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Alma di Federica Manzon presentato da Angela Marina Codifava

Libro Vincitore del Premio Campiello 2024

Ed Feltrinelli Pag. 272

La protagonista è Alma, una efficiente giornalista, che torna a Trieste per ricevere una eredità lasciata dal padre nelle mani di Vili, l’ultima persona che vorrebbe vedere. La città non fa solo da sfondo ma diventa protagonista nelle vivide descrizioni che interpretano e comprendono emozioni contrastanti di una realtà di confine, con eredità di culture diverse che convivono da secoli, non senza contrasti. La città dalla quale è fuggita riflette la formazione di Alma e l’irrequietezza che le si è strutturata dentro e la porta ad essere una donna affermata, ma sempre sfuggente ovunque e con chiunque. Ha trascorso l’infanzia con tanti stimoli diversi quelli dei nonni materni che cercavano di trasmetterle una educazione mitteleuropea 

“dove la cultura viene prima di tutto e le opere di Hegel stanno in fila fermate da un vasetto di stelle alpine, dove è importante essere all’altezza, sapere sempre cosa si può dire, sfoggiare, e cosa no, e dove la nevrosi è ammantata di buon gusto”

Quelli della madre che era andata a lavorare nell’istituto psichiatrico, vivace comunità di medici e di folli che venivano spesso a casa loro animandola di chiassoso disordine, e quelli del padre slavo, sognatore, pieno di fascino che odiava il culto del passato e i suoi lasciti, eternamente perso in mondi sospesi di idealità e in continuo andirivieni al di là del confine senza mai spiegare che lavoro facesse là nell’isola ( Brioni) all’ombra del maresciallo “Tito occhi di vipera”. Per suo padre il mare, dove ci sono sempre le navi cargo da Istanbul o da Beirut in attesa di entrare in porto o lo yacht sequestrato all’oligarca a far la posta al tempo,  non era semplicemente un mare ma nel golfo che si apre verso est lui leggeva un mondo più ampio, che arrivava fino a Dubrovnik, ancora intatta , scavalcava i Balcani fino al mar Nero e rappresentava l’idea d’oriente dentro i destini d’occidente. Certe sere Alma sentiva la madre piangere in camera sua. 

“Andiamo a cercare papà, le diceva allora, ma sua madre scuoteva la testa, non avrebbe saputo dire dove fosse, da qualche parte a est, in qualche hotel Jugoslavia o forse nella villa di qualcuno. Si asciugava gli occhi con il bordo del lenzuolo e le diceva che non sarebbero andate da nessuna parte, sarebbero rimaste in città perché lì papà sarebbe sempre tornato.” 

Quando aveva 11 anni suo padre tornò a casa con un bambino della stessa sua stessa età Vili , figlio di due suoi amici intellettuali in pericolo a Belgrado, portato via perché potesse vivere più al sicuro. Vili è l’altro protagonista del libro che non si era mai lamentato e se la notte piangeva lo aveva fatto così silenziosamente che nessuno si era svegliato per consolarlo. Con lui il padre teneva conversazioni dalle quali Alma restava esclusa o non capiva. Forse ne era gelosa , ma col passare del tempo i due aveva trovato un modo tutto loro per tollerarsi, condividere gli spazi di casa e gli amici, perlustrare la città, scoprire rifugi dove amarsi anche se , forse mai, in completa sintonia, fino al momento della totale incomprensione, quando Vili sentendosi 

“un esiliato troppo giovane per starsene con le mani in mano, volle tornare dalla sua gente”.

Non le aveva mai rivelato quando nell’appartamento di Belgrado dove era stato bambino, senza elettricità, da solo e morto di paura nell’attesa che venissero a prenderlo, aveva letto i libri di suo padre e si era aggrappato ai libri e alla letteratura, come all’ultimo argine davanti alla violenza che stava facendo di loro qualcosa di mostruoso. Aveva letto e riletto quello che suo padre scriveva e gli ideali che gli erano parsi l’unica cosa capace di salvarli. Se non lui, almeno qualcuno di quelli che sarebbero venuti dopo.

Lei era andata invece a lavorare a Roma ma senza staccarsi dalla terra originaria e dagli affetti ad essa legati come se fossero l’orizzonte di tutta la sua vita. La Grande Storia era entrata nel loro privato con la lacerazione della Jugoslavia, la fine della dittatura di Tito, il dramma della guerra che devastò i Balcani negli anni Novanta durante i quali Alma aveva accettato per un periodo il lavoro di corrispondente a Belgrado dove aveva provato la solitudine, il grigiore di vita e i pericoli degli eventi di un paese in guerra fratricida , senza riuscire a penetrare nel mistero di quel mondo, al quale non era mai appartenuta, se non in lontani ricordi di infanzia e vaghi e rari accenni del padre.

Il libro parla di un ritorno che ha a che fare col tempo e la memoria alla ricerca di comprensione del sé e della ricostruzione di accadimenti che solo alla fine saranno chiariti. Gli eventi storici irrompono nel privato, lo distruggono e richiedono una minuziosa ricerca per comporre i mosaici di vita dispersi, capire realtà complesse, scoprire identità che conservano l’impronta di appartenenze etniche diverse. La lacerazione della Jugoslavia, con la sua violenza, diventa anche la lacerazione di tutti i componente della famiglia di Alma. Il padre dopo la morte di Tito si è inaridito e quasi perso. Vili prima fratello, poi amore, è diventato il peggiore dei suoi dolori. Alma ha realizzato che il padre non le aveva raccontato niente di sé, e della sua vita al di là del confine se non qualche incerto frammento di un Paese in cui era cresciuto ma che non esisteva più, e lei sapeva cosa significa perdere un’occasione o anche una persona, ma non cosa significa perdere un Paese. Era questa la domanda che avrebbe dovuto fargli l’ultima volta che lo aveva visto alla stazione quando avevano chiamato il suo treno e lei aveva lasciato perdere. Nella cronica di pochi giorni, alle porte della Pasqua ortodossa, Alma compie il viaggio di ritorno attraverso i luoghi che identificano il passato della città nella zona proibita del confine, il manicomio di Basaglia, i vari luoghi pubblici del passeggio Sant’Andrea, del cimitero di Sant’Anna, della pineta di Barcola e della risiera di San Sabba. Ritrova i luoghi privati del viale dei platani la casa dei nonni e i ricordi dell’ infanzia dove identità, memoria e punti di vista diversi si cercano e si sfuggono continuamente.

Federica Manzon con un linguaggio fine, chiaro, scorrevole e fortemente coinvolgente definisce lo sfondo storico del periodo della disgregazione Jugoslava e del drammatico esito sfociato nella guerra degli anni novanta . Ci racconta le emozioni contraddittorie che portano con sé le partenze e i ritorni l’influenza di appartenenze culturali diverse. Con uno sviluppo cronologico a flashback, lega le vicende personali dei due protagonisti alla Grande Storia, ci parla di amicizia, amore, fratellanza e denuncia la violenza portata dalle rivendicazioni di identità nazionali. Riserva grande importanza alla parola scritta e alla fotografia, passione che Vili sviluppa fin da ragazzino, identificando anche in questi mezzi la possibilità di ricostruire la verità storica, anche se spesso manipolata dal giornalismo e alla letteratura il veicolo di trasmissione di ideali di libertà. Ci fa riflettere su quanto le guerre si somiglino tutte e quanto dovremmo imparare dal passato, anche se la realtà odierna dimostra proprio il contrario con orrori ancora peggiori che lacerano il presente. E ancora rimarca quanto nefaste siano le idee che obbligano a stare o da una parte o dall’altra limitando l’ appartenenza a confini geograficamente definiti da poteri dittatoriali.

Federica Manzon è nata nel 1981 a Pordenone e vive tra Milano e Trieste, dove si è laureata in Filosofia. Ha pubblicato racconti sulla rivista Nuovi Argomenti (di cui è redattrice) prima di esordire nel 2008 nella raccolta Tu sei lei e con il romanzo Come si dice addio. Nel 2011 il suo secondo romanzo Di fama e di sventura ha vinto il Premio Rapallo per la donna scrittrice Nel 2015 ha curato il volume collettivo I mari di Trieste. È stata editor della Narrativa Straniera in Mondadori. Attualmente è docente e responsabile dello sviluppo dei progetti didattici presso la Scuola Holden di Torino. Collabora con diverse testate tra cui il quotidiano Il Piccolo, Tuttolibri della Stampa, e ha collaborato con l’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge. È consulente editoriale per la narrativa straniera della collana Mediterranea di Crocetti editore e il 21 settembre 2024 ha vinto il Premio Campiello con il suo ultimo libro Alma.

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