Isaac Asimov, classe 1920, nacque in Russia da una famiglia ebraica che emigrò negli USA, stabilendosi a New York quando Isaac aveva appena 3 anni. Fin da ragazzo si appassionò alla fantascienza, leggendo le riviste che in quegli anni cominciavano a proliferare, grazie anche al fatto che il padre gestiva un'edicola. Frequentò la facoltà di chimica presso la Columbia University e si laureò nel 1939. In quello stesso anno riuscì a pubblicare il suo primo racconto con un robot come protagonista, Robbie. Scienza e fantascienza sono sempre stati i cavalli di battaglia di Asimov. Dopo una lunga serie di racconti sui robot, cui seguirono anche alcuni romanzi (il cosiddetto ciclo dei Robot) è col ciclo delle fondazioni, una serie di romanzi che raccontano una epopea ambientata in un lontanissimo futuro ai confini della galassia, che Asimov raggiunse la fama internazionale. Nella sua vita ha pubblicato anche diversi testi di divulgazione scientifica e libri per ragazzi. Le sue pubblicazioni superano le 500 unità.
Pur essendo ritenuto il più grande scrittore di robot (è a lui ufficialmente riconosciuta la paternità del termine robotica), i robot non furono inventati da Asimov. Il termine fu coniato proprio nell'anno della sua nascita, il 1920, da uno scrittore cecoslovacco, Karel Capek, nella sua piece teatrale dal titolo Rossum Universal Robots. Robot in lingua slava significa lavoro (o anche servo) e infatti i robot di Capek erano macchine costruite per eseguire come schiavi tutti i lavori che venivano loro ordinati. L’epilogo del dramma è inevitabilmente catastrofico, con la ribellione dei robot e lo sterminio di tutti gli esseri umani. I robot propriamente detti, intesi come macchine meccaniche, compaiono quindi nella letteratura solo all’inizio del 900. Ma nei suoi saggi Asimov espande il concetto anche ad esempi molto più lontani nel tempo, considerando dei “proto robot” anche il mitico Golem, uomo fatto di fango e Frankenstein, fatto di pezzi di cadaveri. In tutti i casi, la creatura finiva per ribellarsi e uccidere il proprio creatore.
Per dirlo con le parole di Asimov: "La creazione dei robot venne considerata l'esempio più evidente dell'arroganza degli uomini che volevano avvolgersi, usando la scienza in modo scorretto, nel manto della divinità. Solo Dio poteva creare un essere umano dotato di anima. Un comune mortale che cercava di imitare il Creatore poteva soltanto produrre una parodia senz'anima che inevitabilmente diventava pericolosa […] Io non li consideravo pericolosi: potevano esserlo, certo, ma si poteva dotarli di congegni di sicurezza, come qualsiasi altro attrezzo costruito dall'uomo. I miei robot erano macchine progettate da ingegneri, sollevavano problemi di ingegneria che andavano risolti. Le mie storie non avevano la pretesa di essere lezioni morali. I robot erano macchine, non metafore".
I racconti di Asimov infatti (soprattutto quelli raccolti in Io, Robot, che sono i primi e vennero scritti per essere pubblicati singolarmente in riviste) sono sempre molto concreti e raccontano vicende che si chiudono quasi sempre con un “lieto fine” in cui tutti i misteri vengono chiariti. Sono racconti di svago, di facile lettura e senza grosse pretese. Ciò non significa che siano superficiali e banali. È rimarchevole, a mio parere, il grande sforzo creativo e fantasioso di Asimov. Si tenga presente che, all’epoca in cui sono stati scritti i racconti, non era stato ancora inventato nemmeno il transistor, il massimo che la tecnologia potesse offrire erano le valvole termoioniche, eppure Asimov si immagina un modo con macchine con elevatissime capacità di calcolo, pieno di dispositivi tecnologici compatti dotati di intelligenza artificiale. Intuisce che con le valvole non si andrà molto lontano, per cui nei cervelli dei suoi robot si immagina una tecnologia basata sull’uso del positrone, l’antiparticella appena scoperta che era di quanto più misterioso ed esotico si potesse avere all’epoca e quindi poteva supporre, con un piccolo balzo di fede, che avesse proprietà eccezionali dal punto di vista tecnologico.
I lettori del tempo erano stati abituati a temere i robot: essi sono più forti, veloci, resistenti, longevi e intelligenti degli esseri umani, per cui da un eventuale conflitto l'umanità non può aver scampo. Per questo Asimov inventa le famigerate "Tre leggi della robotica", incise nei cervelli positronici in modo talmente profondo da distruggere immediatamente il robot in caso non vengano rispettate. È una sorta di sigillo di garanzia, di contratto che Asimov fa col lettore per rassicurarlo e portarlo ad avere un atteggiamento benevolo con le sue creature. Asimov non verrà mai meno a questo contratto: non esiste alcun racconto o romanzo in cui le tre leggi non siano rispettate o dove il robot "difettoso" non si auto disattivi immediatamente.
Nei suoi racconti, mentre i robot sono sempre calmi, umili ma risoluti, i personaggi umani sono tutti molto "spigolosi", facilmente irascibili, estremamente emotivi, arroganti ed egoisti, imperfetti. Nemmeno i robot sono perfetti, hanno comportamenti non sempre immediatamente comprensibili, ma ad una analisi più approfondita se ne trova sempre una spiegazione deterministica, e quindi sono prevedibili con le dovute informazioni, a differenza di quanto accade con i comportamenti umani, spesso istintivi e guidati da scopi reconditi.
Asimov non crede che sia possibile che gli uomini possano costruire una macchina che non riescono a controllare, quindi rifiuta l'idea che i robot, o comunque l'intelligenza artificiale possa ribellarsi all'uomo e distruggerlo fisicamente. Ma la sua visione non è comunque affatto rassicurante: come afferma in diversi suoi saggi (e descrive nei racconti La prova e Conflitto Evitabile), è infatti convinto che i robot alla fine avranno effettivamente il sopravvento sull'uomo, in un modo più subdolo ma non meno inquietante. La sua tesi è che l'intelligenza artificiale, con tutti i vantaggi che ha e, se ben utilizzata, sarà sempre più protagonista nelle scelte e nella guida dell'umanità proprio perché saprà prendere decisioni migliori e più efficienti degli uomini stessi. Saranno gli uomini a scegliere di dare potere decisionale all'intelligenza artificiale. Pensiamo a quanto avviene già oggi con i navigatori satellitari: quante volte anche noi ci affidiamo ciecamente alle istruzioni che ci danno, perché ci fidiamo e siamo consapevoli che la strada che ci viene indicata è effettivamente la più breve o la più veloce. Ma in tanti altri ambiti, finanziario, logistico, manifatturiero, l’intelligenza artificiale ha già un ruolo tutt’altro che trascurabile, ed è probabile che lo sarà sempre di più in futuro.
Quindi si può dire che il pensiero di Asimov sfoci quasi in un’utopia, dove l’amministrazione pubblica è affidata a macchine immuni dalla corruzione, che prendono sempre le decisioni ottimali senza mai aver secondi fini. Purtroppo, le Tre leggi della robotica rimangono per ora solo un’elegante invenzione!

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