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Rombo di Esther Kinsky

Presentazione di Angela Mazzotti

Rombo, di Esther Kinsky, è il romanzo che ha vinto il Premio Strega europeo nel 2023. La sua autrice è considerata una delle più importanti scrittrici tedesche contemporanee. Il romanzo si svolge in Friuli, in un’arcaica comunità montana di origini slave che parla una lingua propria, i cui abitanti hanno problemi lavorativi per cui spesso espatriano nella vicina Germania conservando il desiderio di tornare ai luoghi natii, una comunità che ha conservato le antiche leggende citate nella narrazione – l’ Orcolat, la Riba Faronika – e che vive in un paesaggio carsico di cui sono descritti le rocce, i fiori, gli uccelli, i torrenti, i boschi.

In questo paese, che accanto ad aspetti tipici di una vita aspra conserva anche tratti idilliaci, nel 1976 un potente terremoto ha sconvolto l’equilibrio, modificato profondamente l’esistenza dei sopravvissuti, introdotto l’esigenza di cambiamenti radicali: un apparente paradiso nascondeva in sé il pericolo più devastante. La Kinsky ha raccolto le testimonianze di sette abitanti, in parte adulti, ma anche bambini, dando così al racconto storico anche il tono dell’esperienza individuale e il sapore di un monito per il futuro. Il Terremoto è come un anno zero, che separa un prima ed un dopo: il passato non si può far rivivere tale e quale, la regola del mutamento impronta le vite degli uomini non meno che quelle degli altri esseri viventi e della stessa natura nei suoi cambiamenti geologici, ma l’uomo può trarre consiglio dall’esperienza e imparare ad adattarsi.

Rombo in quanto raccolta di testimonianze non è propriamente un romanzo, quanto piuttosto un saggio, un lavoro di inchiesta, quasi un documentario a parole. La scrittrice ricorda il caldo fuori stagione, i rumori premonitori della scossa, sconosciuti a tutti, i comportamenti inattesi degli animali – i serpenti che si arrotolano su sé stessi, le capre che si nascondono, i cani che guaiscono – il tacere del canto degli uccelli, lo strano, inquietante silenzio che preced e il “rombo”, quel suono oscuro con cui si manifesta la terribile forza sotterranea che sembra quasi la voce del mitico Ade, contrapponendo a tutto ciò la reazione determinata e composta degli uomini che dà vita ad una società mutata ma ancora comunitaria, in cui la solidarietà resta il carattere più forte. In questo il titolo italiano con quella “r” è onomatopeico e azzeccato. Con un terremoto che durò da maggio a settembre con scosse continue fino a quella dell’autunno altrettanto forte della prima, la ricostruzione si presenta difficile e anche a volte inutile, dando origine alla necessità del cambiamento.

Lo stile è poetico, in particolare nelle numerose descrizioni della natura selvaggia che non fa da sfondo alla vicenda, ma è un personaggio in sé stessa; sono descrizioni poco puntuali e poco realistiche, che rendono difficile la loro trasposizione in immagini mentali, a cui si affianca uno stile più semplice, elementare della parlata dei testimoni, per quanto differenziata tra di loro, che invece risulta molto verosimile, anche se essi non corrispondono a persone reali, e che fa spesso ricorso alle leggende e credenze locali. E’ l’ambiente friulano fatto di poche parole e sentimenti semplici e solidali. Si tratta di racconti brevi, frammentari, di voci che si confondono, anche se alla fine si riesce anche a ricucire gli interventi, in cui la storia individuale resta un po’ sfumata, non prevale mai sul coro, sul trauma collettivo. E’ un gioco di rimandi tra la descrizione del modo naturale e le testimonianze umane che mostrano di dover fare i conti con il primo e con le sue condizioni. Il romanzo sembra quindi porre l’accento sull’indifferenza della natura verso le disgrazie umane di cui è anche una possibile sorgente pur senza avere consapevoli intenti distruttivi. La narrazione è di effetto, molto coinvolgente, grazie anche ad un uso erudito della lingua come dimostrano i nomi degli animali e delle piante. Le testimonianze sono fredde e distaccate, ma riescono a coinvolgere anche il lettore che predilige storie e dialoghi, ricostruendo la realtà di un mondo fatto a pezzi, La pagina è smossa, piena di tagli e di buchi come i luoghi dopo il terremoto.

Il libro riferisce di crolli e di macerie e di perdite materiali, ma non cita i morti e dispersi, quasi a voler porre l’accento sulla resistenza umana e su una visione ottimistica del futuro: i testimoni, infatti sono tutti giovani, bambini o giovani adulti. C’è anche attenzione per lo sfondo socio-economico, per le obbligate migrazioni o il lavoro temporaneo sulla costa.

All’inizio di ogni capitolo l’editore ha posto la riproduzione in bianco e nero di parte degli affreschi della cattedrale di Venzone seriamente danneggiata dal terremoto: sono i pellegrini dei tempi andati che hanno lasciato il loro segno, una fascia indecifrabile, un racconto frammentario fatto di immagini appena accennate, cifrate dal tempo che parlano del ricordo come di un dovere. E’ un mosaico che si compone alla fine in un quadro nelle ultime righe del libro che danno il senso della sua struttura e del suo messaggio. Anche la descrizione dei tentativi di Nicéphore Nièpce di riprodurre una fotografia con metodi artigianali non ancora definitivi sottolinea la difficoltà di cogliere la realtà e di renderla in parole.

Rombo non ha una trama, il che rende il racconto anche un po’ noioso, pur trattandosi di un libro toccante ed emozionante. L’autrice ha voluto descrivere il terremoto nei suoi tre aspetti caratteristici: l’aspetto geologico, la terra carsica che si muove e forgia il proprio mondo; l’aspetto fiabesco, delle leggende locali e l’aspetto umano, una tematica descrittiva, una leggendaria ed una esperenziale. Essa ne parla con lo stesso tono distaccato che è tipico di una narrativa costruita con interviste, in questo caso anche finte. Le storie dei protagonisti spesso si ripetono, non evolvono e pertanto non danno, se non occasionalmente come nel caso di Olga che continua per settimane a svegliarsi col sapore della polvere in bocca, un tono drammatico alla narrazione che risulta pertanto priva di “dramatic climax”. Esso è piuttosto un libro improntato alla memoria, alla sindrome post-traumatica che porta a memorie erose dal tempo e memorie che il tempo ha reso più affilate.

Nell’ultimo capitolo la popolazione inizia una nuova vita nella quale tuttavia i riti del passato non sono dimenticati, come cantare la canzone della Riba Faronika alzando e abbassando la mano davanti al petto per mimare un onda o un serpente, ma che sono ormai privati del loro contesto e pertanto perdono di significato. Il terremoto ha tolto alle persone il loro manto di leggende e di fantasie, riaffermando la forza della realtà. Solo una straniera poteva, in quanto estranea, ma di grande empatia, raccontare questa storia in modo così incisivo ed accogliente

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