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Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino - note di Marco Taliani

"io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all'altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura."

Questo aforisma, riportato anche dall'edizione Mondadori odierna del romanzo suscita un'osservazione: nella collana “Oscar” dei romanzi di Calvino, viene sempre riportata una lunga biografia di 30 pagine e non in appendice, ma in posizione centrale, in questo caso tra la presentazione e il romanzo vero e proprio. Sembrerebbe quasi uno sgarbo all'autore, che a sue parole considerava la biografia quasi fastidiosa. Eppure, leggendola, in ogni singola tappa della sua vita c'è un pensiero, un'analisi, un ricordo che Calvino ha lasciato in una intervista o in un saggio o altri tipi di pubblicazioni. Quindi vien da dire che per essere uno con un rapporto così nevrotico col la biografia, a Calvino piaceva molto parlare della sua vita e delle sue esperienze. E dato l'incipit viene da chiedersi quante delle cose riportate siano effettivamente vere. Mi piace credere che sia un po' come se Calvino, con le sue tante interviste abbia fatto della sua stessa vita un romanzo. Calvino nasce a Cuba nel 1923. I suoi genitori sono entrambi scienziati, agronomo il padre e botanica la madre che sono in America per lavoro. Rientrano alla loro residenza a San Remo due anni dopo. È una famiglia borghese e benestante e San Remo è in quegli anni all'apice del suo splendore, cosmopolita e frequentata da ricchi stranieri. I genitori hanno entrambi caratteri forti e austeri, votati alla scienza. Fin da subito, come forma di difesa e di ribellione volge i propri interessi alla letteratura, diventando poi, parole sue, la pecora nera della famiglia essendone l’unico letterato. Il germe scientifico rimarrà però ben radicato in lui: lo dimostra il suo fervore nel catalogare, incasellare cercare spiegazioni in tutta la sua letteratura a venire.

Pur coincidendo sostanzialmente col ventennio fascista, la giovinezza di Calvino è caratterizzata dal poco interesse per le vicende politiche e sociali. I genitori sono entrambi contrari al fascismo, ma non vanno mai oltre ad una critica generica. "Tra il giudicare negativamente il fascismo e un impegno politico antifascista c'era una distanza che ora è quasi inconcepibile".

Calvino invece farà qualcosa: nel'44 rifiuta la chiamata alla leva e per qualche mese si nasconde. In seguito, si unisce assieme al fratello ad una brigata combattente partigiana sulle Alpi Marittime. Il periodo partigiano è per Calvino breve ma intenso, e lo condizionerà profondamente. Fu per lui un brusco passaggio dalla sua vita agiata e disinteressata a società e politica al vivere in clandestinità, con privazioni, pericoli e brutalità delle battaglie, trovandosi a fianco di persone molto diverse da lui, per ceto e livello culturale, con valori e vite a lui fino ad allora estranei. La versione originale del romanzo è stata pubblicata nel'47. Così come il centometrista continua a correre e urla dopo l'arrivo per smaltire l'adrenalina accumulata, così al termine della guerra c'è la necessità da parte di tutti di sfogare la tensione accumulata.

Tutti nell'immediato dopoguerra avevano qualcosa da raccontare, fatti, aneddoti, storie vissute in prima persona o sentite da altri. Il fascismo e l'occupazione tedesca furono eventi così grandi da incidere sulla vita di tutti. Innumerevoli furono quindi le pubblicazioni più o meno letterarie che volevano documentare il periodo resistenziale.

Ma fin dall'esordio Calvino vuole dare un suo contributo diverso: il suo obiettivo non è tanto documentare fatti, ma esprimere. L'intento non è tanto riportare eventi e storie, ma descrivere le emozioni che hanno caratterizzato quel periodo. Per far ciò utilizza la forma del romanzo, quindi utilizzando personaggi verosimili ma non realmente esistiti, e citando fatti verosimili ma non necessariamente accaduti. Per protagonista sceglie un bimbo, Pin, dieci-undicenne sbandato, ineducato, orfano e mantenuto da una sorella che si prostituisce. Lo scrive nello stile neorealista dell’epoca che imponeva un approccio diretto aderente alla realtà e poco filtrato, edulcorato, con l’uso di termini dialettali nei dialoghi qualora fosse consono ai personaggi. Pin è la proiezione di Calvino: quando entra nella resistenza egli si sente in un ambiente per molti versi estraneo ed incomprensibile. Così è Pin, che pur essendo ancora un bambino, cerca un suo posto in mezzo agli adulti senza comprenderne il comportamento. “L’inferiorità di Pin come bambino di fronte all’incomprensibile mondo dei grandi corrisponde a quella che nella stessa situazione provavo io, come borghese e la sua spregiudicatezza corrisponde al modo «intellettuale" d’essere all’altezza della situazione, di non meravigliarsi mai, di difendersi dalle emozioni.”

La versione odierna del romanzo è quella riveduta e corretta dallo stesso Calvino nel 1964. La presentazione dell’autore a questa revisione è considerata una piccola opera a sé stante e un testo divenuto fondamentale della riflessione e il pensiero di Calvino. Come lo definì, quasi profeticamente, Pavese, Calvino è un vero “scoiattolo della penna”. Come uno scoiattolo che improvvisamente schizza in una direzione imprevista e sale da un albero all’altro, così Calvino nella sua presentazione, con questo incipit ripetuto “Questo romanzo è il primo che ho scritto...” divaga quasi in un flusso di coscienza per cercare di trovare una spiegazione a quanto da lui scritto e di rivederne criticamente una rilettura “a freddo” e trasposta ad una società che dopo vent’anni non è più quella che era.

Nella presentazione Calvino ammette di aver volutamente usato nel suo romanzo personaggi non positivi. Già all'epoca la critica si polarizzava tra coloro che erano scettici nei confronti dei partigiani, sostenendo che spesso si sono macchiati di crimini più per ragioni personali che spinti da ideali di giustizia e libertà. Dall'altra parte la "cultura di sinistra" che spingeva per una letteratura eroica e retorica, che spronasse alla lotta di classe. Col suo romanzo Calvino scontenta tutti. Nessuno dei suoi personaggi può essere definito un eroe, anzi sono tutti "un po' storti" con poche e confuse cognizioni di lotta di classe, eppure il loro valore e il proprio sacrificio è lo stesso immenso e degno del più alto rispetto. Nella presentazione Calvino prova rimorso per aver esagerato nell’aver ridotto a maschere un po’ grottesche quelli che nella sua vita erano stati compagni di battaglia che si meritavano di essere dipinti con più rispetto. Anche e soprattutto le figure femminili, che nel romanzo sono rappresentate da prostitute, spie, infedeli e portatrici di guai. Non rende certo affatto giustizia alle tante ragazze e donne partigiane che per valore e coraggio non erano certo seconde ai loro compagni.

La regola non scritta della letteratura resistenziale era quella di demarcare bene i confini tra i buoni, belli e intelligenti, e i cattivi, brutti e ignoranti. Qui questa divisione è molto più sfumata. I fascisti sì, vengono definiti scuri, ossuti con facce bluastre e coi baffetti da topo, ma anche i partigiani son personaggi, come già detto non proprio “belli”. L'ufficiale tedesco, rappresentante dei cattivi per antonomasia è in realtà preoccupato per le sorti di moglie e figli rimasti nell'Amburgo bombardata, i partigiani spesso uccidono i soldati fatti prigionieri. La violenza non è quasi mai esplicita, ma spesso sottintesa: i prigionieri a cui viene fatta scavare la propria fossa, altri prigionieri che vengono accompagnati nel bosco senza più ritornare, ma anche il Dritto che viene chiamato a rapporto “disarmato, han detto” e infine l'uccisione della sorella di Pin nel finale “degli spari, laggiù, nella città vecchia...” anche questo per mettere l'accento sulle emozioni più che sui fatti.

La trama narrativa utilizza Pin per far conoscere al lettore in sequenza una serie di incontri con personaggi tutti filtrati dal suo punto di vista fanciullesco. Pin non frequenta i suoi coetanei perché si sente diverso da loro. Frequentando le osterie conosce cose e fa discorsi che piacciono agli altri ragazzini ed essendo lui gracile viene spesso da loro malmenato. E “l’innocenza” dei ragazzini diventa per lui molto più seria e inaffrontabile del rapporto con gli adulti. Paradossalmente è proprio nel mondo degli adulti che si sente più a suo agio. Un mondo che in realtà non capisce, non comprende l’ossessione dei grandi per il sesso, l’alcol, le armi. Però almeno da loro viene accettato, sopportato. Canta per loro canzoni di cui non capisce a fondo il significato ma che lo fanno sentire importante. Ha un linguaggio scurrile e maleducato, ma nei suoi pensieri affiora sempre la disperata ricerca di un amico, qualcuno a cui valga la pena di confidare dove si trova il sentiero dove i ragni fanno i nidi. Ci proverà con tanti, soprattutto i più giovani: Lupo Rosso, Pelle, ma senza successo.

“Pin vorrebbe sdraiarsi nella sua cuccetta e stare a occhi aperti e fantasticare […] di bande di ragazzi che lo accettino come loro capo, perché lui sa tante cose più di loro, e tutti insieme andare contro i grandi e picchiarli e fare cose meravigliose, cose per cui anche i grandi siano costretti a ammirarlo ed a volerlo come capo, e insieme a volergli bene e a carezzarlo sulla testa”

Il Capitolo 9 si distingue dagli altri, Calvino lo definisce un “innesto ideologico”. È l’unico in cui il protagonista non è Pin e la narrazione non è filtrata dal suo punto di vista fanciullesco. Qui troviamo invece Kim, commissario partigiano cui il romanzo è dedicato in modo particolare. Kim è uno studente di psichiatria. Assieme al comandante Ferriera sono gli unici personaggi che hanno un vero pensiero critico e intellettuale. Sono tra loro complementari: Ferriera, operaio meccanico, deciso e sicuro, è convinto che la lotta partigiana sia una macchina perfetta e non ha tentennamenti. Kim al contrario è inquieto, cerca di razionalizzare, incasellare (“a, bi, ci”), di capire quali sono i meccanismi che spingono i partigiani a combattere. Individua i diversi tipi di “furore” che muovono le persone ad unirsi alla lotta partigiana: i contadini combattono per riscattare la propria terra, gli operai per avere più diritti,

“Poi c’è qualche intellettuale o studente, ma pochi, qua e là, con delle idee in testa, vaghe e spesso storte. Hanno una patria fatta di parole, o tutt’al più di qualche libro. Ma combattendo troveranno che le parole non hanno più nessun significato, e scopriranno nuove cose nella lotta degli uomini e combatteranno così senza farsi domande, finché non cercheranno delle nuove parole e ritroveranno le antiche, ma cambiate, con significati insospettati.”

Ma anche, e soprattutto, la compagnia del Dritto, formata da “ladruncoli, carabinieri, militi, borsaneristi e girovaghi che non hanno patria, eppure anche loro trovano il coraggio e il furore per riscattare le proprie vite, e la fatica di essere cattivi.” Non è quindi una semplice questione di ideali, perché di ideali ne hanno anche i fascisti, la differenza è che loro stanno dalla parte sbagliata, e la storia lo dimostrerà. Compito dell’ispettore è convogliare questi furori dalla parte giusta, perché basta un nulla per perderli, come accade con Pelle o Miscel.

Solo nel finale Pin trova finalmente l’amico a cui confidare il suo posto segreto. Cugino che gli ha appena ucciso la sorella. Pin non lo sa, ma se anche lo sapesse non cambierebbe probabilmente idea. Molto bello anche se estremamente amaro il finale in cui il bambino adulto e l'adulto bambino se ne vanno nel bosco tenendosi per mano.

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