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I"Racconti di Antonio Delfini - A cura di Serenella Barbieri

Delfini, rampollo di una antica e nobile famiglia modenese che si avvia al decadimento, rimase negli anni un eterno fanciullo narciso. Obbligato a mascherarsi da eccentrico dandy può amare perciò solo le cose che hanno in sé la caducità (soldi, amicizia, relazioni...). I protagonisti dei suoi racconti sono minime variazioni della sua autobiografia: devono sopportare elegantemente l’arrivo della rovina. Vi è poi nei racconti di Delfini un piacere per il pensiero che non diventa azione, per il sogno ad occhi aperti, per il ripensamento mentale dei pochi attimi felici di una vita o di un amore.

Leggere i suoi racconti è stata per me, che lo conoscevo solo come poeta, molto piacevole. È uno scrittore atmosferico, la cui prosa sottile, ai limiti dell’evanescenza, mi ha costretta ad entrare nel suo micromondo: la città di Modena, che è anche la mia. La sua è quella degli anni ’30.

Delfini tratteggia (non ricostruisce) una città a metà tra realtà e fantasia (è sempre M***, mai Modena) unico luogo da cui è possibile fuggire e in cui è possibile tornare. La mente creativa dell’autore non riesce mai a staccarsi definitivamente dai suoi luoghi: la piazza, i portici, i teatri, i bar aperti fino a tarda notte, il suo appartamento in una delle migliori vie della città.

Gianni Celati dice che per leggere Delfini c’è bisogno di un lettore che lo segua sul filo di un’empatia o di una simpatia che sia in grado di scorgere la visionarietà di una scrittura pensata con grande potenza ma non sempre egualmente depositata sulla carta. Delfini è stato infatti un autore molto poco produttivo, da qui l’accusa rivoltagli da più parti di essere un dilettante.

Per Delfini ogni idea rimane potente finché è inattuata, egli vive la letteratura come una confessione da fare sottovoce; tuttavia, malgrado la sua specialità nello sperperare idee e tematiche (come del resto fa con i suoi soldi), i suoi racconti rivelano il suo essere narratore limpido anche se incapace di restare troppo a lungo con la penna tra le parole perché è più incline a pensare e a sognare le parole che a scriverle. Delfini è consapevole di ciò e dichiara i limiti del suo linguaggio narrativo nei Diari. I racconti vengono pubblicati per la prima volta nel 1938 con il titolo Il ricordo della Basca; vengono poi riproposti con l’aggiunta di una specie di prefazione Una storia, molto simile a un vero e proprio romanzo breve, che è certamente tra le cose più belle del libro.

Con questa nuova pubblicazione vincerà nel 1963 il Premio Viareggio, importante quanto amaro riconoscimento postumo. I racconti sono abitati da una grazia istintiva, soprattutto i due racconti lunghi. Il primo è Una storia, e il secondo 10 giugno 1918, posti all’inizio e alla fine della raccolta come vertici di un percorso letterario esiguo ma denso.

Entrambi sono racconti autobiografici. Il secondo parla del giorno del suo undicesimo compleanno quando gli viene regalata la sua prima bicicletta e lui si muove con questa per tutta la sua città tra un turbinio di pensieri, di incontri, di scontri.

Una storia, il primo, è uno squarcio autobiografico, ricco di materiali, in cui Delfini cerca di radiografare le tappe della sua formazione artistica e gli snodi cruciali di una educazione sentimentale mai conclusa. Le donne, così come i suoi tanti progetti esistenziali, sono bellissime solamente nell’inseguimento mentale. L’amore per Delfini si dà sempre come amore mancato, desiderato ma mai raggiunto.

Delfini visse per lo più nella sua città natale. Fu a Firenze per un periodo e frequentò lo storico Caffè Giubbe Rosse. Le sue osservazioni sui frequentatori del celebre caffè fiorentino non sono benevoli. Delfini vi appare come un provinciale alle prese con cose più grandi di lui che poi si dimostrano spesso meschine.

Egli viene tirato dentro in imprese editoriali sgangherate. C’è chi si approfitta di lui, delle sue sostanze, facendogli versare fior di quattrini, mensilmente, per promuoverlo redattore senza mai pubblicargli qualcosa, se non assai raramente.

Delfini è un autodidatta ed è lontano dal mondo letterario. Scrive per passione e ritiene di avere dell’originalità perché si esprime con semplicità, dall’alto di una timidezza e di una ingenuità che aiutano la sua verve e la sua capacità d’osservazione. Quest’ultima finisce con il prendere il sopravvento, in questa Storia, regalandoci un autore delizioso, arguto, ironico.

I tempi (fra la fine della prima e l’inizio della seconda guerra mondiale) sono per l’abbandono del decadentismo e l’assunzione dello sperimentalismo (vi sono i poeti ermetici, ad esempio) purché sia pregno il concetto, anche a danno della forma. La forma, infatti, richiama il formalismo e questo l’inerzia del pensiero. Delfini, timidamente, preferisce parlare di “emotivismo”, trasformandosi, a sua insaputa, in un antesignano, in Italia, della narrazione caratterizzata dal “flusso di coscienza”: scrivo ciò che sento sul momento, rispettando un ordine di fondo.

Ma il Nostro è quanto mai lontano dall’inseguimento di una tecnica scientifica. Joyce, maestro del flusso di coscienza, non lascia nulla al caso. Il suo ordine di fondo si rifà a una filosofia precisa, sua. Delfini scrive ciò che sente più nel cuore che nella mente. Delfini ama la sua provincia, apprezza maggiormente le figure genuine delle sue parti, sulle quali riversa tutto il suo affetto, la sua indulgenza, la sua attenzione. Delfini non vive veramente in mezzo a loro: egli è come un osservatore esterno al quale non sfugge niente, ma di coinvolgimento nelle loro vite non se ne parla. E questo non perché si senta superiore, anzi l’incontrario: teme di non riuscire ad inserirsi. Così sogna amori impossibili (che lui rende impossibili) e si macera nella solitudine.

Delfini fu un fascista della prima ora, ma odiò presto i fascisti: questo, unito al suo stile crepuscolare, non lo aiutò certamente nella carriera letteraria. Votò per la monarchia nel 1946, ma sempre, in cuor suo, pensò a una specie di comunismo-liberalismo dove la proprietà privata fosse comunque garantita. Anche tutto ciò rientrava nella sua strana personalità, fatta di fuochi sopiti e di fiamme che non si alzavano da terra: lui provvedeva subito a contenere tutto quanto.

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