Lo scrittore del Nuovo Mondo deve chiedersi se sta scrivendo pro o contro il popolo e questo comune terreno morale dei cinque comporta l’esigenza di un nuovo linguaggio che rivesta di luce spirituale i più ordinari aspetti della vita quotidiana e ne riveli la profonda natura simbolica e mitica.

Va detto (e lo ammette lo stesso Matthiessen) che dietro il piccolo mondo utopistico di un New England in cui tutti si conoscevano e si frequentavano c’era in preparazione il bagno di sangue della guerra di secessione e lo sviluppo futuro della seconda rivoluzione industriale, col trionfo della ferrovia, della fabbrica, dell’espansione urbana che cancella la civiltà rurale. Nell’America di metà ‘800 albergavano tensioni e contraddizioni (basta pensare allo schiavismo) e d’altra parte le radici puritane della Rivoluzione comportano un senso ossessivo del male e del peccato insito nell’animo umano. Tali tensioni non trovano posto nell’universo di Emerson, ispirato a un ideale di armonia e fratellanza. L’ambivalenza e la contraddittorietà del sogno americano sono interpretati soprattutto da Hawthorne e Melville: sono loro a rappresentare il lato tragico dell’american dream, mentre Emerson, Thoreau e Whitman incarnano la fiducia nelle possibilità dell’individuo, la tensione ottimistica verso un futuro democratico e liberale. Il posto di Hawthorne e Melville nel quintetto rappresentativo del primo canone americano è particolare, legato alla visione del Male come entità inafferrabile in Melville, mentre in Hawthorne domina il tema del peccato, della colpa e dell’espiazione. Erano amici, i due scrittori, e la loro opera è accomunata da un profondo senso religioso oltre che dalla capacità di creare simboli immortali.


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Vita e Opere di N. Hawthorne

In apparenza, la vita di Hawthorne è stata tranquilla e priva di eventi drammatici: dopo una gioventù solitaria, ecco un matrimonio felice, un impiego presso le dogane di Boston e Salem, la frequentazione dei maggiori letterati del tempo. Ed ecco la pubblicazione di racconti (Muschi da un vecchio presbiterio, 1846; Racconti narrati due volte, 1852) e romanzi (La lettera scarlatta, 1850; La casa dei sette abbaini, 1851; Il romanzo di Valgioiosa, 1852).

Gli anni successivi sono legati a un soggiorno in Europa, prima come console americano a Liverpool e poi come turista in Francia e in Italia, esperienza compendiata nel romanzo Il fauno di marmo (1859). Infine anni di strana inerzia compositiva, che gli impediscono di portare a termine ben quattro romanzi, e la morte improvvisa nel 1864.

Davvero una vita senza drammi, che però nasconde un animo tormentato. Dal diario, dai racconti, dal romanzo più celebre emerge l’idea che in ogni cuore umano alberghi il male e il mondo non sia altro che un baratro che rimanda immagini di peccato e di mistero.

Il Sistema di Riferimento

Pur avendo fatto parte del gruppo trascendentalista, Hawthorne condivide ben poco dell’ottimismo e delle certezze di Emerson e Whitman. Per Hawthorne il senso della vita si accosta, più che alla fiducia nel futuro, alla sfera del mistero e dell’ambiguità. (ben vero che c’è una corrispondenza tra realtà esterna e spirito, ma il significato segreto, il cuore delle cose, è l’inevitabilità del male e della morte).

In realtà, più che nel trascendentalismo, le origini dell’arte di Hawthorne vanno cercate nel puritanesimo. Non che Hawthorne sia un puritano intransigente: la sua sensibilità, le doti di tolleranza e di equilibrio lo tengono lontano dallo spietato rigore di quella cultura. Il giudizio storico sull’età dei Padri Pellegrini è espresso con chiarezza nella lunga prefazione alla Lettera scarlatta e in tutto il corso del romanzo: è un giudizio critico, problematico, che in un certo senso decostruisce il mito delle origini che il Nuovo Mondo si è creato. Hawthorne sa bene che il sogno della Nuova Gerusalemme, il mito della “città costruita sulla roccia” ha portato a persecuzioni e violenza che hanno portato il male nella sua stessa famiglia; ma quei persecutori sono i suoi antenati, la loro polvere costituisce la sua essenza profonda e da essi lo scrittore non può staccarsi. Hawthorne è attirato dal mondo puritano, pur condannandone le manifestazioni meno civili ed umane. Le radici di quel senso del male che percorre l’intera sua opera sono nella visione calvinista e puritana dell’ira di Dio contro gli uomini peccatori. È l’argomento cardine dei libri di Hawthorne: la rappresentazione del drammatico destino per cui il peccato è connaturato al cuore dell’uomo.

Sul piano narrativo, l’elemento che Hawthorne riceve dalla tradizione puritana (vedi l’allegorico The pilgrim’s progress di John Bunyan e l’uso di simboli, metafore e parabole tipico dei sermoni secenteschi) è il simbolismo, usato come strumento importantissimo. I romanzi e racconti di Hawthorne sono disseminati di oggetti misteriosi e ambigui che sono simboli di qualcosa di indefinito. Il simbolo hawthorniano non è la semplice allegoria di tipo dantesco, che rimanda a un concetto ben definito (la selva oscura è il peccato), ma qualcosa di vasto e sfuggente rispetto a cui l’autore, che lascia il lettore libero d’interpretare a suo modo, sembra non sapere nulla di certo. L’ambiguità del simbolo è l’immagine stessa della vita, del mistero esistenziale che può soltanto intuire.

La scelta del romanzo di fantasia (romance) al posto del novel più legato alla realtà sembra nascere dall’esigenza di giustificare l’immissione nel tessuto narrativo dell’oggetto simbolico. Per esempio, la lettera scarlatta è uno strumento per indicare la mutevolezza, l’inafferrabilità del reale. Così, all’aspetto sempre diverso che essa assume corrisponde un sempre diverso significato e, grazie all’espediente della scelta multipla, il lettore è lasciato libero d’interpretare a modo suo ciò che viene descritto (è quanto accade nel capitolo conclusivo, in cui vengono date diverse interpretazioni del misterioso segno apparso sulle carni del pastore, ma la stessa cosa avviene per la lettera fiammeggiante apparsa nel cielo la notte della drammatica veglia dello stesso pastore sulla gogna).


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Analisi de LA LETTERA SCARLATTA

L’introduzione

Hawthorne usa un espediente narrativo (simile a quello usato dal Manzoni nei Promessi sposi per accreditare il suo racconto. Si tratta di una lunga introduzione intitolata “La dogana”, che in parte è un racconto autobiografico sull’esperienza dello scrittore come impiegato alla dogana di Salem: uno scritto anche stilisticamente estraneo al resto del romanzo, col suo ritratto parodistico di alcuni tipi umani. D’altra parte, l’introduzione serve a collocare con esattezza la posizione dell’autore rispetto allo sfondo storico del romanzo, mettendo in risalto la sua ascendenza puritana e il senso di colpa riferito a due antenati che furono persecutori dei quaccheri.

Hawthorne racconta di aver trovato in un angolo della vecchia dogana un lembo di stoffa ricamata in forma di lettera A, accompagnato da un manoscritto che ne spiegava la storia, e di aver compreso che aveva tra le mani un abbozzo di romanzo.

Struttura del romanzo

La lettera scarlatta ha una struttura simmetrica, essendo incentrata su tre scene madri, tutte ambientate su un unico palcoscenico, la gogna issata sulla piazza del mercato di Boston. Siamo in un periodo imprecisato intorno alla metà del 1600 e da poco la colonia è stata fondata dai puritani provenienti dall’Inghilterra.

Nelle tre scene compaiono in varie posizioni gli stessi personaggi principali, che potremmo chiamare col nome del loro ruolo: l’Adultera, il Pastore, il Marito, la Bambina. Nella prima scena assistiamo alla punizione esemplare dell’adultera che, con la figlia di tre mesi, deve rimanere per ore esposta al ludibrio popolare; sul petto ella reca la lettera A, che dovrà portare per tutta la vita. La seconda scena è collocata alla metà del libro: sulla gogna ora sale il pastore corresponsabile dell’adulterio, ma lo fa nottetempo e la città non ne sa nulla perché, pur macerato segretamente dal rimorso, l’uomo non ha il coraggio di manifestare la sua colpa assumendosene la responsabilità. Nella terza e ultima scena il pastore sale finalmente sul palco, ma lo fa per morire. Strappandosi dal petto le vesti sacerdotali, egli rivela alla folla il misterioso marchio impressogli dal peccato sul cuore e confessa di essere più colpevole della donna dalla lettera scarlatta.

Un romanzo teatrale

Questa drammatica partizione in blocchi narrativi ha davvero molto di teatrale, tanto più in quanto si accompagna all’importante uso del dialogo. I personaggi principali sono spesso a tu per tu e si scambiano parole che quasi sempre vanno dritte al cuore dei fatti. Molti titoli dei capitoli ci presentano i personaggi a coppie: il folletto e il pastore, il medico e il malato, Hester e il medico, Hester e Pearl, il pastore e la parrocchiana.

I luoghi

C’è una sostanziale unità di luogo che colloca gli eventi principali nello spazio simbolo della nuova colonia: la piazza del mercato su cui sorge il palco della gogna. Qui la folla assiste al supplizio di Hester, uscita dalla vicina prigione, costruita pochi anni prima e già tetra e annerita (Hawthorne sottolinea come i fondatori di una nuova città pensassero per prima cosa a costruire un cimitero e una prigione, il che dice molto sulla loro visione del mondo).

Si è già detto come la stessa piazza sia lo sfondo della scena notturna in cui il pastore sale sulla gogna; nell’ultima scena madre la piazza del mercato assume un aspetto festoso. È infatti il giorno della festa della Nuova Inghilterra e Hawthorne descrive quasi con rigore da storico le varie componenti di quel popolo: i puritani di prima generazione, che ancora conservavano parte dell’esuberanza elisabettiana, gli abitanti degli accampamenti sparsi nella foresta, gli indiani coi loro bizzarri ornamenti.

Tutt’intorno allo spazio cittadino di Boston, con le sue case di legno, la piazza del mercato, la prigione e il cimitero, c’è un altro spazio molto più grande, quello della foresta, della wilderness. Qui, tra alberi ed acque mormoranti, vivono innanzi tutto i misteriosi indiani, popolo sconosciuto e ostile, che conosce le virtù magiche delle erbe; qui è il mondo delle leggende paurose, qui si dice viva l’Uomo Nero che imprime il suo marchio sulle streghe che a mezzanotte si riuniscono per il sabba. Qui la dura legge della città non ha più potere e regna la natura incontaminata. Rari sono i contatti tra la città e il mondo selvaggio. La casa in cui vive la protagonista è proprio al confine tra i due mondi, perché Hester, l’esclusa, la messa al bando, ha bensì accettato i rigori della legge e vive come le è stato imposto, ma nel suo cuore libero hanno ancora posto i sentimenti, gli istinti primordiali, la passione che porta a ribellarsi. Una scena molto significativa è collocata non sulla piazza, ma nella foresta e vede i due amanti sognare per un poco di fuggire dal mondo gretto del rigore puritano e vivere liberamente il loro amore.

I personaggi

Quanto mai teatrale è la presentazione di Hester Prynne, la protagonista. Si apre la porta della prigione, nera nella gloria del mattino ed ecco che uno sbirro, rappresentante della disumana severità delle leggi puritane, spinge davanti a sé una giovane donna. Alta e bella, coi neri capelli illuminati dal sole, ella guarda i suoi concittadini con un sorriso di sfida e lo sguardo diritto. Sul suo petto splende la lettera rossa ed oro che si è ricamata da sé.

Hester è un personaggio apparentemente semplice da descrivere: una donna che ha saputo amare ed accettare le conseguenze delle sue azioni, sicuramente molto più forte del suo amante e infatti ogni volta che s’incontrano lui le chiede aiuto, le chiede di parlare al posto suo, di fare quello che lui non può. Hester però è anche altro: intanto è una donna che vive del suo lavoro e questo ai tempi non doveva essere comunissimo. Ricama, Hester, e lo fa con un gusto barocco e fantastico che rende i suoi lavori vere opere d’arte. Essere un’artista è un tocco particolare che aggiunge al personaggio un significato inatteso e non semplice da decifrare, ma c’è di più: Hester pensa! Crede nella libertà di pensiero! Addirittura può immaginare un mondo diverso, in cui le donne, distrutto e ricostruito il sistema della società, possano conquistare una condizione di vita sopportabile. A questo punto anche noi possiamo giocar d’immaginazione e pensare che dietro questo personaggio traspaiano altre figure femminili che al tempo di Hawthorne ricoprirono ruoli importanti negli esperimenti utopistici come la Brook Farm.

Delineato un ritratto femminile così forte e deciso, ci poniamo alcune domande. Perché Hester, che è uno spirito libero e reca nel cuore una passione mai rinnegata, si sottopone alla legge puritana? Avrebbe potuto tornare in Inghilterra o inoltrarsi nelle sterminate foreste della nuova patria, invece un legame più forte di una catena la tiene avvinta al luogo del suo amore e della sua ignominia. Si sottomette, mantiene col suo lavoro se stessa e la figlia, vive in accordo con le norme della città, trasformando così il simbolo che le brucia sul petto in un emblema di cui può andare orgogliosa. La A di Adultera diventa per tutti l’iniziale della parola Abile e lei si trasforma nella vera eroina americana, la donna che lavora per il bene della comunità. È Hester, come osserva H. Bloom, a rappresentare l’ideale trascendentalista della fiducia in sé e dell’autoaffermazione. Il suo legame col Nuovo Mondo è ribadito alla fine del romanzo, quando la donna rifiuta di vivere in Europa con la figlia, ormai ricca ereditiera, e torna nella misera casetta al margine della città. Sempre Bloom vede la figura di Hester come antecedente di un altro personaggio femminile tipicamente americano, la Isabel di Ritratto di signora.

Corollario del personaggio di Hester è la figlioletta Pearl, figurina luminosa e capricciosa di folletto sempre in movimento; la mamma la veste di rosso e oro e la piccola sembra un’incarnazione vivente della lettera A, verso cui è misteriosamente attratta. Il rapporto di Hester con la figlia (“la bambina più impopolare della letteratura”, dice A. Lombardo) è tormentato e difficile; forse qui Hawthorne raggiunge il culmine della penetrazione psicologica, facendo di questa coppia madre-figlia qualcosa di vero e toccante.

I due personaggi maschili, rispetto ad Hester, sembrano quasi caricaturali. Il pastore Dimmesdale è un essere scialbo e tremebondo, che si rivolge alla donna attribuendole quasi un ruolo materno. Debole, incapace di rinunciare al suo posto nella classe egemone, divorato dall’ambizione più ancora che dal rimorso, si lascia invischiare nelle subdole trame del suo nemico; alla fine, pur contagiato dalla vitalità di Hester, che suscita anche in lui un ritorno di passione e gli apre una via di fuga, perde l’ultima possibilità per gustare il trionfo tributatogli dalla folla, estasiata dalla sua eloquenza; dopo di che va sul patibolo e muore, sottraendosi alla giusta punizione per le sue colpe.

Quanto al marito, Roger Chillingworth, si tratta di un tipico cattivo, oltre tutto brutto, vecchio e deforme tanto che ci chiediamo come sia riuscito a farsi sposare da una fanciulla come Hester; alla fine, però, è lui il vero sconfitto, che resta con un palmo di naso di fronte all’impossibilità di farsi vendetta: per sempre solo, vero “reietto dell’Universo”.


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(limitatissima) BIBLIOGRAFIA

F.O. Matthiessen, Rinascimento americano, Mondadori 

1941 H. Bloom, Il canone americano, Rizzoli 2016 

A. Lombardo, Il grande romanzo americano, Minimum Fax, 2022



Matilde Morotti

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