«Il popolo è immortale, la sua causa è immortale. Ma non si può risarcire la perdita di un uomo!» scriverà Grossman poco dopo la fine della guerra. E così, pur desideroso di infondere in chi combatteva ottimismo e coraggio, ci racconta i primi mesi dell’invasione tedesca – antefatto di Stalingrado e Vita e destino – attraverso pagine dure che dipingono la distruzione e le disfatte, i pensieri dei soldati, la marcia dei contadini nella notte, sotto le "scie rosse dei proiettili traccianti che strisciavano lente verso le stelle», i campi e i boschi sottratti a chi ne conosceva da sempre ogni segreto e il vano eroismo di uomini semplici mandati a fronteggiare «l’esercito più forte d’Europa». Pagine di un ‘romanzo sovietico’, ma così audaci da abdicare a ogni ligia ortodossia. Scritto nella primavera del 1942 uscito a puntate nell’estate del 1942 su «Krasnaja Zvezda» (Stella Rossa), Il popolo è immortale narra la desolazione della Seconda guerra mondiale e il coraggio alla resistenza dell’esercito e del popolo sovietico contro l’invasione nazista con le parole di un grandissimo inviato di guerra.
Sebbene i filologi non siano d’accordo, questo primo romanzo può essere considerato la prima parte di un trittico dedicato alla “grande guerra patriottica”: non compaiono in esso i personaggi che sono presenti nei due maggiori romanzi, ma certamente vengono posti in rilievo temi e riflessioni che in essi troveranno più ampio respiro.
Il testo risulta abbastanza compatto, i personaggi sono relativamente pochi, vi è una certa unità di luogo e di tempo; la storia è la “ritirata”, ma anche la vittoria di un piccolo distaccamento di combattenti dell’Armata Rossa rimasto indietro rispetto al grosso dell’esercito. Tagliati fuori e isolati in un grande bosco, che consente ai soldati di “salvarsi” dando loro rifugio e sicurezza, essi si devono ricongiungere al resto dell’esercito dall’altra parte di un fiume e ci riusciranno dopo aver delineato e realizzato una valida strategia.
Già nelle prime pagine sono presenti i temi che interessano Grossman.
- La reazione del singolo di fronte al male estremo , reazione che può essere di rispetto per la propria dignità o per quella dell’altro, che può essere una reazione ingenua come quella di Leon, il figlio adolescente del commissario Cernicenko che scappa , forte soltanto della sua pistola giocattolo per raggiungere il padre, manifestando una prima forma di eroismo attraverso il sentimento spontaneo dell’amore. La madre di Cernicenko si fa uccidere per mantenere la propria dignità di essere umano libero, non per motivi politici o patriottici, ma perché vuole stare a testa alta davanti a chi la fa da padrone in casa sua, esprimendo con il proprio comportamento esasperatamente violento tutto il male di cui è portatore. La reazione di Sergej Bogarëv ha ovviamente tutt’altra consapevolezza: si tratta infatti di un intellettuale che avverte la grande responsabilità di indicare la strada i soldati di cui è responsabile “Che cosa me ne faccio, ora, della mia vecchia vita, del mio lavoro ostinato e prezioso, di gioie e delusioni, dei miei pensieri, delle pagine che ho scritto?” si chiede mentre percorre il fronte nell’agosto del 1941. È «una guerra mai vista prima», quella che si è abbattuta sul suo paese; una guerra che l’ha strappato all’insegnamento del marxismo e trasformato in commissario politico, una guerra che per lui – come per tutti gli altri protagonisti del romanzo – segna una cesura netta e irreparabile. Il protagonista, Sergej Bogarëv, molto ha in comune con l’autore, ne rappresenta una sorta di alter ego: come Grossman, «non ha alcuna formazione militare e dal suo studio è stato sbalzato senza tappe intermedie [...] Come Grossman è un intellettuale libero con un grande ventaglio di interessi e una spiccata simpatia per la prima generazione di rivoluzionari russi» (p. 228). È infatti attraverso lo sguardo da civile, ma soprattutto da umano studioso, di Bogarëv che la vivida immagine della guerra non ci viene consegnata con l’asprezza delle crude scene di distruzione e sangue, ma con la limpida liricità di un poeta che si sofferma sia sul cadavere di un uomo sventrato sia sulla dolce natura che tutt’attorno continua a vibrare: «Camminava a passo lento tra gli alberi, felice e triste insieme per la bellezza spensierata del mondo, per lo stormire delle foglie» (p. 55). A stupirlo sono soprattutto la scarsa conoscenza da parte dei soldati dei principi del nazionalsocialismo, la loro vigliaccheria e la loro meschinità. Al tempo stesso, è colpito da come i comandi militari tedeschi siano meticolosi e sistematici nell’organizzazione: un atteggiamento che gli ricorda quello delle «formiche» e degli «animali gregari». Per lui i tedeschi rassomigliano non a esseri umani, ma ad automi: privi di inventiva e creatività, non sanno che imitare. Tutto in loro — dalla teoria sociale alla dottrina militare, fino all’antisemitismo — non è che la riproposizione di idee altrui, prese ora di qua ora di là e fatte proprie.
- La presenza dei collaborazionisti, persone che scelgono la parte del nemico, una parte che presumono semplice, ma che nella figura del kulako Kotenko si dimostra molto difficile, poiché scegliendo il male ne diventa complice, ne viene irrimediabilmente segnato tanto da uccidersi. Quei “liberatori, in cui il vecchio proprietario aveva sperato di trovare un riconoscimento, una compensazione per quanto gli era stato portato via dal regime sovietico, non lo trattano che come uno strumento più o meno utile per il loro successo. - Le descrizioni della natura sono particolarmente efficaci: l’aspetto paesaggistico ha una grande rilevanza, la natura con i suoi silenzi e con i suoi suoni parla un linguaggio noto e facilmente riconoscibile dai soldati che hanno una grande familiarità con l’ambiente naturale e agricolo. La campagna, i boschi sono luoghi di provenienza della maggior parte dei soldati; il bosco è un ambiente “caldo” e protettivo; proprio il legame strettissimo tra l’essere umano e la natura, violata quanto l’essere umano durante la guerra è una caratteristica del popolo russo che Grossman vuole mettere in evidenza
Rodimcev è lì, con la faccia schiacciata a terra. [...] Guarda con curiosità e rispetto, avidamente, cosa accade intorno a lui: le colonne di formiche che marciano lungo le strade invisibili all’occhio umano trascinando fili d’erba secca e piccolissimi bastoni «Forse sono in guerra anche loro» pensa Rodimcev [...] Enorme è il mondo che i suoi occhi vedono, che le sue orecchie sentono, che le sue narici respirano insieme all’aria (p. 206).
La guerra ha toccato ogni forma di vita. Prendi i cavalli: cosa non sopportano! [...] E non soffrono anche gli uccelli per colpa dei tedeschi? Oche, polli, tacchini [...] Quanto bosco è andato perduto per sempre! Quanti frutteti! Ci pensavo poco fa: là, in campo aperto, si combatte, mentre noi siamo qui stesi in un migliaio di persone e mandiamo all’aria la vita di formiche e zanzare! [...] Accidenti se è bello vivere su questa nostra terra, ragazzi! Solo in un giorno come questo si capisce che potremmo starcene sdraiati così per mille anni senza annoiarci. Respirando e basta (pp. 207-208).
- Sono presenti anche, e non potevano mancare, gli elementi della modernità, della tecnica: le fabbriche devono produrre tutto quanto è necessario allo svolgimento della guerra, sebbene nei primi mesi del conflitto la produzione industriale risulti assolutamente inadeguata a far fronte alle necessità dell’esercito.
- Le responsabilità di Stalin e dell’intero apparato politico sovietico risultano evidenti proprio in ragione del silenzio assoluto che li avvolge nella narrazione. Stalin aveva ignorato ogni segnalazione (gliene erano giunte molte) circa le intenzioni di attacco da parte di Hitler e addirittura, durante le prime ore dell’invasione pare che avesse pensato a un errore. Quando Bogarov spinge i suoi uomini ad andare avanti dice “nel vostro petto batte cuore di Lenin”. Bogarov parla a lungo con il commissario Cernicenko, ma le loro conversazioni non vengono riportate, così che il lettore deve capire quali questioni si siano affrontate, ma che non possono essere esplicitate. Grossman non può e non vuole sottrarsi alla partecipazione allo sforzo bellico, ciononostante qualcosa ha rischiato anche in questa narrazione. Egli stesso ha operato molte censure di parti che, nell’edizione attuale fortunatamente ricompaiono, quelle parti in cui lo scrittore si sofferma sulla stanchezza, sulla fatica, sui disagi e non sull’eroismo dei combattenti.
- Grande rilievo viene dato al comportamento dei singoli personaggi, soprattutto di coloro che hanno le maggiori responsabilità, alle decisioni dei due comandanti che non sempre ubbidiscono alla direttiva 270 emanata da Stalin secondo cui non era permesso nessun arretramento e si prevedeva la punizione con la pena di morte per chi avesse disubbidito. Come in Stalingrado viene riconosciuto il valore di chi, disubbidendo a tale direttiva, prende decisioni utili alla conclusione positiva dell’azione, agendo sulla base della propria competenza, esperienza, conoscenza, intuizione, capacità di previsione degli esiti, in una parola in vista del bene comune.
Quello di Grossman ne Il popolo è immortale è indubbiamente un elogio — talvolta retorico — della resistenza sovietica, dell’umanità dei soldati dell’Armata rossa, del rigore e della semplicità della popolazione, della rettitudine delle donne. Ma è anche una descrizione delle incertezze, delle preoccupazioni, dei contrasti, degli errori, della bassezza degli istinti umani in guerra. Grossman vuole veramente dire della fatica della vita quotidiana dei soldati, del fango e delle pulci, della fame e della paura, ma anche della loro determinazione e speranza. Diversamente da quanto altri giornalisti scrivevano nei giornali di regime. Grossman dice in una lettera al padre che se i lettori sono entusiasti dei suoi racconti non è perché lui ha “fatto qualcosa di degno, ma perché gli altri scrivono cose indegne”.Ed è una dura requisitoria contro le responsabilità dei tedeschi, un tema che sarà al centro della riflessione filosofica e letteraria dopo la seconda guerra mondiale. C’è un passo, in particolare, tra le poche considerazioni di Grossman presenti nel romanzo, che è in tal senso eloquente: «“Come farò a scrollarmi di dosso la vergogna di avere avuto un bisnonno pilota nazista” esclamerà tra cent’anni un giovane tedesco. E tra cent’anni gli storici guarderanno spauriti gli ordini scritti con calma, metodo, logica e precisione teutonica che dal quartier generale del Comando supremo dell’esercito tedesco raggiungevano i comandanti di squadre e squadriglie aeree. Chi era a vergarli? Bestie, pazzi, o forse nemmeno esseri umani, ma dita di ferro, dita di aritmometri e calcolatori. Non esiste castigo, no davvero, che possa espiare anche solo la millesima parte della colpa di chi ha scritto quegli ordini, o la decima di chi quegli ordini li ha messi in atto e li ha eseguiti. No, compagni: un tale castigo non esiste, né ora né mai».
Il popolo è immortale, ma come scrisse Grossman in un articolo del 1946 dedicato alla memoria dei caduti “il popolo è immortale”, ma ogni singolo essere umano è “mortalissimo e non risarcibile” l’attenzione al singolo, alla irripetibile individualità di ogni messere umano non viene cancellata dalla visione collettiva di un intero popolo che non perde la speranza della vittoria contro l’invasore.

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