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La boutique del mistero di Dino Buzzati – Note di Angela Mazzotti

La fiaba è inseparabile dalla produzione narrativa di Buzzati, intesa come dimensione ultra-umana che si fonde col quotidiano. C’è l’amore e l’attesa del meraviglioso ed imprevedibile ed insieme una vera e propria dimensione metafisica popolata da esseri “altri”. Non presenze negative ma proiezioni del bene e del male dell’esistenza umana.

Molti racconti sono ambientati nel passato, in cui si viaggia in carrozza o a cavallo. E’ anche questo un modo per suscitare un ambiente da favola. Si leggono come si mangiano le ciliegie: uno tira l’altro.

Lo stile è piano, lineare, comprensibilissimo, forse per la dimestichezza dello scrittore col mestiere di giornalista. Egli non usa termini raffinati, non è stucchevole né ricercato, ma non manca di talento per un’efficace rappresentazione. - Spesso nei racconti si verificano cambiamenti repentini, quasi formule magiche. Buzzati ricorre all’irrealtà per portarci a riflettere sui fatti della comune esistenza. In lui c’è una grande capacità di scavare nelle debolezze degli uomini che affronta anche con sottile ironia.

Molti hanno una morale, ma piana, detta senza pedanteria, quasi carezzevole, eppure serissima. Sono racconti che sembrano delle parabole.

I sette messaggeri

Una storia simbolica narrata con tono di una favola. La parabola della vita dell’uomo: allontanarsi sempre più dalla propria infanzia, dai luoghi conosciuti per andare incontro ad un confine irraggiungibile, essendo sempre più soli ed estranei a sé stessi. Il desiderio di continuo, costante inseguimento della conoscenza e il senso di inquietudine che trasmette la sua irraggiungibilità.

L’assalto al grande convoglio

La saggezza della vecchiaia e dell’esperienza.

Sette piani

La Montagna incantata di Thomas Mann sullo sfondo – stesso simbolo L’inesorabilità del proprio destino, l’illusione di esserne ancor padroni (il credersi destinato ad un altro piano).

L’ansia della malattia, l’attesa di un referto positivo. E’ l’epoca dei sanatori in cui il malato è più spesso un detenuto che un paziente. E’ l’esclusione sociale di chi ha una malattia trasmissibile in un’epoca in cui mancano ancora gli antibiotici per sconfiggerla. L’uomo segregato all’interno di una istituzione totalizzante che lo trascina sempre più verso il basso. Un racconto che ha echi kafkiani.

Eppure battono alla porta

Un racconto con elementi sovrannaturali. L’aristocrazia che pretende di poter dominare la realtà, che nulla possa accadere che non si voglia. Un racconto tragico che mostra che la realtà travolge ogni falsa convinzione di superiorità.

Sembrava che un pensiero estraneo, inadatto a quel palazzo da signori, fosse entrato e ristagnasse nella grande sala in penombra.

Le cose spiacevoli non vi riguardano, vero? Vi pare da zotici il parlarne? Il vostro prezioso mondo le ha sempre rifiutate, vero? Voglio vedere, la vostra sdegnosa immunità dove andrà a finire!

(La signora Gron) col suo aristocratico sprezzo presumeva ora di opporsi alla rovina, di intimidire l’abisso?

A battere alla porta sono gli spiriti venuti ad avvertire: E’ una casa di signori, questa. Ci usano dei riguardi, alle volte, quelli dell’altro mondo.

Il mantello

Un racconto struggente. La morte concede ad un soldato di andare un’ultima volta a salutare la madre prima di portarselo via. Racconto pervaso da una dolente pietas. Attori straniati, scenario raggelante.

Una cosa che comincia per elle

Un racconto drammatico, molto teatrale. Un uomo viene informato di essere contagiato dalla lebbra. Significativo il cambiamento di comportamento dell’alcalde dapprima apparentemente rispettoso, poi, una volta rivelato il contagio sempre più incalzante.

Una goccia

Il tema della paura. Una goccia che sale le scale, invece di scenderle è un mistero e pertanto mette apprensione, paura. Divertente lo scambio di vedute tra lo scrittore e il lettore: E’ un’allegoria della morte? chiede quest’ultimo. Di qualche pericolo? Degli anni che passano? O si vogliono raffigurare i sogni, le chimere, qualcosa di poetico? Oppure i posti più lontani, alla fine del mondo che non raggiungeremo mai? Ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d’acqua che di notte viene su per le scale. Tic, tic, misteriosamente di gradino in gradino. E perciò si ha paura...

La canzone di guerra

L’esercito vince, ma i soldati cantano una canzone triste e malinconica, non vittoriosa e guerriera, ma piena di amarezza, piena di rassegnazione. E l’esercito va sempre avanti, non si rivolge mai al ritorno. Finché strani carriaggi stranieri rombano alle porte della città. Per anni attraverso quelle povere note il fato stesso aveva parlato, preannunciando agli uomini ciò che era stato deciso. Ma le regge, i condottieri, i sapienti ministri, sordi come pietre. Nessuno aveva capito. Soltanto gli inconsapevoli soldati coronati di cento vittorie, quando marciavano stanchi per le strade della sera verso la morte, cantando.

Ancora una volta i potenti, le istituzioni sono sorde alla realtà e incapaci di vedere lontano.

La fine del mondo

Una mano compare in cielo sopra la città e la sovrasta: è la fine del mondo. Tutti corrono a confessarsi per farsi trovare assolti e puri e nella corsa c’è un vero arrembaggio. (Mi ricorda la corsa ai vaccini...) Un prete confessore si dispera: i peccatori lo trattengono e lui non riesce a confessarsi, lo defraudano della salvezza dell’anima.

Inviti superflui

Una prosa poetica. Il racconto è diviso in quattro scene riferite alle stagioni. Un uomo invita colei che ama a ricordare i momenti vissuti insieme, ma ogni volta il suo appello resta inascoltato. E’ l’amore descritto nel momento della sua maggiore vitalità e nel suo decadimento. Ciononostante, ad ogni fallimento segue una ripresa, un testardo richiamo da parte di lui. E’ il bilancio di un amore che sembra perduto ma che scalda ancora il cuore del narratore. Lei è superficiale, poco riflessiva, distratta, indifferente. Forse non si tratta di un amore perduto, quanto piuttosto di un amore insoddisfacente. I quadri che lo rappresentano sono sempre malinconici anche se riferiti a stagioni luminose e a momenti felici.

Racconto di Natale

Il Natale come condivisione dell’amore di Dio. I quadri successivi mostrano rapporti interpersonali freddi, egoistici, gelosi. Dio smette di esistere, se ne va, quando diventa solo oggetto di venerazione e non occasione di amore. E’ Dio che ci ritrova e ci riagguanta nella scena finale, quasi un’epifania

Il cane che ha visto Dio

Un paese che si è sempre dimostrato indifferente e ateo cambia il proprio atteggiamento quando crede che un cane che lo frequenta sia il compagno di un eremita ormai morto e che quindi abbia “visto Dio”. Il paese diventa quindi solidale, praticante, umano, ragionevole e continua ad esserlo anche quando il cane muore e si scopre che non era il cane dell’eremita ma un randagio qualsiasi.

L’uomo ha bisogno di fatti concreti per credere. E a volte evita persino il pensiero del divino e della vita dopo la morte. E’ bella l’immagine del cane che con la sua modestia, la sua tranquillità, la sua sola presenza costringe gli uomini ad un esame di coscienza che li ravvede. Racconto visionario, scritto in tono favolistico, con anche lati comici e divertenti, che mettono in luce le miserie degli uomini. C’è una bella rappresentazione del paese, dei suoi pettegolezzi, dell’ipocrisia delle persone, ma esposti con condiscendenza, con comprensione per le debolezze umane.

“C’è in voi uomini una specie di vergogna... Ci tenete a mostrarvi cattivi, peggio di quello che siete, così va il mondo!”

Forse pensavano di comperare a buon mercato la grazia di Dio senza rischiare la baia dei compaesani.

Che peso la presenza di Dio per chi non la desidera.

Qualcosa era successo

Dal finestrino di un treno il narratore vede persone accorrere: qualcosa è successo, sta succedendo, ma il treno corre e non si può sapere. Il racconto suscita un’ansia crescente, una paura infondata, una suggestione che prende sempre più piede senza una base oggettiva, ma che finisce per influenzare ogni interpretazione della realtà che si ha sotto gli occhi.

L’impotenza, l’essere prigioniero del treno che non fa fermate, l’impossibilità di avere informazioni che confermino o smentiscano i dubbi, portano il protagonista all’esasperazione, gli fanno escludere spiegazioni più rassicuranti: è la realtà filtrata dai nostri pregiudizi. Il treno, come la vita, non si ferma, non c’è il tempo di riflettere, non si può che andare avanti verso il proprio destino.

Oh, come i treni assomigliano alla vita!

I topi

Non volendo affrontare il problema, di anno in anno i Corio finiscono per restare prigionieri dei topi che infestano la loro villa in campagna.

Il racconto presenta una sensazione di inquietudine, di disagio, che investe gradualmente il lettore.

Sono l’angoscia, la paura che ci assalgono nella vita di tutti i giorni se di fronte agli inevitabili problemi non si prendono rimedi in tempo, se si rimanda la soluzione.

L’uomo diventa vittima delle sue paure che possono trasformarsi in ossessioni. Negarle, rifiutarsi di ammetterle, non fa che alimentarle, che aumentarle. A volte serve parlarne sinceramente cogli altri, cogli amici, come Giorgio però non fa.

Il disco si posò.

Un racconto di fantascienza, un incontro ravvicinato di terzo tipo. Atmosfera surreale, ma quotidiana. Un disco volante si posa sul tetto di una canonica. Al parroco raccontano di essere curiosi di scoprire il significato delle croci che vedono un po’ dappertutto. Egli è lieto di raccontare, ma si rende conto che il racconto ha alcuni tratti poco comprensibili per dei marziani che non hanno commesso il peccato originale e quindi vivono lieti nella grazia di Dio.

Sulla terra gli uomini sono peccatori, e l’intervento di Dio è spesso senza effetto nei loro riguardi.

Però il prete finisce per preferire una condizione umana più sofferente, ma più concreta ed espressiva alla beatitudine impersonale dei marziani.

Ma i frutti, li avete mai assaggiati?

Si, per quei frutti ci siamo rovinati, Ma il figlio di Dio si è fatto uomo. Ed è sceso qui tra di noi!

E voi che ne avete fatto? Lo avete proclamato vostro re? Se non mi sbaglio, tu dicevi ch’era morto in croce...Lo avete ucciso dunque?

E tutto questo è poi servito?

Don Pietro non parlò, si limitò a fare un gesto con la destra, sconsolato.

Eh, ridacchiava dentro di sé: voi non avete il peccato originale, il demonio non lo avete mai incontrato. Quando però scende la sera, vorrei sapere come vi sentite! Maledettamente soli, presumo, morti di inutilità e di tedio. E che significa la vita se non c’è il male, il rimorso e il pianto?

Il tiranno malato

Un cane dominante che una volta malato viene attaccato da altri cani fino ad allora a lui sottomessi.

Una riflessione sulla debolezza che prima o poi coglie tutti, anche coloro che sembrano dominare il mondo.

Il male, la malattia emarginano, allontanano le persone e gli esseri come noi.

Le bestie, più ancora che i luminari delle cliniche, percepiscono al più lieve segno l’avvicinarsi della presenza maledetta, del contagio che non ha rimedio, la dissoluzione delle cellule.

I Santi

Anche tra i Santi c’è una gerarchia, ci sono santi più e meno importanti e venerati. San Gancillo è un santo dimenticato che cerca di fare qualche miracolo per guadagnarsi il merito del suo posto in Paradiso, ma alla fine rinuncia e torna alla sua tranquilla residenza celeste.

Una storia narrata con grazia, in uno stile chiaro, con lingua semplice.

Lo scarafaggio

Nella notte le persone sono inquiete. Colpa del narratore che ha pestato uno scarafaggio senza ucciderlo del tutto. Quando completa il suo compito tutto ritorna tranquillo.

Un racconto dall’atmosfera angosciante, pieno di suggestioni kafkiane. Il dolore, la morte sono presenze inquietanti. Nel mondo tutti gli esseri, sembra dire Buzzati, sono collegati, ed il dolore di uno si riverbera sugli altri.

Conigli sotto la luna

I conigli scorrazzano sul prato inconsapevoli della tagliola che li attende. Anche l’uomo non sa che cosa la vita gli sta preparando.

Questioni ospedaliere

Un uomo con una bambina sanguinante in braccio viene respinto dai medici e dagli infermieri di un ospedale per pure questioni di forma. L’uomo spesso sovrappone alla realtà la burocrazia (v. il foglio di accettazione mancante), i diritti, delle visioni del mondo schematiche e razionalistiche, perdendo il buon senso di ciò che va fatto sul serio. Atmosfera surreale.

Il corridoio del grande albergo

Gli occupanti delle camere si nascondono gli uni agli altri, pur mirando tutti allo stesso scopo. Conformismo, vergogna, paura del ridicolo sono falsi valori. Gli uomini sono tutti uguali nei bisogni e nei propri limiti.

Ricordo di un poeta

La vita di un uomo normale posta a confronto con quella di un poeta morto giovane. Quest’ultimo ha avuto meno tempo, ma il suo segno resterà nel futuro quando dell’altro non si ricorderà più nessuno.

Lui venne, fece appena in tempo a guardarsi intorno, il vento lo portò via. Andandosene aveva già fatto tutto.

Fra centocinquant’anni i suoi versi sublimi continueranno a vivere, le parole cadranno giù a picco nel posto esattissimo come blocchi di cristallo e le onde concentriche si allargheranno ancora via per il mondo percuotendo le tenebrose scogliere.

Il colombre

Una vera favola. Solo chi affronta le sue paure riesce a superarle. Chi fugge davanti a loro ne diventa succube e si danna. Stefano, alla fine della sua vita, sfugge al colombre perché lo affronta. Finché lo ha evitato egli ha negato a sé stesso la propria occasione di vita, non ha saputo vivere, ha perso le sue opportunità. Il colombre può rappresentare la felicità che non abbiamo il coraggio di abbracciare.

E’ importante cercare di realizzare i propri sogni, di seguire le proprie passioni, e non intraprendere strade che non ci soddisfano del tutto solo perché più comode. Non farlo vuol dire vivere a metà, ma i nostri desideri più profondi sono ossessivamente presenti, finché non diventano rimpianti.

Il racconto è quasi un rovesciamento del Deserto dei tartari. Nel romanzo c’è l’attesa interminabile di qualcosa di importante nella vita, nel racconto invece il tentativo di sfuggirvi. Vite entrambe mal spese.

Stefano la prese tra le dita e la guardò. Era una perla di grandezza spropositata. E lui riconobbe la famose Perla del Mare che dà, a chi la possiede, fortuna, potenza, amore e pace dell’animo. Ma ormai era troppo tardi.

L’umiltà

Un racconto lieve e gentile, che richiama l’attenzione sui “poveri di spirito” che si possono trovare anche tra le più alte cariche. Ancora una volta, in un racconto di Buzzati, compare l’elemento religioso: una religiosità semplice, spontanea, onesta, fatta di cuori puri e umili, in cui si avverte la presenza del soprannaturale.

Nel cuore della metropoli massima è la solitudine e più forte è la tentazione di Dio. Perché meravigliosa è la forza dei deserti di Oriente fatti di pietre, di sabbia e di sole, dove anche l’uomo più gretto capisce la propria pochezza di fronte alla vastità del creato e agli abissi dell’eternità, ma ancora più potente è il deserto delle città, fatto di moltitudini, di strepiti, di ruote, di asfalto, di luci elettriche e di orologi che vanno tutti insieme e pronunciano tutti nello stesso istante la medesima condanna.

Riservatissima signor direttore.

Un racconto che descrive i trucchi e le disonestà del giornalismo, da parte di chi conosce bene quel mondo. Buzzati prende un po’ in giro anche sé stesso, a conferma della lucidità con cui sono ideati questi racconti.

Le gobbe nel giardino

Racconto di fantasia. La vita di ognuno di noi si riempie di gobbe su cui incespicare, per non farci dimenticare chi non c’è più e per pensare che quando non ci saremo più nemmeno noi qualcuno non ci dimenticherà.

Buzzati sempre un po’ malinconico, un po’ triste, un po’ moraleggiante.

L’uovo

Racconto di fantasia. Favola. Una bambina mostra tanto più buon senso degli adulti che la circondano. I suoi desideri sono contenuti, all’altezza della sua situazione.

Divertente la rappresentazione dell’ira irrefrenabile di una madre per l’ingiustizia perpetrata verso la figlia.

La giacca stregata

Racconto surreale e moraleggiante. La ricchezza materiale equivale a quella morale? Siamo disposti ad essere felici a scapito di persone innocenti? La nostra umanità viene prima del desiderio di possesso o l’avidità ha sempre la meglio?

In realtà la fortuna vera nella vita non arriva mai senza sacrifici, ha sempre il suo prezzo.<\p>

La torre Eiffel

Una moderna torre di Babele? Il desiderio di salire sempre più in alto?

Anche l’uomo costruisce la sua vita sulle ambizioni covate nella giovinezza, per poi essere costretto dalla realtà a rinunciarvi. <\p>

Ragazza che precipita

Un’altra discesa inarrestabile come in Sette piani. Una vita che si consuma inseguendo la grande occasione. Situazione surreale. La tentazione dell’abisso. La metafora della caduta. Paura del vuoto e voglia di volare. Il tempo buttato al vento. I sogni che si lasciano indietro ai piani alti.

La giovinezza ha fretta di arrivare, è eccitata dalle promesse del futuro che la attende, per poi chiedersi nella maturità se non ha fatto un errore senza rimedio.

Ancora una volta Buzzati affronta il tema del senso dell’esistenza, di come utilizzarla al meglio, dell’ansia di viverla e di spenderla bene che porta a fare errori. E’ l’insegnamento dell’uomo di montagna che sa che per arrivare in vetta bisogna cadenzare il passo e seguire un ritmo non troppo affrettato per non restare senza fiato.

I due autisti

Racconto autobiografico, struggente. La libertà dell’individuo a confronto coi valori della famiglia che a volte richiedono sacrifici.

Niente? Proprio niente rimane. Di mia mamma non esiste più nulla? Si chiede l’ateo Buzzati.

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