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Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder - note di Angela Mazzotti

Il racconto procede da una domanda che ogni uomo si pone prima o poi nella sua vita: “Noi viviamo per caso e moriamo per caso oppure viviamo secondo un piano preciso e secondo lo stesso moriamo?” La caduta, il 20 luglio 1714, del ponte che sulla strada che collega Lima a Cuzco permette di superare un precipizio, e la conseguente morte di cinque persone, costituisce l’occasione perfetta a Frà Ginepro per dimostrare come le sofferenze siano il frutto di una precisa volontà divina le cui ragioni sono tuttavia imperscrutabili. Ognuna di quelle vite era giunta alla propria perfezione e pertanto doveva concludersi. Per questo il fraticello conduce una sua personale indagine che lo porta “a bussare a tutte le porte di Lima, a fare migliaia di domande, a riempire un mucchio di taccuini”, catalogando fatti, aneddoti e testimonianze senza peraltro giungere a conseguire il suo scopo, di dimostrare con fatti precisi, “con prove chiare e sicure” che la vita umana è nelle mani di Dio.

Il romanzo si addentra dunque nelle vite delle cinque persone coinvolte nel disastro e fa quello che Wilder afferma essere il fine autentico della letteratura: la rappresentazione per simboli del sentimento. Ognuno dei cinque personaggi è la personificazione di un diverso tipo di amore: Dona Maria dell’amore materno, mai del tutto espresso con sincerità e coraggio, la servetta Pepita dell’amore filiale verso la Badessa che l’ha cresciuta, lei povera orfana, e l’ha mandata a condividere la vita della marchesa, pur nella solitudine, Esteban l’amore fraterno che alla morte del suo gemello lo conduce quasi al suicidio, lo zio Pio l’amore paterno e generoso verso la bella, ma difficile ed ingrata Perichole, ed infine il piccolo Jaime, la cui morte getta nella disperazione la madre.

Questo testo che per molti tratta un tema filosofico e religioso, in realtà, a mio avviso, parla soprattutto di amore, di amore spesso trascurato, negletto, malinteso, di amore che tende a dimenticare gli errori, di amore che alla fine resta l’unico sentimento che resiste nel rapporto tra i vivi, ed in quello coi morti. Perché anche quando i morti saranno stati dimenticati, “l’amore sarà bastato e tutti gli impulsi d’amore torneranno all’amore che li ha creati.” … “C’è una terra dei vivi ed una terra dei morti e il ponte è l’amore.”

Il romanzo ha una struttura ad imbuto, inizia dalla fine, dalla caduta del ponte, per poi andare all’indietro, alle storie delle persone coinvolte in cui, seguendo l’idea di Frà Ginepro, si cerca la giustificazione della loro condanna per arrivare a dimostrare il contrario e cioè che le vittime, in fondo, sono innocenti, mentre i malvagi sopravvivono. Ognuna di esse è ad una svolta della propria vita, e proprio adesso la perdono su di un ponte che invece di unire divide per sempre, costituisce una cesura col loro passato. Il tentativo di Frà Ginepro di trovare una risposta alla domanda del perché accade proprio a loro e non ad altri è il frutto dell’influsso illuminista che inizia a farsi sentire, è il vano sforzo di ridurre la teologia ad una scienza esatta, di razionalizzarla, è il moto d’orgoglio di voler comprendere e interpretare il disegno di Dio sulle nostre vite, e viene punito col rogo.

Ogni personaggio viene descritto puntualmente anche se non troppo intimamente: tutti subiscono un cambiamento, sono arrivati ad un punto fermo delle loro vite e sono pronti a cambiarle, ma la caduta del ponte glielo renderà impossibile. Chi ha tempo non aspetti tempo, sembra suggerire lo scrittore.

La figura più bella è quella della Madre Badessa: è lei che tiene le fila di tutti e che alla fine esprime la morale del racconto, che è anche la morale della sua vita dedicata ai poveri, agli ammalati, ai bisognosi, che necessitano soprattutto di amore.

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