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L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio, a cura di Angela Mazzotti

L’età fragile è il romanzo che ha vinto il Premio Strega 2024. SI tratta del terzo libro di questa scrittrice che leggo, per cui ho potuto confrontarlo con i precedenti: L’Arminuta, che ritengo essere il migliore, e Borgo Sud, che invece mi pare meno interessante.

In questo romanzo la scrittrice si ispira ad una storia realmente accaduta che è stata presto dimenticata per cui il suo intento era anche di riportarla alla luce nella memoria dei lettori; si tratta della storia dell’omicidio di due turiste da parte di un pastore e dello stupro di una di esse. Nel racconto della Di Pietrantonio il fattaccio viene inquadrato nelle vicende famigliari di coloro ne sono stati testimoni vent’anni prima e che per vari motivi ne hanno conservato una traccia dolorosa nelle loro coscienze: Lucia innanzitutto, colei che si può definire la protagonista, la figlia Amanda che a seguito dello scoppio della pandemia da corona virus ritorna al paese da Milano dove si era recata a studiare con scarso impegno, del padre di Lucia, proprietario del campeggio dove avevano soggiornato le due turiste uccise, e di altri personaggi di contorno.

L’ambientazione del romanzo è nell’Abruzzo dell’interno, un ambiente caro alla scrittrice che sa sempre renderne bene il carattere arcaico e tradizionale. Anche il linguaggio, del tutto paratattico e perciò molto frammentato, sembra richiamare il modo di parlare delle persone semplici e dirette che vi vivono e il loro modo di mantenere le relazioni interpersonali. Tra queste spicca il rapporto tra Lucia e la figlia Amanda, un rapporto difficile per il rifiuto di Amanda di confidarsi con la madre, che è sintomo di un’evidente disagio e di incomunicabilità tra di loro. Lucia del resto ha vissuto da vicino il dramma dell’omicidio delle due turiste a cui ha potuto sottrarsi per caso, ma che non ha saputo evitare alla sua migliore amica la quale invece ne è stata coinvolta, pur senza restarne uccisa a sua volta. Il senso di colpa provato al tempo continua a roderle l’animo e a improntare il suo vissuto di figlia, di moglie e di madre.

Il messaggio dell’autrice è dunque che sono le esperienze della prima giovinezza, belle o brutte che siano, che finiscono per lasciare il segno; sono i traumi dell’età in cui dall’adolescenza si entra nella vita adulta senza essere ancora pienamente formati per essa, sono le fragilità con cui prima o poi abbiamo tutti a che fare, come capita ai personaggi del romanzo e che a volte finiscono per cristallizzarsi interrompendo l’evoluzione del carattere della persona. In questo romanzo il trauma vissuto da Amanda a Milano, a cui Lucia in un primo momento non ha dato importanza, permette a quest’ultima di rielaborare la tragedia del passato, di affrontarla una volta per tutte e quindi di superarla. Il finale del libro infatti, con l’immagine di un coro virtuale in cui tutti i protagonisti della vicenda si ritrovano fianco a fianco, accende una luce di speranza e di ottimismo sulla possibilità di superare anche i peggiori eventi e di ripartire.

I temi del racconto sono molti e anche molto attuali: il rapporto genitori-figli, i silenzi fin troppo eloquenti e significativi, l’isolamento e la solitudine di un immigrato quale era l’assassino, che inducono ad atti disperati, la difficoltà di tagliare i cordoni della propria esistenza, di chiudere un matrimonio – quello di Lucia con l’ex-marito -, di allontanarsi dal paese natale, la paura nei confronti del male nella società, la violenza sulle donne, la difesa della natura contro la speculazione edilizia. Temi che tuttavia, data anche la breve durata del romanzo, mi sono sembrati non abbastanza approfonditi, così come non me lo sono sembrati i personaggi che reagiscono in modo diverso alla tragedia, ma che non mi hanno coinvolto.

Il romanzo si legge agevolmente, le descrizioni in esso contenute sono schiette, immediate, quasi fotografiche, ma non per questo meno evidenti. La struttura del libro, che non è un giallo e neppure un romanzo psicologico, è solida ed equilibrata nonostante il ritmo, che si può definire sincopato, del racconto che rimanda alla fragilità del titolo. Ho trovato tuttavia non del tutto plausibile l’assegnazione del Premio Strega ad un romanzo non brutto, ma nemmeno eccezionale.

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