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La Boutique del Mistero di Dino Buzzati - note di Sandro Tassinari

Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nelle vicinanze di Belluno. Appartiene a una famiglia dell'alta borghesia veneta con ascendenze ungheresi. Il padre, Giulio Cesare, insegna diritto internazionale all'Università di Pavia e alla Bocconi di Milano; la madre, Alba Mantovani, è figlia di un medico e sorella dello scrittore Dino Mantovani.

Sin dall'infanzia Dino Buzzati ha passione per la musica (suona il violino e il pianoforte), frequenta il Liceo-Ginnasio Parini di Milano; laureandosi poi nel 1928 in Legge all'Università di Milano.

Fra il '26 e il '28 Buzzati assolve il servizio di leva, frequenta la scuola allievi ufficiali, e apprezza ciò che i suoi commilitoni avversano maggiormente: la disciplina, il senso del dovere, gli orari, il rigore della vita militare, che gli saranno da spunto per il suo capolavoro “Il deserto dei Tartari” e per molti racconti.

Al termine del servizio militare, viene assunto al «Corriere della Sera» col ruolo di cronista, che mantiene per sette anni poi, attraverso gli incarichi di «vice» del critico musicale, di redattore per le province, di inviato speciale e di corrispondente di guerra, diverrà redattore capo, rinunciando infine alla direzione solo per un senso di modestia.

Il 27 marzo 1933 appare sul «Corriere» il suo primo articolo di fondo in terza pagina. In questo periodo egli mette a punto la sua scrittura giornalistico/letteraria.

Mediatore tra l'avvenimento e la sua divulgazione, il lavoro di Buzzati doveva passare attraverso il filtro di capicronisti e redattori e questo lo portò ad apprendere il linguaggio immediato e lineare della cronaca di giornale, vicino alle aspettative del grosso pubblico, breve e diretto.

Quando Buzzati si affaccia alla scena letteraria (nel 1930 inizia a lavorare al romanzo che pubblicherà nel 1933 con il titolo di “Bàrnabo delle montagne”), il panorama culturale è quello di un forte condizionamento degli scrittori e degli artisti da parte del fascismo, ma lo scrittore resta lontano sia dalle idee del regime che dalla loro applicazione pratica.

Nel 1939 Buzzati inaugura la sua carriera di inviato speciale in Eritrea e in altre parti dell'Africa orientale e mediterranea. Quando nel 1940 “Il deserto dei Tartari” fa la sua comparsa in libreria, esso rappresenta subito il riepilogo delle categorie narrative di Buzzati: un riepilogo valido per le opere già scritte, ma anche per quelle che doveva ancora scrivere.

L'attesa, l'angoscia, la rinuncia, lo scorrere del tempo, la solitudine, l'amore stregato, la morte sono i sentimenti che più spesso l';autore rappresenta, che più spesso sente come significativi per sé come per tutti gli uomini.

“Il deserto dei Tartari” attira definitivamente su Buzzati l'attenzione della critica che, colpita dalle atmosfere del romanzo, dalle sue situazioni irrazionali, assurde o allucinanti, tende a battezzarlo come un «piccolo Kafka italiano», discutibile qualifica che più volte, infatti, verrà ridimensionata.

«Da quando ho cominciato a scrivere, Kafka è stato la mia croce. Non c'è stato mio racconto, romanzo, commedia dove qualcuno non ravvisasse somiglianze, derivazioni, imitazioni o addirittura sfrontati plagi a spese dello scrittore boemo. Alcuni critici denunciavano colpevoli analogie anche quando spedivo un telegramma o compilavo un modulo Vanoni.»

Dopo “Il deserto dei Tartari”, bisognerà attendere vent'anni per arrivare ad un altro romanzo. In questo periodo Buzzati si dedica ad altre pubblicazioni, soprattutto raccolte di racconti. Asseconda anche la passione pittorica e opere a fumetti, per metà romanzo e per metà immagini e un libro composto da figure di ex voto e da didascalie.

Nel 1966, anno delle sue nozze con Almerina Antoniazzi, Buzzati raccoglie alcuni racconti nel volume dal titolo “Il colombre”, a cui solo due anni dopo faceva seguire “La boutique del mistero” (1968), una scelta di racconti tratti dalle precedenti raccolte, particolarmente rappresentativa della sua vena orientata al fantastico e al misterioso.

Muore il 28 gennaio del 1972 e dopo la sua morte comincia una serie di ristampe, di raccolte, articoli, ricordi e inediti.

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Buzzati, sicuramente sottovalutato in Italia, ma considerato un classico in molti paesi del Mondo (molto stimato in Francia già dagli anni '50), è infatti stato tradotto in decine di lingue, ma nelle “storie della letteratura italiana” risulta relegato tra gli artisti minori. Molte sono le stroncature e le critiche negative, sia a causa del "non allineamento" di Buzzati alle correnti tematiche dominanti nel Dopoguerra letterario di carattere impegnato, sia a causa del suo stile considerato troppo "facile" e giornalistico, lontano dal gusto per la perfezione formale e le sperimentazioni stilistiche care ai critici di quest'epoca.

Non si deve cadere nell'errore di ritenere che l'opera di Buzzati sia passata inosservata o completamente non apprezzata; egli già in vita ottenne numerosi successi anche in Italia grazie soprattutto ad alcuni convinti estimatori tra i colleghi e amici del «Corriere della Sera», quali Eugenio Montale, Indro Montanelli, Alberico Sala, ecc.. che dedicano diverse pagine ad elogi e riflessioni sull'opera dell'autore, senza però mai andare oltre ad articoli, recensioni o brevi interviste.

Solo dagli anni Settanta cominciano a comparire studi più corposi su Buzzati, ma pressoché tutti di carattere monografico e legati a collane di tipo divulgativo su tutta la letteratura del Novecento. Dagli anni Novanta, la figura di Dino Buzzati conosce un rinnovato interesse da parte di numerosi studiosi e iniziano a venire alla luce anche contributi riguardanti la sua produzione pittorica e le sue opere narrative e pittoriche insieme. Nella maggior parte dei casi la critica procede mettendole in relazione ai fatti biografici, alle fotografie, ai disegni. Ancora negli anni 2000 si procede a una settorializzazione dell'attività dell'autore, fornendo contributi che isolano di volta in volta le sue diverse attività: quella di giornalista,scrittore, pittore, critico d'arte, autore di libretti per il teatro, ecc.

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“La boutique del mistero”, che nasce dalla volontà dell’autore «nella speranza di far conoscere il meglio di quanto ho scritto» al pari di un negozio raffinato di capi non in serie e non per tutte le tasche, è una raccolta di trentuno racconti, attentamente selezionati, che niente hanno a che vedere con la merce dei grandi magazzini.

Buzzati sonda costantemente il mistero che avvolge l’uomo moderno, la sua alienante condizione di vita, le incertezze, i paradossi, il senso di attesa e la solitudine, che ne sono i tratti principali e più caratterizzanti.

Temi dominanti sono l’incessante scorrere del tempo: il tempo che uccide, che porta alla vecchiaia, che dà consapevolezza. Il tempo che può rendere di qualcuno la versione più lontana di sé, che fa riflettere, comprendere, magari con dimostrazioni di vita vissuta come in “Sette piani” o “I sette messaggeri”. Ma anche il senso di catastrofe incombente, di sciagura, di morte e di angoscia, come in “Una goccia” o “Il mantello”. 

Le atmosfere sono spesso, surreali, misteriose, come ricorda il titolo della raccolta. Il lettore all’inizio crede di trovarsi di fronte ad una situazione verosimile, invece pian piano viene spiazzato da una trama che diventa sempre più irreale, in un’atmosfera indefinita, come ne “Il Colombre”.

I racconti ci invitano a riflettere sulla condizione umana, sulla sua precarietà, sul fine di un’esistenza che spesso all’uomo sfugge, attraverso un linguaggio semplice, fatto di parole quotidiane, ma capaci nello stesso tempo di suscitare inquietudine.

Oltre ai già citati temi cari a Buzzati, è interessante la sua toponomastica, che non è mai il frutto di un capriccio o del caso, ma sempre attentamente meditata e spesso allusiva. I toponimi si rivelano importanti chiavi interpretative dei racconti e ne marcano la predilezione per le sue ambientazioni: la montagna, la città e il deserto che ritroviamo anche in alcuni titoli (Barnabò delle Montagne, Il deserto dei Tartari, ecc.). Questi tre luoghi per Buzzati sono molto più che scenografie di fondo.

Sono luoghi che traggono ispirazione dall’esperienza biografica dello scrittore (le montagne Bellunesi, la città di Milano, i deserti dell’Africa) ma che sulla pagina divengono luoghi «metafisici», proiezione di scenari che incarnano fantasie e angosce dello scrittore.

I sette messaggeri, racconto che apre la raccolta, narra il viaggio intrapreso dal protagonista verso i remoti confini del regno paterno. Qui ritroviamo condensati i temi cari allo scrittore: la solitudine, l’attesa, lo scorrere implacabile del tempo, la frontiera intesa come confine ultimo dell’animo umano, oltre il quale si stende il regno dell’ignoto, del mistero, dell’inesplicabile. “I Monti Fasani” è l’unico toponimo presente nella novella, la narrazione infatti si svolge in uno spazio vago e indeterminato, quasi onirico, che proietta il lettore in una dimensione fantastica, col suo carico di mistero, in uno spazio che non è geografico o fisico. Il viaggio intrapreso dal principe può essere letto come metafora di un viaggio esistenziale: aspirazione di superare i propri limiti, desiderio di inoltrarsi nelle regioni oscure dell’essere. I monti Fasani rappresentano la barriera che separa il principe dalle regioni inesplorate, il confine tra il conosciuto e l’ignoto, la soglia di non ritorno oltre la quale il principe ammette di sentirsi straniero.

Il Grande Convoglio

Il monte Fumo è propriamente una montagna delle Alpi dei Tauri occidentali, il cui nome tradizionale è Rauchkofl: letteralmente "cima ruvida - montagna aspra", scenario fantastico nel quale dimora il vecchio brigante Gaspare Planetta.

Il cane che ha visto Dio

Si racconta di un eremita, che si ritira su una collina vicino Tis: paese che ha fama di essere un luogo di miscredenti. Tisoi è una frazione Bellunese, sulla destra del Piave, alle pendici del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.

Pur non aderendo completamente al Realismo Magico, lo stile di Buzzati è stato assimilato da alcuni a questo movimento, soprattutto per quanto riguarda la percezione del mondo e per la descrizione simbolica degli oggetti all'interno dei racconti, che lascia spazio ad interpretazioni metaforiche e filosofiche finalizzate a coglierne i lati non visibili. Buzzati, ispirato dai più piccoli pretesti della vita quotidiana, prodotti dal caso, li riversa su carta, ma non prima di averli trasformati in storie significanti, parabole universali, che inducono alla riflessione, partendo dal concreto e arrivando all’astratto.

In Eppure battono alla porta c'è una presenza di oggetti che rende con precisione l'ambientazione. Vi si trova un cestino da ricamo, un vaso pieno di rose, un solenne tendaggio rosso, dei cani di pietra, degli occhiali d'oro, delle carte da gioco, una biblioteca, «il grande piatto d'argento donato dal Principe per le nozze», il cordone del campanello: un insieme borghese, specchio della mentalità della signora Gron.

La nobiltà signorile di mobili e suppellettili si trasmette all’animo della donna, la quale pretende che, circondata dall’aura di protezione di questo lusso, nulla di brutto possa arrivare a toccarla. Il processo di identificazione è tale che la distruzione della casa equivale alla sua morte, dunque, nel momento in cui la tragicità della situazione diviene palese, rifiuta di scappare, esclamando «Oh no! Non voglio! I miei fiori, le mie belle cose, non voglio! Non voglio!». Quel luogo idilliaco e la dignità della Gron non sono essenza ma apparenza, ed ella finirà trascinata nell’«informe cosa nera», che inghiotte tutta la villa. 

Ne I sette messaggeri il legame tra il principe e il suo regno, reso possibile dai messaggeri, è affidato alle lettere, anche quando le due parti potrebbero parlarsi direttamente. La garanzia e il rito della parola scritta prevalgono e, anche se le lettere rimangono il motore e il fine dei viaggi dei messaggeri, la comunicazione viene definita inutile («assurde notizie di un tempo già sepolto», «l’inutile mio messaggio»).

Sono metafora della morte, perché contengono una storia passata e lontana, vivono «uno spegnimento progressivo di significati dispersi e divenuti orpelli senza vita, pure cose. Nulla è più drammatico e doloroso che vedere i propri sentimenti divenire cosa inanimata».

Il mantello propone un capo di vestiario che compare insistentemente in tutto il racconto, collocando la storia in un tempo remoto e fiabesco; ma riveste un ruolo talmente importante da dargli il titolo.

Crea mistero, inquietudine e preoccupazione, di fronte al rifiuto ostinato del protagonista di levarselo, una volta entrato nella casa materna. Ed è proprio dal fatto che il figlio non vuole toglierselo, che la madre intuisce che qualcosa non va.

Il momento finale, in cui il fratellino ne solleva un lembo, non descrive precisamente cosa i personaggi vedono, ma l’allusione del sangue basta a far “capire tutto” alla madre. La spiegazione non viene fornita, dunque il finale lascia adito a più di un’interpretazione, ma è probabile che quello con cui la donna sta parlando sia un morto, a cui è stato concesso un estremo saluto alla famiglia.

Il manto sarebbe dunque la soglia tra l’apparenza e la realtà, i vivi dai morti. E' una sorta di sipario: come a teatro, chiuso dà il senso della normalità, evita l’assurdo, ma accende il sospetto. Quando si apre, mostra l’incredibile, ma è pur sempre un mantello di stoffa ruvida, sporco di fango, che si può toccare, dimostrando che non si tratta di un sogno o di un’allucinazione. Nessuno è incerto, nessuno si chiede: sogno o son desto? Prima tutti lo guardano come un vivo, poi come un morto. Di fatto, nella sua tangibile concretezza, garantisce che ciò che si vede è reale.

Una cosa che comincia per elle si rivela un racconto ironico – caratterizzato da uno humour nero tipico di Buzzati – fin dal titolo, che richiama la pratica degli indovinelli. Il lettore, di primo acchito, sarebbe portato a pensare che il racconto sia incentrato su un oggetto, ma in verità la cosa che comincia per elle si rivela essere una persona, ovvero il lebbroso, declassato al rango di materia inerte.

Altrettanto svilito è il protagonista, prima tormentato dal gioco infantile con cui è portato a indovinare a poco a poco la sua “colpa”, e poi costretto a essere identificato con un altro oggetto, la campanella, che emette un suono festoso, ma è segno di emarginazione e pericolo.


[...] il mondo e gli oggetti sono in qualche modo doppi.
Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna;
udrà cogli orecchi un suono d’una campana;
e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna,
udrà un altro suono.
In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose.
Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente)
che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici,
quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione.

(Giacomo Leopardi, Zibaldone)

Ritratto del Califfo Mash Er Rum e delle sue mogli (Dino Buzzati, 1958)

Il Principe dei Credenti era così strettamente vegetariano che le numerose mogli, per invogliarlo, fingevano d'essere chi una carota, chi un sedano, chi un cavolfiore e così via; senonché, preso dall'amoroso inganno, di quando in quando egli per distrazione le mangiava.

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