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I Racconti delle Donne a cura di Annalena Benini - note di Angela Codifava

Non amo particolarmente i racconti, preferisco i romanzi con storie che si sviluppano progressivamente, con dettagli capaci di descrivere personaggi che mi catturano nei loro pensieri e nelle loro vicende fino a farmeli diventare compagni di viaggio. Questa volta però mi ha incuriosito il titolo del libro di Annalena Benini: volevo conoscere quali racconti e quali autrici avesse scelto per giustificare un titolo onnicomprensivo, che è risultato poi essere una breve antologia dove ho ritrovato scrittrici che già conoscevo e altre che non avevo mai letto, che mi hanno interessato e che mi propongo di approfondire. Ho apprezzato la scelta della curatrice sia per i racconti selezionati che per gli approfondimenti molto sintetici proposti alla fine di ognuno. Nell’’incipit Annalena Benini riporta “ogni volta che incontro una donna, vorrei subito saltare tutti i convenevoli e sapere cosa pensa, come si sente, se è felice o se è delusa, qual è la vita che non si vede ma che sta nascosta dentro gli occhi...” e in questo modo introduce, oltre al suo, i racconti di 19 scrittrici che ci danno una panoramica dell’esperienza letteraria al femminile, tutt’altro che poco impegnativa o sentimental- romantica, come ancora certi pregiudizi vorrebbero. I racconti, senza legami tra di loro, sono quadri di vita, che riassumono in poche righe storie di grande respiro e sono stati per me una una piacevole sorpresa. Sono racconti alla ricerca di un modo di essere donna tra “difficoltà di vita che la maggior parte delle donne trova sul proprio cammino, sentendosi ad un tempo menomate o arricchite”. La ricerca di specificità che caratterizza l’ identità femminile viene testimoniata da esistenze spesso infelici, tormentate da paure o ambizioni e rappresentano, a mio avviso, il filo che lega racconti molto differenti, scritti in tempi storici diversi che Annalena Benini afferma di aver scelto solo in base a “bellezza e complessità, col calore dell’appartenenza di genere, appreso dalle letture di Simone de Beauvoir, e dalla gratitudine per il cammino fatto da quelle donne”.

Lei “cresciuta in un mondo di donne col padre che si annoiava ai pranzi di Natale” sceglie i racconti per mostrarci “un doppio aspetto quello della scrittura e quello della vita privata, offrendo al lettore la ricchezza della letteratura e il cambiamento del movimento femminile nel tempo. Come in un viaggio ci fa incontrare scrittrici che, con racconti brevi anche brevissimi, compongono un mosaico di vita vasto, che tratta i molti aspetti delle relazioni umane fatte di amori, corrisposti o no, di tradimenti, di scoramenti e di riprese. Un mosaico ricco, descritto con stile linguistico peculiare ad ognuna di loro, caratterizzato da differente fluidità, realismo, sarcasmo e ironia. Nella loro essenzialità i racconti riportano squarci di vita di scrittrici e di donne nei loro pensieri più intimi, con paure e difficoltà, alla ricerca del sé senza vergogna e pregiudizi ma col bisogno, che è anche quello di Annalena Benini, di sentirsi legittimate di poter scrivere e riscrivere l’umanità dentro ad un racconto”.

La Benini scrittrice, giornalista, editorialista, cura un inserto settimanale di costume e di libri, ha condotto un programma televisivo di incontri con molti autori contemporanei ed è stata nominata di recente direttrice del Salone del libro di Torino. Con questa sua pubblicazione ci permette un percorso interessante dove bravi scrittrici ci accompagnano nei mille meandri dell’animo femminile, senza veli , con grande generosità, e ci trasmettono le loro emozioni con sfumature e tipicità squisitamente personale. Le considerazioni che la curatrice pone alla fine di ogni racconto non solo ne arricchiscono la comprensione ma tratteggiano anche se pur in modo molto sintetico le principali tematiche dell’autrice, abbozzando chi era o chi desiderava essere.

La prima scrittrice che incontriamo è Virginia Woolf. Il racconto narra l’ingresso in società, nei primi anni del ‘900, di Lily Everit. E’ la famosa signora Dalloway che la guida verso un gruppo di giovanotti “Vieni, lascia che ti presenti, e rammentando che Lily era quella intelligente, che leggeva poesie, si guardò attorno in cerca di qualche giovanotto appena tornato da Oxford.... Lily restò un po’ indietro, quasi fosse una riottosa barca a vela che fa la riverenza nella scia di un piroscafo. Sentiva che era uscita dalla crisalide e veniva apprezzata per ciò che nella tranquilla oscurità dell’infanzia non era mai stata, una fragile e bella creatura, dinanzi alla quale gli uomini si inchinavano, una creatura limitata e circoscritta che non poteva fare ciò che voleva, una farfalla con migliaia di sfaccettature negli occhi e un piumaggio delicato, e innumerevoli difficoltà, sensibilità e tristezze: una donna” Questo quadretto ci ricorda quanto possiamo essere grate di poter essere ora considerate oltre quel piumaggio!

Dorothy Parker, poetessa, scrittrice, giornalista, sceneggiatrice, denuncia col suo Valzer l’accondiscendenza al dolore, la costrizione delle convenzioni, l’arroganza delle formalità personificate in un uomo imbranato che non si rende conto della superficialità dei comportamenti sociali che mascherano i moti dell’animo. La Parker si è sempre sentita colpevole di non essere, nella sua idea di scrittura, all’altezza di Ernest Hemingway o Francis Scott Fitzgerald e tra alcool e solitudine ha condotto la sua esistenza.

Marguerite Yourcenar con un linguaggio lirico e sofisticato richiama in Saffo, racconto dal titolo mitico, la passione erotica di una trapezista che ci porta dentro l’alterità, in un amore totalizzante con i rischi, di “inevitabile inganno e egoistiche esigenze dove lo spazio oscilla e boccheggia come il mare in tempo di tramontana, ...e il cielo gremito di astri sembra capovolgersi quando una statua viene ripescata dalle profondità del cielo” ( pag 29)

Elsa Morante, nella Prima della classe ci dice come la consapevolezza del suo valore non fosse sufficiente a darle felicità e a superare il bisogno di calore umano. "Ero la prima della classe. Le altre bambine mi mettevano in tasca, di nascosto, torroncini e coccetti ma io sapevo che esse non mi amavano e facevano tutto per interesse, affinché io suggerissi e lasciassi copiare i compiti. Nessuna meraviglia, del resto, perché io stessa non mi amavo..... Solo Amore (il figlio della maestra) si confidava con me su cose umane come la marmellata della nonna, mi guardava e diceva come sei pulita e in segno di estrema amicizia e affidabilità una volta mi accarezzò la guancia. Che Dio benedica Amore, dal mio pianeta deserto mi riconduceva per vie segrete alla terra"( pag 35) La voglia di libertà, la ricerca di identità, le paure infantili forse non passano mai, come le etichette che spesso non corrispondono ai vissuti interiori.

Clarice Lispector in Il Giorno di Joana scelto dal romanzo Vicino al cuore selvaggio, che l’ha resa famosa a 23 anni nel 1943 non solo nel panorama letterario brasiliano ma in quello mondiale, rivela la sua stupefacente capacità stilistica che adotta elaborazione incalzante di immagini e flussi di pensiero continuo che le hanno meritato la definizione di “Woolf brasiliana” anche se lei non l’aveva mai letta. “Mi sento sparsa nell’aria, penso dentro le creature, vivo nelle cose al di là di me stessa” dice la protagonista del racconto, che con uno sguardo magnetico e psicoanalitico, è capace di “sentire dentro di sé un animale perfetto, pieno di contraddizioni, di egoismo e di vitalità" (pag 38), di vedere i colori di uno studio di Bach, di dormire sul mistero come una nave cheta e fragile che fluttua sul mare e di sentire che la pietà è la sua forma di amore” Donna bellissima, Clarice Lispector è nata durante la guerra civile russa e i pogrom nel 1920, in un piccolo villaggio Ucraino. La famiglia ebrea emigrò prima in Romania poi in Brasile dove perse la madre quando lei aveva solo 9 anni, ebbe una vita brillante ma affettivamente poco appagante.

Natalia Ginsburg con il Discorso sulle donne si racconta mettendo in luce il lato più nascosto , quello che spesso si tende ad occultare “Le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne. Sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle...” ( pag 46) Questa considerazione risulta una sorta di esortazione ad avere il coraggio di essere sé stesse, senza dover per forza dimostrare di più e di diverso perché da un “abisso doloroso di malinconia, possiamo riaffiorare più forti di prima, e in grado di comprendere anche quello che gli uomini difficilmente possono”.

Joan Didion nel capitolo tratto dal suo libro Run River che descrive “gli anni del fulgore e della velocità, quando solo ieri era 1968 e il tempo era steso davanti”, descrive la sua emicrania come un fatto costante che accetta come un’amica per sottolineare come “la vita cambia in fretta, in un solo istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi prima è finita" ( pag 60)

Edna O’Brien descrive il suo fervore amoroso che, dopo aver rimpiazzato quello religioso, è diventato “l’aspetto centrale della sua vita, e il sesso uno scopo in sé”. Nel racconto Oggetto d’amore non vuole lasciare andare il dolore per la perdita dell’amante, che finisce di essere solo un oggetto sessuale a cui non vuole rinunciare perché sarebbe come lasciar andare la forza che ha vissuto come una delle parti più belle di sé. La protagonista, come tante altre di questa scrittrice, chiedono all’amore più di quanto spesso possa dare, sono donne fragili ma con sete di vita, di sesso e di libertà. All’amico Roth, uno dei pochi scrittori di cui non è stata anche amante, la O’ Brien fa notare come sia più difficile essere scrittrici senza il corteo dietro le quinte che hanno gli scrittori maschi e lei vorrebbe per sé Leonard Woolf ( marito di Virginia) insieme ad Oscar Wilde.

Maragaret Atwood in Fantasie di stupro usa il sarcasmo come chiave per scoprire quello che si agita nella mente e nel rapporto tra uomini e donne. Il racconto non mi ha appassionato, condizionata come sono dal pensiero di quanto lo stupro sia spaventoso, anche se solo ipotizzato e scritto con l’ironia della Atwood. “Senti, gli dico, mi dispiace per lui, nelle mie fantasie di stupro finisce sempre che mi dispiace per lui, insomma, deve esserci qualcosa che non va in loro, se fosse Clint Eastwood sarebbe diverso, ma purtroppo non lo è.. Dovresti proprio fare qualcosa per quei brufoli, se te ne liberi magari diventi anche carino, te lo giuro; così poi non dovrai andare in giro a fare cose come questa. Comunque un’altra caratteristica è che nelle mie fantasie si chiacchiera un sacco e come potrebbe poi un uomo fare una cosa del genere a una persona con cui ha appena chiacchierato a lungo, una volta che capisce che anche lei è un essere umano, che anche lei ha una vita, non riesco a immaginare come possano andare fino in fondo? Insomma, so che succede ma non lo capisco." ( pag 103)

Ho trovato molto intenso il racconto Amiche di Grace Paley per il sentimento commovente verso la vita, i figli, i mariti e ancor più verso il rapporto d’amicizia. Un sentimento caldo, ironico, pieno di pietà e partecipazione per la vita caotica e imperfetta dove gli affetti, le chiacchiere le domande ironiche, incontrano la malattia e la morte. “Ricordo gli occhi di Ann e il cappello che portava, i nostri bambini erano appena usciti strillando dal recinto di sabbia sulle gambe inesperte. Li avevamo tirati su. Ci eravamo scambiate un sorriso al di sopra delle loro teste piene di sabbia. In quel momento avevamo suggellato un patto utile almeno quanto il giuramento che tutte noi avevamo pronunciato insieme ai mariti con cui non eravamo più sposate" ( pag 120) Scrivere di donne è un atto politico, diceva Grace Paley, “perché significa prendersi cura di loro”. Questo racconto ben lo testimonia.

Lydia Davis nel Calzino rende lieve il dolore entrando nella pesantezza della separazione. Alice Munro, premio Nobel nel 2013 per essere maestra del racconto contemporaneo “non ha mai smesso di raccontare l’esperienza di essere una donna e nei racconti mette pensieri torbidi e sussulti del corpo con la libertà di farli diventare soggetti letterari” In Quello che si ricorda pone delicatezza e concretezza insieme, attrazione, amore, tradimento e ricordo. I protagonisti Pierre e Meriel sono al funerale del miglior amico di lui morto in un incidente di moto, il contesto cambia quando lei accetta l’offerta di un medico presente che si offre di darle un passaggio per andare a trovare la zia in un istituto per anziani. L’ occasione fa accadere il previsto, descritto con precisione e semplicità “a Meriel tremarono le gambe, non ce la fa più – portami da un’altra parte, – disse” E lui non dovrà dire, chiedendo, “Un’altra parte, dove?” No. “Lui deve dire esattamente quello che ha detto. Lui deve dire, Sì” (pag 148) Queste sono le parole che ricorderà dopo trenta anni di vita passati insieme al marito, mentre il dottore era sparito dalla sua vita. Riflettendo su cosa ricordasse di quel giorno, su come si fossero salutati dopo aver fatto l’amore Meriel ricordava le mattonelle di vetro all’ingresso e l’impianto hi-fi. Lui le aveva dato solo la mano? non si era avvicinato per abbracciarla e baciarla ? No, non aveva risposto al suo tentativo di farlo. Aveva opposto un muro “C’era un altro genere di esistenza che avrebbe potuto condurre, anche se non significava che l’avrebbe preferita. Precauzione o rifiuto ? non ne veniva comunque a capo, la prudenza , o per lo meno una forma di economia delle emozioni aveva sempre costituito la sua luce guida. (pag 155)

Kathryn Chetkovich ci immerge nella relazione di coppia di due scrittori dove lui ha successo e lei no, per narrare la parte nascosta di scrittrice che invidia l’uomo che ama perché è più bravo di lei. L’invidia per la capacità di lui, ma ancora di più per la sicurezza che il compagno mostra nella vita la portano a riflessioni acute che analizzano il potere della scrittura “ Non conoscere l’autore di un testo permette al lettore un senso di proprietà sul contenuto” . Con grande sincerità analizza le sensazioni di sfiducia e di insicurezza che il riconoscimento del valore dell’altro genera in lei. La competizione vissuta con la sensazione di inferiorità la porta a considerare su come i ruoli delle mogli siano cambiati dalla generazione della madre , ma anche come restino gli insegnamenti di vita come servizio ancora a marcare la differenza di quando "i successi dell’uomo erano un fiore all’occhiello per la moglie: un segno che avevano fatto un buon matrimonio. Ma quel felice scenario funziona solo nei casi in cui il successo dell’altro è in un’area lontana dal proprio campo. Quando invece è un rivale, comincia il processo di paragone in cui ci misuriamo all’altro e ci sentiamo sminuiti. Fortunatamente la competitività è limitata a poche aree. Sfortunatamente, però, si tratta di aree molto importanti: proprio quelle su cui si fonda il nostro senso d’identità.” (pag 173)

La nigeriana Chimamanda Ngozi Adiche ha studiato negli Stati Uniti e narra in ogni suo romanzo il suo essere donna africana con due tradizioni culturali, senza mai rinunciare a quella delle sue origini. Invitò anche Michelle Obama a lasciare al naturale i suoi capelli afro. Nel racconto tratto dalla raccolta “Quella cosa intorno al collo” ( di cui ho già scritto nel blog) descrive una vicenda che conduce il lettore prima al sospetto, poi alla certezza di quanto il passato condizioni pesantemente il presente. Domani è troppo lontano è un racconto mirabilmente costruito sui legami familiari dove il legame di sangue non basta ad escludere rancori e gelosie che si mescolano ad amore e rispetto producendo sentimenti contrapposti che possono condurre a scelte dalle conseguenze irreparabili anche nell’infanzia, dove la protagonista deve reimmergersi per poter uscire dalla oppressione e dalla solitudine del segreto che si porta dentro da allora.

Nora Ephron descrive la vita di una donna divorziata che deve fare i conti con matrimoni falliti, con se stessa e i giudizio della gente. Nonostante l’atmosfera malinconia del contenuto la scrittura ironica ne fa un racconto frizzante: “La giornalista che doveva scrivere il pezzo era furiosa. Non l’avevo avvertita, e sicuramente era arrabbiata perché avevo accettato l’intervista e il servizio sulla nostra cucina coniugale, pur sapendo che stavo per divorziare. Ma la verità è che a volte proprio non lo sai. Sei sposata da anni e poi un giorno l’idea del divorzio si insinua nella tua mente. Se ne sta lì un po’. Ti ci avvicini e ti allontani. Fai una lista. Calcoli quanto ti costerà. Soppesi i torti subiti, i pro e i contro. Vai a letto con un altro, vai dallo psicanalista. E poi metti la parola fine al matrimonio, non perché sia successo chissà cosa, ma semplicemente perché c’è un posto dove puoi stare per un po’ mentre cerchi un appartamento, oppure perché tuo padre ti ha regalato tremila dollari”.( pag 200) ...e conclude “Si dice che quando è passato il dolore si dimentica. Non sono d’accordo quello che si dimentica è l’amore“

Yasmina Reza drammaturga e scrittrice francese nata nel 1959 a Parigi da padre russo-iraniano e da una violinista ungherese nel racconto tratto dal romanzo Felici i felici descrive in modo sarcastico una coppia sul baratro dell’incomunicabilità, con la pretesa di di imporsi l’uno sull’altro al supermercato dove la catastrofe amorosa esplode nel litigio per una dimenticanza nell’acquisto al banco dei formaggi. La felicità nelle piccole cose quotidiane sembra impossibile nella vita odierna e nella coppia, dove solo il figlio sembra capire l’essenziale “Non molto tempo fa mio suocero, Ernest Blot, ha detto a nostro figlio di nove anni, ti compro una stilografica nuova, con questa ti macchi le dita. Antoine ha risposto, non ti scomodare, non ho più bisogno di una penna che mi faccia felice. Ecco il segreto, ha detto Ernest, questo bambino l’ha capito, ridurre al minimo le pretese di felicità” (pag 210)

Valeria Parrella scopre che alla festa siamo buoni tutti a partecipare, ma quello che conta è come ti senti il giorno dopo e Mary Miller nel suo “il 37” racconta il momento in cui, di fronte alle difficoltà, abbiamo la tentazione di tornare indietro, di mollare tutto, perché la sconfitta sembra una certezza, ma poi si va avanti.

Claire Dederer instilla il dubbio, impossibile da sciogliere facilmente, di come guardare e godere capolavori di letteratura, musica, cinema e arte senza considerare la mostruosità di azioni immorali e violente commesse , a volte, dai loro creatori. “Respingerli o superare l’avversione biografica? Cosa del mostro ci fa arrabbiare? Quando si prova un sentimento morale l’autocompiacimento è sempre dietro l’angolo. Avvolgiamo le nostre emozioni in un linguaggio etico e ci ammiriamo nel farlo, ma la letteratura ci ha lasciato gli sdoppiamenti di Dorian Gray, Jekil e Hyde come condizione umana e non è proprio questa una attrazione al male che riconosciuta dentro di sé atterrisce poi si esalta e scaglia violenti attacchi al mostro ma lasciando il godimento delle opere? Per esercitare il lavoro di scrittore o di artista bisogna possedere molte qualità: talento, cervello, tenacia e genitori possibilmente benestanti. Per essere una brava scrittrice trascurare i figli, dimenticare il mondo reale, tenere la parte migliore di sé per quell’anonimo amante senza volto che è il lettore quanto egoista bisogna essere ? Quanta mostruosità serve? ( pag 257)

Annalena Benini, pescando fra i racconti di questa bella narrativa mondiale, ci porta tra i grovigli in cui le donne rivelano il loro animo per descrivere “la forza che squarcia o che si nasconde per preparare la strada a chi verrà dopo ” sia nella vita reale che in quella letteraria, considerando la quotidianità negli aspetti più profondi delle relazioni umane Gli uomini, come scrive, sono oggetto d’amore e di confronto e arricchiscono la diversità. Nella raccolta di questi “racconti di donne” troviamo il piacere della rappresentazione di un universo complesso e articolato di buona scrittura femminile che attraverso sentimenti di amore e amicizia, invidia e delusione, sesso e paura, ambizione e separazioni, risate e coraggio, comuni a tutte le donne , parlano agli uomini della fatica di essere libere, della pretesa di uguaglianza, conquistata non ancora completamente e non certo in tutte le situazioni di vita e di lavoro.

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