Il libro raccoglie dodici racconti che, con linguaggio lineare ma ricco di dettagli e termini igbo, delineano un quadro nitido e complesso delle difficoltà integrative e del solco incolmabile che separa chi, di origine africana, si trasferisce negli Usa, visti come miraggio di fascino e benessere. Il tema già trattato in altri romanzi dall’autrice vale per tutti gli immigrati e gli esuli del mondo, volontari o costretti ad andare via dal proprio paese e a convivere con differenti culture. L’America, terra desiderata può trasformarsi presto in lacci, se non proprio prigioni, per le protagoniste delle storie del romanzo. Queste liberamente, o inviate come pacchi, sono costrette ad adeguarsi a canoni estetici e sociali che restano a loro estranei, che non capiscono e tanto meno potranno mai amare. Il legame alla terra nativa può permettere l’ adattamento ma non riesce spesso a diventare un buon vissuto, perché resta quella una stretta che soffoca quella cosa intorno al collo che non si allenta e toglie l’illusione della realizzazione di un sogno.
Il contrasto tra due società considerate, quasi opposte, fondate su valori discordanti, viene presentato in modo inciso, senza sentimentalismi ma con matura compassione. Il filo narrativo che lega i racconti di differenti contesti sottolineano come sia difficile passare indenni da una condizione di vita ad un’altra, come facile sia invece passare dal benessere al malessere. Con nettezza, senza risparmiare frecce o critiche ad una parte o dall’altra , Adichie fa luce sulle complessità dei rapporti umani e sulla instabilità dei vissuti. La realtà troppo facilmente sbriciola aspettative e rende difficile la condivisione di contesti culturali diversi di origine e di adozione. La fragilità di chi deve accettar canoni non propri fa vivere una nostalgia, che persiste oltre ogni ragionevolezza e risulta essere impalcatura narrativa principale dove il brillante mondo occidentale può trasformarsi in un buio da cui uscire risulta difficile così come avviene per i legami familiari.
L’influenza della famiglia è altro tema conduttore che riveste un ruolo fondamentale, sia per la famiglia d’origine, che può essere protettiva e accogliente o un covo di costrizione e oscurantismo , come nell’ultimo racconto “La storica testarda”, sia per quella creata poi , non sempre basata sull’amore ma spesso sulla necessità, o sulla adesione a un ideale borghese occidentale troppo spesso non corrispondente alle aspettative, né all’identità percepita del proprio sé.
Una vena malinconica percorre tutti i racconti, dove i personaggi, prevalentemente femminili, sfidano la quotidianità con rassegnazione, o rabbia, o generosità . Molte donne, voltano le spalle e svaniscono al lettore tra le pagine a fine capitolo, lasciando però una loro presenza indelebile. Nel terzo racconto Un’esperienza privata, la protagonista esce scavalcando la finestra andandosene. E’ una donna, senza nome, col velo in testa che in un misero negozio polveroso stende la coperta per pregare Allah dopo aver salvato la vita a Chika, ricca studentessa di medicina, casualmente capitata al mercato, dove entrambe si erano trovate coinvolte in uno dei tanti massacri tra igbo, ricchi e critiani, e hausa poveri e musulmani nella Nigeria del nord. ”... in seguito, presa dal suo dolore Chika si sarebbe dimenticata di aver lei stessa sperimentato la gentilezza di una donna hausa." ( pag 42). Va via senza voltarsi anche la protagonista del toccante “L’ambasciata americana, che dopo ore di fila per ottenere un visto si rifiuta di raccontare all’addetta la morte del figlio con tutti i dettagli previsti dalla burocrazia statunitense, inquadrati in un rigido modello per la richiesta di asilo politico “Avevano ammazzato suo figlio, era tutto ciò che era disposta a dire. Ammazzato. Non avrebbe detto nulla della sua risata acuta e tintinnante, che gli partiva da qualche punto sopra la testa. Del fatto che che chiamava caramelle e biscotti “dolcini”. Di come le si attaccava stretto al collo quando lo abbracciava. Della convinzione di suo marito che sarebbe diventato un artista, perché disponeva i pezzi del Lego uno accanto all’altro, alternando i colori, anziché usarli per costruire. Non meritavano di sapere nulla.” (pag 138). Se ne va, ma poi costretta a ritornare , la giovane sposa protagonista de Il combinamatrimoni che si ritrova negli Stati Uniti legata a un uomo da cui dipende per ogni cosa e che le dice “ti l’ho sposata perché volevo una moglie nigeriana e mia madre mi aveva detto che eri una brava ragazza, tranquilla, secondo lei anche vergine. Quando vidi le tue foto ero contento, avevi la pelle abbastanza chiara per avere dei figli che non sembrassero troppo africani. Quelli non troppo neri hanno più change in America" ( pag 180). Va via, dopo un forte abbraccio, ma senza rispondere alla domanda se sarebbe tornata, anche la protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta. Fidanzata con un americano bianco, innamorato di un’Africa romantica povera e bisognosa, lo lascia all’aeroporto per tornare a casa, in Nigeria, alla notizia della morte del padre ma neppure lei sa se tornerà. ”al ristorante ti ha stretto la mano e tu hai stretto la sua e ti sei domandata perché fosse cosi rigido e perché i suoi occhi color extravergine si incupissero mentre parlava coi genitori ai quali ti aveva appena presentata....loro ti hanno chiesto di libri e di differenze del cibo indiano e nigeriano e tu li guardavi e gioivi del fatto che non ti esaminassero come un trofeo esotico, come una zanna d’avorio..." (pag 124) Così con grande dignità i personaggi emergono, tra lacrime, drammi, scontri e difficoltà, unica qualità alla quale non sembrano voler rinunciare.
La scrittrice, anche in questo libro da prova del suo grande talento narrativo e aggiunge importanti riferimenti a contesti sociali e storici richiamati soprattutto nel primo racconto di apertura Cella uno e in quello di Spettri.
Il primo è ambientato nel quartiere benestante di un campus in Nigeria dove il tempo è scandito dalla “stagione dei furti dei culti”, cioè una spietata abitudine di giovani ad aderire a riti di iniziazione con azioni cruente e omicide. Assistiamo all'escalation del fratello della protagonista, voce narrante della famiglia, che da studente annoiato diventa ladro in casa sua poi affiliato e infine detenuto della famigerata Cella Uno da cui è difficile uscire “Nnabia non ci ha detto cosa gli fosse successo nella cella uno e neppure nella nuova destinazione, che penso fosse il luogo dove tenevano le persone che in seguito sarebbero scomparse . Non avrebbe avuto difficoltà , il mio incantevole fratello , a tirar fuori dalla sua storia un bel dramma, ma non lo ha fatto" ( pag 21)
Anche Spettri è ambientato in Nigeria e presenta un professore di matematica che va a informarsi sulla pensione non ancora arrivata dopo tre anni di attesa, aggirandosi tra uffici e strade alberate, incontra un amico che credeva morto. Attraverso di lui ricorda la guerra che ha diviso le loro strade, la guerra del Biafra nel lontano luglio del 1967. Rimasto vedovo, l’ unico conforto della sua vita resta la visita notturna dello spirito di sua moglie.
Il mondo che Chimamanda Ngozi Adichie descrive è davvero complesso, frutto della sua cultura Nigeriana di origine e Americana di formazione e viene analizzato con una lente di ingrandimento ironica e spietata, ma umanissima, negli aspetti che lo rendono familiare anche a noi lettori di lontana provenienza. Senza rinunciare a criticare violenza e corruzione ce lo rende tangibile, chiaro e coinvolgente facilitando la nostra immersione nel caleidoscopio delle dinamiche dei suoi personaggi, che pur lontano dalla nostra quotidianità sentiamo tanto vicini per le emozioni che ci suscitano rendendole facilmente riconoscibili come nostre. Con mirabile capacità l’autrice coglie l’essenza di differenti contesti quello nigeriano e quello americano, disegna ritratti fortemente caratterizzati, brillanti o meno e affronta aspetti di vita che non possono lasciare indifferenti e ci avvincono destandoci sensazioni forti di empatia o presa di distanza. Seguire il filo degli episodi che si snodano nel libro diventa quindi un percorso interessante per considerare aspetti sociali ed esistenziali contrapposti di realtà che a volte troppo facilmente liquidiamo o semplifichiamo senza considerarne i molteplici punti di vista.
Chimamanda Ngozi Adichie è nata a Enugu, nel Sud della Nigeria, il15 settembre 1977 quinta di sei figli, appartenente a una famiglia di etnia igbo. Il padre lavorava come professore di statistica presso la locale università in Nigeria, la madre fu la prima donna a diventare direttrice presso la stessa università. Iniziò a studiare medicina in Nigeria e si occupò della revisione di un giornale, poi, grazie ad una borsa di studio andò negli Stati Uniti dove studiò Comunicazione e Scienze Politiche. Durante il suo ultimo anno di Università iniziò a lavorare al suo primo romanzo Ibisco viola, pubblicato nel 2003, che ottenne l’Orange Prize (UK) e il Commonwealth Writers' Prize. Nel 2006 venne pubblicato Metà di un sole giallo che vinse l’Orange Prize nel 2009 e il Premio Internazionale Nonino in Italia nel 2009, a cui ne seguirono altri come Quindici consigli per crescere una bambina femminista. Il suo più grande successo resta il libro Americanah che ha ottenuto il National Book Critics Circle Award e molte altre menzioni, ed è stato considerato uno dei migliori romanzi dal New York Times nel 2013.
Chimamanda Ngozi Adichie è universalmente considerata una delle autrici più impegnate socialmente. Nel 2015 è stata sulla lista delle 100 persone più influenti al mondo secondo il Time. Il suo è un impegno che ruota prevalentemente intorno alle questioni del razzismo e del femminismo, con all’attivo numerosi romanzi di grande successo, conferenze viste da milioni di persone, e articoli su varie testate tra cui il New Yorker e il Financial Times. Ha studiato nelle Università più prestigiose del mondo e ora vive e lavora tra la Nigeria e Baltimora rappresentando, come nessun altro oggi, due mondi l’Africa e l’America. In una famosissima conferenza “Dovremmo essere tutti femministi“ spiega, in modo diretto il suo femminismo costruttivo e inclusivo, che non odia gli uomini, non distrugge ma genera, finalizzato alla riflessione sulla questione di genere per un mondo migliore, dove le differenze vengano intese come valore e non come contrapposizione. Un femminismo che prevede anche l’uso di rossetti e di tacchi a spillo per il piacere personale e non per gli uomini. “Sminuire una donna perché si interessa di cose come il trucco o il vestire è parte di una cultura sessista” sostiene. La figlia del Ventunesimo secolo” è stata definita da Chinua Achebe, il padre della letteratura africana di lingua inglese che non si è sottratta alla copertina su riviste di moda.
L’interesse di questa straordinaria intellettuale, spazia dai racconti della sua terra, l’Africa, con le sue guerre, in particolare quella del Biafra, le sue contraddizioni con corruzione e violenza, l’esigenza di libertà e la difficoltà dell’abbracciare nuove culture, per arrivare all’occidente con le problematiche che legano il mondo intero e la questione di genere, che affronta con coraggio per migliorare le asimmetrie che contiene “la mia bisnonna non conosceva la parola "femminista", ma non significa che non lo fosse” ha detto. Leggere Chimamanda significa ammirare il suo enorme e indiscusso talento di scrittrice ma anche la forza e il coraggio che pone nel perseguire idee inclusive e migliorative di condizioni che sa analizzare con lucida capacità critica.


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