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Racconti di Virginia Woolf - note di Angela Mazzotti

Woolf è uno dei più grandi narratori del ‘900. Di lei Edward Morgan Forster disse che non conosceva persona che amasse scrivere più di lei. E difatti ci ha lasciato oltre a diversi romanzi e a questi racconti, anche saggi, critiche letterarie, articoli, lettere, diari: un volume considerevole. Ma soprattutto è stata l’autore che ha rivoluzionato il romanzo del Novecento, prima di allora ispirato dal positivismo scientifico, dal materialismo ottocentesco, per renderlo invece espressione dell’uomo, dei suoi sentimenti, delle sue emozioni. E’ l’epoca di Freud, della nascita della fisica quantistica e della definizione del principio di indeterminazione da parte di Heisenberg, che priva la realtà della sua definitività e la rende un tutto fluido, mutevole, indefinito.

La Woolf traduce lo spirito del tempo nello stile dei suoi scritti, nei romanzi, prima di tutto, ma anche nei racconti. Pur non essendo il suo genere preferito, i racconti erano per lei una specie di ginnastica mentale, una forma di distrazione dopo che la stesura dei romanzi ne aveva assorbito eccessivamente le energie. Nei racconti la Woolf si sentì libera di sperimentare le forme più innovative ed originali della sua creatività. Lei stessa confessò: - E’ più facile scrivere una cosa breve, di slancio, tutta d’un fiato (sono parole sue) che non un romanzo. I romanzi, diceva, sono “tremendamente macchinosi e ridondanti”. 

Il marito Leonard Woolf – lei si chiamava Stephen – ha detto che Virginia aveva l’abitudine di fissare sulla carta le idee che le venivano in mente e poi di metterle da parte in attesa di svilupparle a tempo debito. Soprattutto quando passeggiava – e la Woolf amava molto passeggiare, in campagna, come il protagonista del racconto Una semplice melodia, o per le strade di Londra, come Mrs Dalloway nell’omonimo racconto e romanzo - Virginia aveva sempre con sé un taccuino su cui annotava le sue osservazioni e riflessioni che poi avrebbero costituito il contenuto delle sue storie.

Storie che spesso sono brevi, prive di trama, quasi solo un flash su una determinata situazione o emozione. Lasciò infatti scritto in uno dei suoi saggi di critica letteraria che il racconto deve essere “breve e conclusivo”, produrre un’atmosfera, seguire dei personaggi, in attesa del segnale finale che appare all’improvviso sotto forma di una improvvisa intensità della frase. E’ infatti l’intensità del sentimento dell’autore che decide l’esattezza e la completezza del racconto e non la sua struttura che invece è riservata alle opere più complesse come i romanzi.

Durante la sua vita la Woolf pubblicò pochi racconti, anche se è proprio con due di essi che iniziò nel 1917 l’attività della casa editrice fondata insieme al marito, la Hogarth Press, dal nome della loro casa a Londra: la Hogarth Press iniziò la sua attività proprio pubblicando a mano un libriccino di racconti intitolato Two stories (Due storie): uno dei racconti era The mark on the wall (Il segno sul muro) di Virginia, l’altro Three jews di Leonard, che come lei era scrittore e critico letterario. Fu questa casa editrice che pubblicò alcuni dei romanzi più importanti della Woolf e opere di altri autori di rilievo come Thomas Eliot, i russi Gorkji e Dostoevskji o l’opera completa di Freud. Fu il marito, dopo la morte di Virginia a produrre un’altra raccolta di racconti intitolata A haunted house (La casa stregata) che ne raggruppò alcuni altri. 

Il volume Oggetti solidi dell’editrice Racconti li raccoglie tutti, dal primo intitolato Phyllis and Rosamond scritto nel 1906, in cui si sente la scrittrice ancora giovane, ma con già presenti i temi del ruolo della donna e del suo destino nella società, che saranno sempre presenti nella sua produzione, all’ultimo La stazione balneare scritto meno di un mese prima della sua morte nel 1941. Letti nel loro ordine cronologico, i racconti ci mostrano lo svolgimento dell’opera della Woolf e costituiscono allo stesso tempo lo specchio della sua vita: essi infatti rappresentano un continuum della sua carriera e ci accompagnano attraverso le sue varie fasi artistiche ed esistenziali. 

I racconti contengono quasi tutti i temi e gli stili della sua produzione: dalle prime sperimentazioni del flusso di coscienza ai racconti più ombrosi della maturità; il ruolo della donna, l’incomunicabilità, la fugacità delle emozioni, l’amore per la vita e per l’indicibile, sempre partendo dalla osservazione della quotidianità. Lo stile della Woolf è stato definito “realismo pittorico”

Realismo perché i suoi racconti partono spesso da un momento particolare della vita di tutti i giorni del personaggio di turno: una passeggiata in giardino (Kew Gardens), l’entrata ad una festa privata (Il vestito nuovo), la partecipazione ad un concerto (Quartetto d’archi) e così via. Realismo anche perché nell’introdurci nell’atmosfera del racconto, che come si è detto riteneva fondamentale, il suo sguardo si sofferma su dei dettagli, dei particolari comuni, ma significativi, atti a sollecitare lo slancio dell’immaginazione dell’autrice e a catturare quella del lettore: si pensi alla macchia sul muro, al sasso o al piattino di ceramica sbreccato, al quadro o alla spilla caduta dal vestito. Nel racconto intitolato Ricordi di una scrittrice la Woolf dice apertamente che “La preziosa materia di cui sono fatti i libri si ritrova tutt’attorno a noi, nei salotti e nelle cucine dove vivono le donne, e si accumula ad ogni battito d’orologio”. La scrittrice del racconto è la stessa Woolf, come dimostrano i tanti aspetti autobiografici in esso contenuti (la morte della madre, del padre, la casa a Bloomsbury, dove la Woolf creò quel fortunato circolo letterario noto col nome appunto di Bloomsbury group che raccoglieva oltre a Virginia e al marito, alla di lei sorella Vanessa, moglie del pittore Clive Bell, anche Edward Morgan Forster, Lytton Strachey, Roger Fry e persino John Maynard Keynes.

La Woolf tuttavia rifiuta il realismo come rappresentazione oggettiva della realtà. La realtà che lei persegue deve essere in consonanza con ciò che sente: per lei la vita è oltre il reale, "oltre l’orlo del mondo". Solo la scrittura e la pittura riescono a catturare la vita che scorre sotterranea alla realtà, e la rappresentano nella verità del suo momento di essere che si mostra appena, avvolto com’è dall’ovatta del non essere. Il suo è un mondo di pura immaginazione, di emozioni, di sentimenti, di libere associazioni che la sua scrittura riproduce con tanta efficacia. La realtà che vediamo per la Woolf è solo una patina superficiale di ciò che scorre al di sotto, come la superficie dello stagno al di sotto della quale “si svolgeva una profonda vita sommersa simile al rimuginare all’elucubrare della mente” e che lei descrive ne La fascinazione dello stagno, una vita che l’arte dello scrittore è in grado di far affiorare. Quando erano giovani Virginia e la sorella Vanessa avevano entrambe una forte vocazione artistica che decisero di comune accordo di indirizzare su due filoni differenti: Vanessa la pittura e Virginia la scrittura, ma che consideravano arti strettamente connesse e in cui espressero entrambe spirito innovativo e modernità.

Anche nella descrizione dei gesti, degli atteggiamenti dei suoi personaggi la scrittrice in realtà accenna ad una disposizione d’animo come in Oggetti solidi in cui il comportamento dei due giovanotti, il loro “vigore nell’avvicinarsi e scostarsi dei corpi” lascia indovinare una “violenta discussione” tra di loro. Ma gli esempi di questa attitudine speculativa sono infiniti nella sua scrittura.

Il realismo della Woolf è detto anche pittorico. Pittorico perché le sue descrizioni sono impregnate di luce, di colori, di riflessi, come in un quadro postimpressionista. Si veda a questo proposito l’incipit di Kew Gardens, con i suoi azzurri e rossi e gialli delle aiuole e la sua luce argentea sopra le foglie o anche la luce più soffusa e dolce della passeggiata in brughiera in Una semplice melodia o ancora la descrizione della stanza vuota in La signora nello specchio, il cui sottotitolo è appunto Un riflesso. Un metodo descrittivo che si può anche definire cinematografico perché lo sguardo della scrittrice, e quindi del narratore, tende a soffermarsi su un certo oggetto, un certo segno, come una macchina da presa che voglia mettere subito in evidenza quello che più interessa, per poi allargare il campo visivo e a poco a poco spaziare su una vera folla di immagini e quindi di pensieri che si muovono liberi in un elemento fluido come pesci in un acquario. Si veda in proposito l’inizio di Oggetti solidi col piccolo punto nero in lontananza che poi diviene sempre più evidente per essere formato dalle figure dei due giovanotti. O ancora, nuovamente in Kew Gardens le coppie che una volta cessato il loro momento di presenza nel racconto si allontanano dissolvendosi come in una scena di un film. “Oltrepassarono l’aiuola, camminavano ora tutti e quattro affiancati, e presto si rimpicciolirono tra gli alberi e parvero quasi trasparenti, mentre la luce del sole e l’ombra ondeggiavano sui loro dorsi in larghe macchie irregolari e tremolanti. “Penso per scene – dice nel suo diario, e quando pensa le piace – passare dall’una all’altra stanza illuminata; e tale è per me il mio cervello: stanze illuminate; e le passeggiate nei campi sono i corridoi “. La sua scrittura, afferma Liliana Rampello nell’introduzione alla raccolta di racconti, poggia sempre insistita sull’immagine e da questa prende lo slancio per esprimere la sua sensibilità.

Nello stile di scrittura denominato flusso di coscienza la Woolf trovò infatti il modo più naturale e spontaneo di esprimere la sua poetica. Nell’incipit di Mrs Dalloway in Bond street c’è già l’incipit del suo romanzo più famoso intitolato appunto solo Mrs. Dalloway, un personaggio che compare anche in altri racconti, come l’ospite che organizza gli incontri, i parties che sono occasione di analisi di personaggi diversi, dei loro sentimenti, delle situazioni in cui sono immersi. Nel romanzo la signora Dalloway esce a comprare i fiori, nel racconto i guanti: in entrambi la sua passeggiata per le vie di Londra è l’occasione per incontrare conoscenti e sconosciuti, osservare il movimento intorno a sé, i negozi, le merci e da tutto questo trarre spunto per i suoi pensieri, fino a ridursi nel negozio del guantaio dove l’incontro con la signora che ha perso il figlio in guerra fa affiorare il tragico ricordo del momento drammatico in cui vive il paese. Il racconto è privo di trama, come la maggior parte di quelli che abbiamo letto, perché ciò che conta per la scrittrice è esprimere un’emozione, riferire un’osservazione, una riflessione, una concatenazione di pensieri che rappresenti efficacemente il sentimento dell’autore che neppure la violenta esplosione in strada riesce ad annullare.

Anche ne Il segno sul muro la macchia indistinta di cui l’io narrante non sa trovare una spiegazione definita (un buco, un chiodo, un petalo, una piccola sporgenza) – e neppure la cerca, perché non si alza per andare a vederla da vicino – dà il via ad una serie di pensieri che spaziano dal concetto dell’arte, alla logica del pensiero conoscitivo, alla casualità della vita e via di seguito, finché una voce fuori campo non riporta il tutto alla realtà ordinaria dei giornali, della guerra e “Comunque non vedo perché dovremmo avere una chiocciola sul muro” Ah. Il segno sul muro! Era una chiocciola.” E il racconto si interrompe perché il segno ha perso del tutto il suo potenziale visionario.

Tra le pagine di queste storie c’è la vita stessa di Virginia, quella vissuta, che non viene davvero palesata ma che indubbiamente è lì che scorre dietro le parole che leggiamo. In ogni racconto c’è un po’ della scrittrice, la sua costante presenza, libera, come confessa lei stessa dai vincoli imposti dalla scrittura volta alla pubblicazione e quindi c’è l’essenza della sua immaginazione e della sua poetica affrancate da un fine materiale. “Voglio pensare in silenzio, con calma e spazio, non venire mai interrotta, mai dovermi alzare dalla sedia, scivolare con facilità da una cosa ad un’altra, libera da sensazioni di ostilità, di ostacolo”. 

«Lasciatemi contare alcuni degli oggetti perduti nel corso di un’esistenza»: sono pezzi di vetro questi racconti, come pietre preziose diventano «oggetti ancor più mirabili».

Quella della Woolf è una scrittura evocativa, che spesso cede il passo alle immagini, di cui non è importante afferrare il significato, altrimenti si perderebbe la chiave iconica: perché «non c’è una sola immagine, ma un numero quasi infinito». Infinito come la sua fertile fantasia, la sua potente ed eccitabile sensibilità che volge quasi all’illogicità. In queste immagini, utilizzate in modo obiettivo e impersonale, la Woolf proietta la propria esperienza autobiografica, caricandole di implicazioni simboliche. Le carica anche di implicazioni psicologiche quando evocano la vita interiore o, meglio, l’essenza, dei suoi personaggi. 

La Woolf ha avuto una vita difficile caratterizzata da frequenti esaurimenti nervosi, crisi maniaco- depressive e forti sbalzi d'umore che la portarono, dopo diversi tentativi, al suicidio. Le moderne tecniche diagnostiche hanno portato a una postuma diagnosi di disturbo bipolare unito, probabilmente, negli ultimi anni, a una psicosi. Il 28 marzo 1941, in pieno svolgimento della seconda guerra mondiale, dopo che i primi bombardamenti su Londra avevano distrutto la loro casa in città, dopo che i coniugi Woolf si erano spostati a Monk’s House a Rodmell - il racconto La vedova e il pappagallo è proprio ambientato in quei posti- la scrittrice si è riempita le tasche di sassi e si è lasciata affondare nelle acque del fiume Ouse, proprio come immagina George Carslake in Una semplice melodia. Neppure l’affetto e la forte sintonia intellettuale che aveva caratterizzato il suo rapporto col marito Leonard la trattennero dal gesto definitivo. Al marito, tuttavia, dedicò un ultimo scritto in cui gli esprimeva tutto il suo amore e la sua gratitudine.

Carissimo,

sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere.

Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco neanche a scrivere come si deve. Non riesco a leggere.

Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.

V.

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