Adeline Virginia Stephen, nacque il 25 gennaio 1882 nell’aristocratico quartiere di Kensington a Londra, e fu la scrittrice, critica letteraria e saggista, che influenzò maggiormente la letteratura del ‘900. La sua personalità complessa, che sfugge a ogni classificazione, fu libera di esprimersi in tempi dominati da forti personalità maschili, anche favorita dalla possibilità di pubblicare in proprio con la Hogart Press, casa editrice fondata col marito, che aveva cominciato a stampare libri a mano in casa loro. Il padre, sir Leslie Stephen era autore, storico, critico letterario e alpinista e la madre Julia Jackson, nata in India da padre medico trasferitasi in Inghilterra, era stata modella di un pittore famoso. Entrambi vedovi, avevano già quattro figli dal primo matrimonio quando si sposarono e nacquero Vanessa, Virginia, Thoby e Adrian.
L’infanzia di Virginia fu tipicamente vittoriana, fatta di lezioni casalinghe, rispetto alle convenzioni, benessere e consapevolezza che la vita della numerosa famiglia ruotasse intorno alla bella madre, che lei considerava “una cattedrale”. Benché Virginia non avesse potuto studiare all’università come i fratelli, l’accesso alla libreria paterna e l’ambiente intellettuale di casa, frequentato abitualmente da pittori, fotografi e letterati come Henry James e Thomas Eliot le indicò fin da molto giovane il mondo nel quale voleva vivere.Era quello della scrittura, che per lei diventò un mondo di immaginazione che partiva da una attenta e acuta osservazione della realtà. La morte della madre quando aveva 13 anni fu devastante e le procurò una prima crisi depressiva. Quella del padre nel 1905 la portò a staccarsi dai fratellastri Duckworth, accusati in un suo diario di molestie sessuali, per scegliere di andare a vivere con la sorella Vanessa e il fratello Thoby a Bloomsbury, il quartiere popolare che diventerà il luogo simbolo di una generazione straordinaria di giovani artisti e intellettuali, che segneranno una tappa fondamentale nella storia culturale e letteraria del secolo. Da subito Virginia cominciò la sua attività di critica letteraria per il Times, fece conoscenza di intellettuali come Bertrand Russell, Edward Morgan Forster, Maynard Keynes, Ludwig Wittgenstein e il futuro marito Leonard Woolf.
Marguerite Yourcenar riteneva la Woolf uno dei più geniali scrittori di lingua inglese e la paragonò a Vermeer “per il fascino quasi idilliaco dei colori che rivela lo stesso gusto delle vibrazioni uniche, dei minuti eterni di cui è fatto il mondo di Virginia Woolf, per la magia segreta che impregna le loro immagini, seppure rese con strumenti diversi”. Un altro importante incontro fu quello con Sigmund Freud nel 1939 col quali oltre ai suoi problemi psichici discusse delle conseguenze della Grande Guerra e dell’ascesa di Hitler al potere: suo marito era ebreo. Condividevano la passione per le profondità della mente umana ed entrambi la esploravano con mezzi diversi. Lui con la psicanalisi, lei “cercatrice irrequieta”, come si definiva, con la scrittura sulla vita e il suo affascinante mistero, concretamente percepibile nei frammenti e nei minuscoli accadimenti della quotidianità. Virginia combatté tutta la vita contro la visione della donna come “angelo del focolare”, presente in quasi tutte e responsabile del senso di inadeguatezza, di colpa ed di esclusione sociale che provoca. Le sue vicende personali con crisi depressive, ansia e deliri, che la portarono al suicidio, sono ben riflesse nei personaggi delle sue opere, caratterizzate da uno personalissimo stile modernista , convenzionalmente definito flusso di coscienza, ben diverso da quello di Eliot, che lei non apprezzava molto. Scrisse nei suoi diari “Vivo interamente della mia immaginazione, dipendo completamente dai capricci del mio pensiero, che viene e va quando vuole, mentre cammino, mentre sto seduta – nella mia mente c’è tutta un’agitazione, uno spettacolo continuo, che è la mia felicità”.
I racconti seguono l’arco di tutta la sua vita letteraria, dal 1906 al 1941 e si intervallano con i saggi e i romanzi che più l’hanno resa famosa e contengono a seconda di ogni tema ironia, passione, indignazione o disperazione che sono le cifre proprie dell’autrice. I contesti differenti sono spunto di partenza per libere associazioni di pensiero che rivelando la grande sensibilità dell’autrice continuamente alla ricerca di intimità, tipicamente femminile. A mio avviso permettono bene di comprendere l’opera di Virginia Woolf e di vederne i lati più inediti. Scompongono e ricompongono aspetti diversi di una gamma vasta di situazioni che catturano, come in una fotografia, l’essenzialità di momenti belli o brutti, conclusi o meno. Dall’idea iniziale scaturisce il flusso di riflessioni magistralmente sviluppate, che lasciano la possibilità di sintesi interpretativa al lettore con grande libertà e rispetto. Questo spazio di decodificazione mi fa molto apprezzare i racconti. L’autrice crea l’atmosfera, tratteggia i personaggi ci porta nella intimità dei loro pensieri ce li fa conosce nel profondo, ma ci fa anche restare in attesa di altro da considerare, di come e dove andrà a finire la storia, senza definire sempre il tutto in una unica soluzione. Mi coinvolge la ricchezza della sua scrittura, la sua visionaria creatività a conferma di una vocazione letteraria assoluta che si incentra prevalentemente sui temi della solitudine della donna, della caducità umana, della impossibilità di una vera comunicazione e di intesa profonda, in contrasto alla bellezza della natura che viene trattata in tanti punti con attenzione poetica, minuziosa e stupefacente.
Nel Diario del 20 aprile 1925 V. Woolf confessa "Ho almeno sei racconti che premono per uscire e ho la sensazione, finalmente, di poter tradurre in parole tutti i miei pensieri. Restano nondimeno una quantità infinita di problemi; ma non ho mai sentito prima questa urgenza, questa frenesia. Credo di poter scrivere molto più in fretta: se è scrivere - questo improvviso balzo verso un pezzo di carta per annotare una frase, per battere e ribattere a macchina - sperimentando, perché lo scrivere vero e proprio è come una larga pennellata, che perfeziono più tardi. E se diventassi un romanziere interessante - non dico grande – ma interessante? Stranamente, nonostante tutta la mia vanità, finora non ho avuto molta fiducia nei miei romanzi, né ho pensato che esprimessero me stessa."
Io trovo i racconti raffinati e godibili, anche se non tutti allo stesso modo e ritengo che compongano un mosaico riassuntivo che affianca degnamente l’ intensa e varia produzione della scrittrice, attivista fervente della parità dei diritti tra i sessi sostenuta per tutta la vita.
Tra i racconti, che sinteticamente riporto secondo la cronologia di scrittura, vorrei menzionare Ricordi di una scrittrice che pone il senso di scrivere, in specifico sulla biografia “... che diritti ha il mondo a sapere di più intorno a Miss Willatt, donna ammirevole e schiva” si chiede Linsett alla morte dell’amica, pensando che non vuole che vada perduto qualcosa dello svolgersi della loro esistenza .... “sulla pagina stampata le persone diventano più importanti” aggiunge. I ricordi di questo racconto sono pieni di dettagli, anche autobiografici, e le riflessioni giungono fino al momento ultimo con il pensiero della morte “che può piacere per l’emozione che dà e fa sentire le cose come se avessero un senso” ma che lascia tanta solitudine".
Ancora di solitudine parla Un romanzo non scritto dove una donna in treno ha una tal “espressione di infelicità sufficiente da sola a far scivolare gli occhi al di sopra dell’orlo della pagina verso la faccia di quella poveretta, insignificante, a parte l’espressione, quasi simbolo del destino umano”.
Il segno sul muro senza una storia e senza personaggi, sembra quasi una meditazione. E’ l’incalzare impetuoso dei pensieri riportati con la tecnica del flusso detta anche “’imagismo” l’elemento essenziale del racconto “... alzai gli occhi e vidi il segno sul muro. Per fissare una data è necessario ricordare quello che si è visto. Così ora penso al fuoco; il velo immobile di luce gialla sulla pagina del mio libro; i tre crisantemi nella rotonda coppa di vetro sul caminetto. Sì, doveva essere inverno, e avevamo appena preso il tè, perché ricordo che stavo fumando una sigaretta quando alzai gli occhi e vidi per la prima volta il segno sul muro." Qui il segno assume le caratteristiche di una corrente inarrestabile di richiami, la macchia che sembra prima un buco, un avvallamento o un ragno innesca un flusso di pensieri intrusivi che ripercorrono ricordi, tappe di storia, riferimenti che vorrebbero ancorarsi a qualcosa come la grandezza di Shakespeare o alla solidità di tumoli storici in contrasto alla rapidità della vita, nel suo perpetuo sciuparsi e ripararsi, o a valutazioni sulla conoscenza fino a giungere verso la fine del racconto al richiamo di percezioni reali come un albero di legno con le sensazioni di notti invernali, il canto degli uccelli e per nell’ultimo rigo alla scoperta, quasi casuale, che la macchia è solo una chiocciola.
Un altro racconto che insinua un pensiero sempre più intrusivo è Oggetti solidi "... solo un piccolo punto nero si muoveva nel vasto semicerchio della spiaggia. Via via che si avvicinava allo scheletro arenato di una barca per la pesca delle sardelle, apparve chiaro, per una certa inconsistenza del suo nero, che questo punto possedeva quattro gambe; a ogni istante diveniva sempre più evidente che era formato dalle figure di due giovanotti." La zoommata che definisce l’inquadratura come su un set, descrive prima due giovani, che si ergono soli e vigorosi fra il mare e le dune sabbiose poi che si comportano come due bambini. Uno lancia pietre sull'acqua, l’altro scava una buca nella sabbia per trovare un oggetto di vetro liscio, bello come una gemma, che lo porterà a virare verso un’ossessiva ricerca che segnerà il suo declino verso un mondo irreale in cui perde carriera e amici fino trasformarlo in vagabondo in cerca di oggetti da collezionare in modo insensato e forse da sostituire alle persone che ha perso senza neppure rendersene conto. I contrasti di questo racconto tra la materia dura e compatta del vetro e l’inafferrabilità del mare indistinto, la bellezza di un piccolo oggetto che assume le caratteristiche di un un gioiello, indossato da una principessa bruna che trascina il dito nell’acqua mentre a poppa di una barca ascolta il canto degli schiavi per condurla al di là della baia, mi sono sembrati lirici e altamente simbolici. Così come netta mi suona la denuncia del pericolo nella ricerca della bellezza in oggetti inanimati, se pur di eccezionale raffinatezza ma senza calore umano.
In Kew Gardens il racconto ci porta in un bel giardino, tra aiole ovali che si ergono con centinaia di steli di ogni colore e forma. La luce cade sui dorsi levigati dei ciottoli, sulla carnosità delle foglie o sul guscio di una chiocciola dalle brune venature ritorte e mentre siamo rapiti da questi idilliaci elementi di natura, ecco due figure umane “vagare lungo l’aiuola con moto simile a farfalle bianche e azzurre“ che si confidano ricordi che hanno in scena scarpe e libellule come espressione di desideri passati, o il bacio sulla nuca in riva al lago di una vecchia dai capelli grigi: la madre di tutti i baci della vita. Più in là vediamo la camminata irregolare di due uomini che fotografa un giovane e un vecchio che parla perso in un passato tra spiriti di morti, guerre e vedove, mentre sotto una foglia una chiocciola arranca mentre i due le passano accanto. Compaiono poi due anziane signore della piccola borghesia affascinate dai segni dell’eccentricità che denota menti confuse soprattutto nelle persone agiate. Ancora ci viene incontro un’altra coppia di giovani che col solo gesto di toccarsi la mano ci esprimono più di qualsiasi parola. La sequenza dei contrasti qui è dipinta come in un quadro d’autore dettagliato da mille sfumature e con parole di pura poesia.
Mentre in Una casa stregata a qualunque ora ci si svegliasse c’era una porta che si chiudeva e da una stanza all’altra vagava una coppia spettrale, mano nella mano, sollevando qua, aprendo là o guardando qualcosa altro in Quartetto d’archi per la sala vediamo metropolitane, tram, autobus, carrozze private, landò dove rannicchiarsi al riparo, e leggere i fili da una parte all’altra di Londra.
La signora nello specchio ci ammonisce di non lasciare specchi appesi nelle proprie stanze più di quanto si debbano lasciare in giro libretti di assegni aperti o lettere in cui si confessano orrendi delitti. Una semplice immagine di donna in un giardino riflessa è lo spunto per lavorare su altri argomenti importanti nella tematica della Woolf: lo specchio, la finestra, gli oggetti che diventano metafore del contrasto tra il mutevole e l’immobile, il dentro e il fuori, l’interno e l’esterno, la verità e la finzione. E ancora la metamorfosi che l’immaginazione porta sulla realtà, si carica di valori simbolici che la trascendono. Attraverso una finestra, l’eleganza della prosa raffinata ci fa entrare nella stanza, prima con una luce leggera, tremula di colore, che alla fine diventa così spietata da far cadere ogni maschera perché “Nessuno conosce davvero Isabel Tyson, ricca, zitella amante dei lunghi viaggi in cui ha raccolto oggetti esotici che ora ne sanno di lei ben più delle persone che la frequentano. Nei suoi armadi ci sono probabilmente lettere, in cui uno troverebbe le tracce di molte agitazioni, di appuntamenti a cui andare, di rimproveri per non essersi incontrati“.
Anche in Fascinazione dello stagno siamo davanti a uno specchio, se pure di acqua, ad un riflesso, ad un fondo e ad una superficie. Di nuovo siamo chiamati ad una metafora dove lasciar cadere i pensieri. Virginia Woolf ci fa immergere nella dimensione inconscia degli intrecci misteriosi della mente, dello scorrere del tempo e della stratificazione di volti che danno alla vita “sempre qualcosa d’altro ,che rifluisce oltre il bordo di uno stagno, con lo sguardo ipnotizzato al centro, dove qualcosa di bianco oltrepassa la frangia scura dei giunchi al margine”.
Il lascito riporta al centro il messaggio per la segretaria che la moglie lascia alla sua morte e che svela le incomprensioni della vita di una coppia. Il narcisismo di un marito, irriso con sarcasmo e la vita segreta di una moglie col coraggio di vivere e morire oltre il destino assegnatole. È un racconto che mette in evidenza il conflitto di uomini e donne quando l’uomo, confinato nel comodo ruolo patriarcale, ne resta accecato e gli impedisce di capire come è la vita reale e per cosa valga la pena vivere o morire. Il finale del racconto è terribilmente accusatorio.
Rovinoso è anche il racconto di Lappin e Lapinova, la storia di un matrimonio che nei nomignoli segue le tappe di una vita che si sfrangia con la perdita di fantasia e di comprensione reciproca. La trama è semplice e senza flussi divagativi. Due giovani dell’alta borghesia si sposano e lei decide per gioco che lui è un coniglio, un coniglio da caccia, un re coniglio, un coniglio che fa le leggi per tutti gli altri conigli, e lei è la sua sposa regina. La solitudine femminile si compensa con la fantasia ma la fiaba non si avvera, non tanto per mancare d’amore, quanto piuttosto per mancanza di immaginazione e di libertà creativa di cui lei sola sembra abbisognare.
Uno dei tratti peculiari della scrittura di Virginia Woolf è la continua sperimentazione e l’attenzione particolare alla psicologia dei personaggi con l’uso del flusso di coscienza, la tecnica sviluppata sotto l’influenza degli studi psicanalitici di Sigmund Freud, usata anche da Joyce nell’Ulisse. La libera rappresentazione dei pensieri, così come si presenta nella mente, viene resa sulla pagina con il monologo interiore che caratterizza le opere più celebri come in Al Faro o La signora Dalloway, ma che si ritrova ben marcata anche nei racconti che seguono l’intero arco evolutivo della sua opera, dai primi fino agli ultimi caratterizzati da toni più ombrosi. Il suo universo linguistico e tematico che affronta il senso di inadeguatezza, di incomunicabilità, di distorsione percettiva della realtà parte da situazioni di quotidianità per estendersi creativamente all’universale con grande senso di libertà. E’ forse questo tipo di libertà nella scrittura non strettamente finalizzata alla pubblicazione (fu il marito a pubblicare quasi tutti i racconti dopo la morte di lei) a contiene l’essenza dell’immaginario e dell’idea di scrittura dell’autrice che rinunciando spesso alla trama, e spezzettando in frammenti il filo della narrazione, contribuisce ad etichettarla come scrittrice difficile e a provocare in qualche lettore un senso di respingimento. Ma se ci lasciamo coinvolgere dalla corrente immaginifica che il ritmo della Wolf sa dipingere tra righe possiamo apprezzare la sua modalità innovativa di trattare contenuti quali la bellezza del mondo, l’amore, la morte, le sofferenze, i colpi inattesi, la paura, la frustrazione, da sempre presenti nelle opere dei classici, che pur in contesti storici e in diversi stili letterari restano gli stessi senza età. Riuscire a scriverne come fa lei rivela una enorme dote con la capace di mettere se stessa, quella che non viene davvero palesata, ma che troviamo li palpitante per farci ritrovare frammenti di noi.
E come dai diari impariamo che i racconti erano per lei “i piaceri che mi concedevo dopo essermi debitamente esercitata nello stile convenzionale, noi possiamo concederci il piacere di leggerli con grande ammirazione".

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