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Gente di Dublino di James Joyce - A cura di Serenella Barbieri

Gente di Dublino, conosciuto anche come I dublinesi è un libro scritto da James Joyce (con lo pseudonimo di Stephen Daedalus) pubblicato nel 1914.

Sto scrivendo una serie di epicleti - dieci – per un giornale. Ne ho scritto uno. Chiamo la serie Dubliners per smascherare l’anima di quell’emiplegia che molti considerano una città.

Così Joyce scrive quando si accinge a stendere i racconti che compongono l’opera concepita all’inizio dell’estate del 1904. Considerati unanimemente tra i capolavori della letteratura del Novecento i quindici racconti che compongono la raccolta Gente di Dublino intendono tracciare un profilo della condizione della società dublinese, secondo la particolare visione che l’autore ha della sua terra d’origine:

La mia intenzione era di scrivere un capitolo della storia morale del mio paese e ho scelto Dublino come scena perché quella città era il centro della paralisi. Ho cercato di presentarla al pubblico indifferente sotto quattro dei suoi aspetti: infanzia, adolescenza, maturità e vita pubblica.”Non posso fare di più, né cambiare quello che ho scritto.

(Estratto di una lettera del 5 maggio 1906 scritta da Joyce al suo editore Grant ...)

L’autore così indica l’ordine di disposizione dei racconti: L’infanzia (“Le sorelle”,” Un incontro”, “Arabia”); l’adolescenza (“Eveline”, “Dopo la corsa”, “I due galanti”,” Pensione di famiglia”); la maturità (“Una piccola nube”, “Rivalsa, Polvere”,” Un caso pietoso”); la vita pubblica (“Il giorno dell’Edera”,” Una madre”, “Una grazia”); I Morti.

La paralisi e la fuga: sono questi i due grandi temi di Gente di Dublino. La paralisi, di cui la capitale irlandese è il «centro», come scrive Joyce stesso, è la malattia mortale dei Dubliners e si riflette in ogni aspetto delle loro vite: morale, sociale, culturale, psicologico. Tutti i tentativi di fuga sono destinati allo scacco, al fallimento.

Due immensi, invincibili macigni (se non li avesse ritenuti invincibili forse Joyce non avrebbe scelto l’esilio permanente) schiacciano gli irlandesi e ne paralizzano le coscienze: la Chiesa, «sobillatrice di un nazionalismo sterile e bigotto», e lo Stato, «pura e semplice emanazione dell’oppressione britannica» . Tra le due autorità (il ribelle Joyce non riconosce autorità in campo artistico, figuriamoci in campo religioso e politico), quella che più influisce negativamente sugli irlandesi è senz’altro la prima, la Chiesa, che li rende incapaci di «concepire la moralità come risposta individuale a problemi di carattere etico». È un’arte profondamente morale l’arte di Joyce, nel senso più puro, autentico e positivo del termine, libero dalle oppressive e pregiudiziali catene ecclesiastiche e sociali (allo stesso modo sono profondamente morali le opere di Leopardi e Nietzsche, di cui in Gente di Dublino, e precisamente nel racconto Un increscioso incidente, vengono citati due testi, presenti nella libreria di Mr Duffy , La gaia scienza e Così parlò Zarathustra.

Tornando alla paralisi, al di là dei pur necessari riferimenti storici, essa si configura come un vero e proprio «emblema della condizione umana». È la paralisi dell’uomo, in particolare dell’uomo moderno, che Joyce rappresenta in Gente di Dublino, e non solo dell’uomo irlandese.

Nei Dubliners ci siamo tutti, qualunque sia la nostra provenienza geografica, la nostra identità, e Dublino come «centro della paralisi» è in ognuno di noi. Siamo fatti di tanti luoghi e la Dublino di Joyce, come la Dite di Dante o la Pietroburgo di Dostoevskij, è uno di questi.

La paralisi e la morte costituiscono le due estremità di Gente di Dublino. L’opera si apre all’insegna della paralisi che è una malattia mortale, con il racconto Le sorelle, e si conclude all’insegna della morte, con il grandioso racconto I morti, che rappresenta non solo la vetta dei Dubliners e dunque della produzione narrativa breve di Joyce, ma probabilmente dell’intera storia del genere. Nelle Sorelle la paralisi si fisicizza, colpisce e abbatte padre Flynn dopo la rottura del suo equilibrio spirituale e psichico causata dalla rottura del calice.

Dalle Sorelle la paralisi si diffonde a tutti gli altri racconti di Gente di Dublino, contaminandoli, contagiandoli come un virus inarrestabile, fino alla conclusiva, suprema celebrazione del tema della morte, là dove conduce sempre la paralisi, che è l’ultimo racconto, in cui Gabriel Conroy scopre finalmente la miseria della propria esistenza e il destino mortale dell’uomo e al termine della notte più incredibile, traumatica e al tempo stesso luminosa (Gabriel ora vede e sa, mentre prima s’illudeva soltanto di vedere e di sapere) della sua vita, si addormenta cullato dall’immagine grandiosa e spettrale dell’intero universo morto e sepolto sotto la neve:

Sì, i giornali avevano ragione: nevicava su tutta l’Irlanda. Cadeva la neve in ogni parte della scura pianura centrale, cadeva soffice sulla torbiera di Allen e soffice cadeva più a ovest, sulle scure e tumultuose acque dello Shannon. E cadeva anche su ogni punto del solitario cimitero sulla collina in cui giaceva il corpo di Michael Furey. S’ammucchiava fitta sulle croci piegate e sulle lapidi, sulle lance del cancelletto e sui roveti spogli. E pian piano l’anima gli svanì lenta mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l’universo e stancamente cadere, come la discesa della loro fine ultima, su tutti i vivi e tutti i morti.

In Gente di Dublino Joyce rappresenta un irreversibile «processo di degradazione della vita spirituale» che non sembra risparmiare

Tale degradazione «si ravvisa soprattutto nella meschinità che pare governare i rapporti umani, e in particolare quelli protetti dall’istituzione matrimoniale, che paiono essere privi di qualsiasi valore, se non quello di servire a puntellare una società che altrimenti cadrebbe a pezzi». Non c’è un solo matrimonio felice in Gente di Dublino, perché non c’è un solo matrimonio d’amore in Gente di Dublino. Nei Dubliners ci si sposa solo perché così va fatto, perché così prescrive l’ipocrita e meschina morale ecclesiastica e sociale. Gli effetti sono devastanti, tanto sugli adulti quanto, soprattutto, sui loro figli, come se la condizione necessaria di dolore e infelicità dell’uomo non bastasse. È insoddisfacente e fallimentare il matrimonio di Chandler in Una piccola nube, che ha tarpato le ali ai ridicoli sogni letterari del piccolo impiegato, è insoddisfacente e fallimentare il matrimonio di Mrs Sinico in Un increscioso incidente, con il marito che la esclude «con tanta naturalezza dalla sfera dei piaceri, da non sospettare nemmeno che qualcun altro potesse provare interesse per lei». C’è chi si sposa per riparare a una leggerezza giovanile causata dall’impeto dei sensi, come in Pensione di famiglia, e chi per ripicca, come Mrs Kearney in Una madre, che rispetta il marito «allo stesso modo in cui rispettava l’edificio centrale delle poste».

In Gente di Dublino l’amore compare soltanto alla fine, nei Morti. Finalmente libero dalle convenzioni, dalle etichette, dai pregiudizi, dalle menzogne e dalle illusioni che regolavano la sua vita inautentica, fasulla, contraffatta, Gabriel osserva Gretta dormire, «come se non fossero mai stati marito e moglie», e scopre l’amore, il vero amore:

Calde lacrime gli salirono agli occhi. Non aveva mai provato nulla di simile per nessuna donna, ma sapeva che quel sentimento doveva essere l’amore.

Lo stile di Gente di Dublino è realistico: la descrizione dei paesaggi naturali è concisa ma accurata, con dettagli che non hanno propriamente uno scopo descrittivo, ma spesso un significato più profondo, fortemente simbolico. Per esempio l’accurata descrizione della casa del prete in Le sorelle è simbolo dell’incapacità sia fisica che morale di Padre Flynn. Questo vuol dire che realismo e naturalismo sono combinati con tratti simbolici: ecco l’epifania, una tecnica di Joyce in cui un insignificante particolare o un gesto, o perfino una situazione banale portano un personaggio a una visione spirituale con cui comprende se stesso e ciò che lo circonda, quindi spesso l’epifania è la chiave della storia stessa: alcuni episodi descritti, apparentemente non influenti o importanti, sono essenziali nella vita del protagonista. Svevo scrive che i personaggi di Joyce ci fanno male. In effetti è doloroso guardarsi a uno specchio che riflette tutte le nostre miserie, tutte le nostre delusioni, tutte le nostre frustrazioni. Gente di Dublino è un’epifania.

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