Rileggere il testo a distanza mi ha permesso di riconsiderare il senso di disorientamento dato dai molteplici riferimenti storico-letterari, e di apprezzare di più il lo strato filosofico- esistenziale. E’ comunque necessaria una buona concentrazione per leggere questa opera che, a mio parere, è impegnativa sia per il periodo che tratta, ricco di scoperte scientifiche, tensioni, conflitti, riforme, scismi, contraddizioni socio-culturali e religiose, sia per il linguaggio dotto, ricercato, elegante e accurato nei minimi dettagli.
Marguerite Yourcenar nell’Opera al Nero, pubblicato nel 1968, ha scritto una biografia immaginaria, inserita in realismo storico scrupolosamente approfondito, circa gli eventi che hanno caratterizzato il rinascimento e rivoluzionato la concezione del mondo con le conquiste tecniche e i conflitti ideologici che si protraggono anche nella nostra epoca.
L’autrice, come lei stessa ha dichiarato, aveva cominciato a dar vita al protagonista già durante la giovinezza, ma ha portato a termine la storia solo negli anni della maturità: “utilizzando i vantaggi derivanti dai lunghi rapporti dell’autore con un personaggio scelto o immaginato fin dall’adolescenza, che rivela tutti i suoi segreti solo quando si entra nella maturità”. L’opera è un romanzo storico, se pur con un protagonista fittizio, che affronta sessanta anni di vita, iniziata nel 1510, per contestualizzare eventi realmente accaduti, ma principalmente per analizzare la natura umana, invitando alla ricerca, alla conoscenza, all’affermazione del sé e delle proprie idee anche se in contrasto con quelle dominanti.
Il titolo Opera al Nero fa riferimento alla Nigredo, la fase di separazione e decomposizio ne della sostanza come veniva descritta nei trattati degli alchimisti. Si riferisce alla prima fase, quella più oscura, della lavorazione di trasformazione della materia per realizzare la Grande Opera (Opus magnum) della pietra filosofale, o anche dell’elixir, fonte di vita in tutti i regni della natura, panacea medicamentosa per riprodurre sole e luna, cioè oro e argento scopo ultimo dell’alchimia. Il termine al-kimiya è di derivazione araba, e rimanda ad una antica scienza sacerdotale egizia che contiene il riferimento al colore nero della terra inondata dal Nilo. Successive tappe di trasformazione, dopo la Nigredo, prevedevano l’ Albedo, la Rubedo (opere al Bianco e al Rosso che, nell’antichità era il risultante colore al posto del grigio) e precedevano il compimento della Opera Magna. La Nigredo rappresentava la condizione caotica da cui aveva avuto origine la creazione e da dove partiva la distruzione degli elementi con l’opera del fuoco per ricomporsi in una sintesi superiore.
“Solve et coagula" era il motto degli alchimisti. Si discute tuttora se fosse applicato ai soli esperimenti materiali, in specie sui metalli come il mercurio e lo zolfo che contenevano tutti gli aspetti e le qualità, o se si riferisse anche simbolicamente al travaglio dello spirito nell’atto di liberarsi dalle abitudini e dai pregiudizi.
Probabilmente il motto è servita nei secoli per indicare alternativamente o simultaneamente l’uno e l’altro concetto. Magia e alchimia erano due saperi diversi, entrambi conferivano il potere, se pur illusorio, della trasformazione ma l’alchimia era una pratica di laboratorio tesa a perfezionare la materia che nell’era moderna confluirà nel patrimonio della chimica. I primi testi alchemici arrivarono in occidente, scritti in arabo nel XII sec. parallelamente alle traduzioni dei testi naturalistici di Aristotele ( era noto in latino, solo l’Organon la parte sulla logica) e ad altri scritti della tradizione greco araba riferiti alla astronomia, all’astrologia, alla medicina, riconducibili nel tracciato filosofico ermetico, tradotti in scuole come quella di Toledo. La magia si colloca in un alveo più antico, conosciuta e fortemente osteggiata già dai primi cristiani come Agostino d’Ippona ( 354/430) e Isidoro di Siviglia( 560-636) che la consideravano espressione di patti per consultare e federarsi con demoni attraverso segni, artifici e riti.
Nella concezione rinascimentale l’uomo sta al centro di tutto e noi possiamo interpretare il protagonista Zenone in riferimento sia alle sue sperimentazioni alchemiche sul mondo materiale sia come metafora di trasformazione interiore.
In apertura al romanzo c’è la citazione di Pico della Mirandola che riassume l’ideale antropocentrico secondo cui l’uomo non è creatura passiva, ma artefice del suo destino, libero da vincoli divini e naturali, chiamato a plasmare sé stesso e a definire la propria identità. “Non ti diedi né volto, né luogo che ti sia proprio, né alcun dono che ti sia particolare, o Adamo, affinché il tuo volto, il tuo posto e i tuoi doni tu li voglia, li conquisti e li possegga da solo. Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, in guisa di buon pittore o provetto scultore, tu plasmi la tua immagine” (dal De hominis dignitate).
La frase che affida all’individuo la responsabilità di plasmare il proprio destino è il tema chiave del romanzo di Marguerite Yourcenar che fa improntare tutta la vita del protagonista Zenone Ligre come Opera (Opus) impegnata a raggiungere gli stadi superiori della coscienza.
Il testo si compone di tre parti La vita errante La vita immobile La prigione, ognuna divisa in capitoli, 21 in totale ,che focalizzano il percorso di vita dalla nascita alla formazione ai viaggi alle ricerche alle pratiche fino alle accuse, al processo e alla morte del protagonista . Zenone nasce a Bruges, è figlio illegittimo (come Erasmo da Rotterdam) condannato dalla nascita a portare questa onta, ma senza che questo gli impedisca di condizionare la propria esistenza, di esplorare ogni aspetto del mondo reale e ideologico con interesse e spirito critico. Affidato dal ricco zio paterno al saggio canonico Bartolomeo Campanus, viene da questi educato, ma ben presto rifiuta la carriera religiosa, a cui inizialmente sembrava destinato e assetato di conoscenza parte.
Lo incontriamo nelle prime pagine proprio quando annuncia al cugino Enrico Massimiliano il suo progetto di vita Ho vent’ anni, nel migliore dei casi, ho davanti a me cinquant’anni di studi prima che questo cranio si muti in teschio. Prendete pure le vostre chimere e i vostri eroi da Plutarco, fratello Enrico. Per me, si tratta di essere più che un uomo. Parto, vado a vedere se l’ignoranza, la paura, la stupidità e la superstizione verbale regnano anche fuori di qui. Chi sarebbe così insensato da morire senza aver fatto almeno il giro della propria prigione? Interessato ad ogni tipo di conoscenza, rifiuta precetti e dogmi imperanti, ed è attratto dalle scoperte che si profilano in campo tecnico e medico. Inizia così a provare e cimentarsi in una serie di esperienze meccaniche con l’amico J. Majers e poi a viaggiare. Ricerca in tutte le fonti del sapere, dalla meccanica, alla astrologia, dalla alchimia alla medicina nel tentativo di decifrare le relazioni tra scienze e umanità. Compie il suo viaggio senza una meta predefinita, interessato esclusivamente ad esplorare il mondo, migliorarlo, e perseguire la Verità. Passa dal Levante per incontrare la filosofia e la medicina araba, dalla Turingia, dalla Svezia, da Basilea, per terminare di nuovo a Bruges, dove era cresciuto, chiudendo in circolo il suo percorso esistenziale.
Nel suo cammino come alchimista e filosofo ha modo di mettere in dubbio i dogmi del suo tempo, di superare la concezione medievale dei testi sacri considerati la fonte principale di conoscenza, per privilegiare la ragione e l’esperienza, come elementi più utili alla ricerca del vero, oltrepassando le sole autorità riconosciute della religione e dello stato. Vuole compilare lui stesso un testo che si muove con “mille cifre romane e arabe; caratteri che si rincorrono tanto da sinistra a destra, come quelli dei nostri scribi, quanto da destra a sinistra, come quelli dei manoscritti orientali: cancellature che sono la peste o la guerra. Rubriche vergate con sangue vermiglio. E ovunque segni, e, qua e là, macchie, più strane ancora dei segni...coi piedi che si muovono per il mondo come insetti sulla costa di un salterio." Spinto dalla sua inquietudine studia, sperimenta e cerca di essere libero per scegliere cosa fare, dove andare e cosa e in chi credere. Il suo travaglio interiore scandaglia gli anfratti del pensiero ed è il centro della sua esistenza. Zenone personifica le figure storiche reali che hanno ispirato la Yourcenar: Paracelso, il medico svizzero che attraversò l’Europa, curando le malattie con metodi alternativi, la iatrochimica, basata l’uso di sostanze minerali, Tommaso Campanella il domenicano che in prigione scrisse La città del sole, il racconto utopico che descrive una società teocratica egualitaria con la proprietà in comune, Michele Serveto teologo, astrologo, medico su posizioni anti trinitarie, che fu considerato scopritore della circolazione polmonare del sangue. Questi spiriti, infiammati da fervore intellettuale, sentivano il bisogno di superare la cultura medievale proprio come Zenone, che pure conserva un profondo rispetto per le eredità esoteriche dell’alchimia. Riscopre l’eredità dei pensatori classici come Democrito, Averroè, Pitagora, Epicuro, le cui opinioni, nel mondo cristiano, “erano considerate offesa a Dio” e ritenute errate dagli ecclesiastici. In specifico le idee di Democrito, con la teoria “dell’infinità dei mondi sminuiva la centralità della Terra” e contraddiceva la visione geo e antropo centrica; Averroè con la tesi dell'unità dell'intelletto proponeva che tutti gli esseri umani lo condividessero e “sfidava Dio che unico provvede assolve e condanna”, mentre l’anima degli animali di Pitagora minava la superiorità ed “era motivo di irritazione per l’uomo che si riteneva l’unico vivente capace di aspirare all’immortalità." Infine Epicuro che pensava la morte come fine di tutto, urtava contro l’immortalità e la vanità umana, e “feriva sul vivo non solo la nostra avidità di stare al mondo ma l’orgoglio che scioccamente ci assicura che meritiamo di restarvi”. Attraversando l’Europa Zenone conosce regnanti mercanti, banchieri, ecclesiasti, operai, donne di ogni livello e condizione. Incontra ovunque malattie inquietudini e lotte scaturite dai conflitti religiosi che sfidavano l’ortodossia e mettevano in discussione l’unità della cristianità, come l’anabattismo, il calvinismo, il luteranesimo provocando violente e crudeli repressioni. Nel suo cammino si cimenta in ogni branca del sapere, studia il funzionamento del corpo umano e il suoi piaceri e malanni, ipotizza teorie e si pone al confine tra alchimia, filosofia, religione e scienza, osteggiata dagli ecclesiasti. M. Yourcenar, con profonda sapienza documentaria, ci fornisce un affresco accurato e dettagliato del passaggio epocale dal Medioevo al Rinascimento precisando particolari di vita religiosa, economica e sociale dell’epoca.
Menziona personaggi realmente esistiti, come Margherita d’Austria, moglie di Massimiliano d’Asburgo “donna minuta, grassoccia con il pallore triste delle vedove e con un atteggiamento di buona casalinga che sapeva sorvegliare non solo la dispensa ma anche lo stato”, il duca d’Alba Fernando Alvarez che governò i Paesi Bassi con mano ferrea.
Anche l’assedio e la presa di Munsten, dopo la rivolta, la peste, a Basilea e a Colonia ( anticipata al 1549 per esigenze narrative) il consiglio di Trento e tanti altri riferimenti storici contribuiscono ad illustrare il clima di grande fermento in Europa e rendere l’impianto narrativo verosimile. Nelle note l’autrice riferisce che le ricerche scientifiche di Zenone sul funzionamento del muscolo cardiaco, le ipotesi sui mutamenti della crosta terrestre, i progetti idraulici, i disegni di macchine volanti, la formula del fuoco utilizzabile nelle battaglie navali le sono state immaginate dai quaderni di Leonardo e il riferimento all’identità della materia, della luce e dei minerali dagli studi di Paracelso. Sono mirabili le minuziose descrizioni sulle condizioni di vita dei potenti e degli umili, della corruzione ecclesiastica del fanatismo religioso, dei processi e delle condanne al rogo, delle trasformazioni del lavoro con le innovazioni tecnologiche come quella del telaio meccanico. Zenone cura potenti e appestati, pubblica le sue teorie, suscita ammirazione ma anche accuse di eresia e stregoneria.L’esplorazione di ogni aspetto della vita, compresa la sessualità etero e omo, arricchisce le sue conoscenze filosofiche e scientifiche ma lo pone in contrasto con le rigide norme morali e religiose dell’epoca gettando pesanti sospetti sulla sua operato, tanto da costringerlo alla clandestinità per la messa all’indice dei suoi scritti .”Il libero pensatore sa di essere destinato a doversi nascondere per sfuggire agli occhi di chi non è disposto ad alzare la foglia di fico,ad aprirsi al confronto e al dialogo”. Torna quindi a Bruges e cambia identità diventando Sebastiano Theus. Il cambiamento del nome fatto per motivi di sicurezza allude anche ad un cambiamento più profondo del Sè e il raggiungimento di uno stadio più elevato di consapevolezza. "L’ andare verso l’oscuro e verso l’ignoto, attraverso ciò che è ancora più oscuro e ignoto”, è il motto alchimistico che introduce la seconda parte del testo e rimanda all’attraversamento iniziatico per superare l’oscurità anche della propria anima. Fedele al progetto iniziale, Zenone, partito a 20 anni per conoscere il mondo dopo aver sperimentato sulla materia, sugli oggetti e sulle persone, diventa un altro uomo che quasi dimentica l’esistenza del precedente e si dedica solo alla cura dei malati di ogni tipo e religione applicando i fondamenti acquisiti e approfondendo il suo pensiero critico e la sua stessa identità. “L’ardire del filosofo che predica il libero gioco dei sensi e tratta dei piaceri carnali senza disprezzarli manda in bestia la folla, soggetta in questo campo a molte superstizioni e ad una maggiore ipocrisia.... L’indifferenza del saggio per il quale ogni paese è patria e qualsiasi religione è un culto a suo modo valido, parimenti esaspera la folla di prigionieri; se quel filosofo rinnegato, che non rinnegava tuttavia alcuna delle sue vere credenze, rappresentava per loro un capro espiatorio, era perché ciascuno, un giorno, segretamente talora perfino senza accorgersene, aveva desiderato uscire dal cerchio in cui sarebbe morto rinchiuso."
Zenone vive la sua Opera al Nero cioè la dissoluzione dei pregiudizi e delle consuetudini imperanti sulle quali anche noi spesso ci appoggiamo senza troppo riflettere sugli schemi che le reggono. L’incontro con il Priore dei Cordiglieri, che dirige l’ospizio di San Cosma, è occasione di confronto e di approfondimento. Le visite per seguire il priore ammalato riportano conversazioni dotte su pilastri teologici e comportamenti quotidiani. La diagnosi medica di Zenone ha consapevolezza che la malattia non ha la possibilità di intervento risolutivo che richiederebbe tecniche chirurgiche inesistenti, ma può essere solo accompagnata per alleviarne i sintomi. Marguerite Yoursena anticipa di decenni il concetto di cure palliative descrivendo la dedizione e l’affetto con cui Zenone si fa carico dell’assistenza.
Se Zenone rappresenta l’eroe del libero pensiero e l’anticipatore di pratiche future, il Priore incarna l’aspirazione di umiltà e purezza francescana di chi non sempre si sente pienamente rappresentato dalla chiesa ufficiale. I colloqui tra Zenone e il Priore, sono di grande spessore filosofico e profondità teologica e riguardano l’eresia, la Riforma, l’intolleranza religiosa il senso delle pene. In questi scambi pur rappresentando visioni di mondo diverse, i due sembrano intendersi e trovare un terreno etico comune, suggerendo che la verità può non essere univoca e assoluta, ma frutto di confronto e di apertura. Il pensiero dell’autrice sembra affermare che la realtà è complessa e la verità relativa, invitandoci ad adottare un punto di vista relativistico.
Nell’ospizio diretto dal Priore opera il gruppo detto degli Angeli, coordinato da due monaci Cipriano e da Floriano, che organizzano eventi con pratiche sessuali segrete e sacrileghe che esiteranno in un doloroso episodio, attinto realmente dalla scrittrice negli archivi giudiziari di Bruges. La quindicenne Idelette, frequentatrice della setta, ingravidata, viene accusata di infanticidio e condannata a morte dagli Inquisitori. Il giovane e ingenuo monaco Cipriano, scoperto e denunciato per discolparsi, incolpa di complicità Zenone che intrappolato nell’intrigo, segue il consiglio del Priore di allontanarsi. Ma poco prima di imbarcarsi, solo, sulla spiaggia, Zenone fa un bagno in mare e nell’acqua quasi come in un rito purificatore giunge alla considerazione di profondo umanesimo che “il suo cammino sarà fino in fondo fra gli uomini. Bisogna mettersi al riparo da loro ma anche continuare a ricevere i servizi e a renderne”. Non procede oltre nella fuga e torna indietro per consegnarsi e affrontare il processo, rivelando il suo vero nome. I capi d’accusa, più che le infamie di Cipriano, sono le sue conoscenze alchemiche, la pratica di curare tutti e le sue pubblicazioni, inserite tra i Libri Proibiti, a influenzare la sentenza dei potenti giudici.
La terza e ultima parte del romanzo è introdotta dai versi di Giuliano dei Medici che introducono il destino di Zenone: Non è viltà né da viltà procede s’alcun, per evitar più credel sorte, odia la propria vita e cerca morte... Meglio è morir all’anima gentile che supportar l’inevitabile danno che lo faria cambiar animo e stile...
Il processo è lungo con molte testimonianze in buona e cattiva fede, ma il destino Zenone è già segnato condannato: al rogo se non ritratterà “Tutto era fluido, e tale sarebbe stato fino all’ultimo respiro. Eppure, la sua decisione era presa: egli lo riconosceva non tanto dai segni sublimi del coraggio e del sacrificio, quanto da una forma ottusa di diniego, che sembrava chiuderlo come un blocco alle influenze esterne, e quasi persino alle sensazioni. Insediato nella propria fine, era già Zenone in aeternum." Dopo la sentenza, la visita in carcere del suo vecchio maestro Campanus, che tenta di convincerlo in tutti i modi a farlo ritrattare con l’offerta di venire scagionato e tornare subito e definitivamente libero, Zenone non accetta e fino alla fine vuole esercitare il potere di autodeterminazione, decidendo lui la modalità della sua morte. Non sarà sul rogo nella pubblica piazza, come sentenziato dagli Inquisitori, ma con la morte che lui stesso si darà tagliandosi le vene con una lama che era riuscito a nascondere. Come gli eroi classici, dopo aver ribadito che “non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto”.
“L’opera al nero” è un libro ambientato nel 1500 ma parla più che mai alla nostra contemporaneità, ancora troppo segnata da mancanza di espressione, in tante parti del mondo, attacchi alla libertà, fanatismi e guerre. Queste piaghe continuano a lacerare l’umanità a distanza di secoli ed è ancora udibile il “frastuono di parole in tanto fragore di armi, e nel tintinnio di scudi ciò che si ode meno sono le grida di chi è suppliziato o ha le carni lacerate dalle tenaglie”. Orrende visioni odierne ci riempiono gli occhi di lacrime come nelle scene riportate nel romanzo della città degli anabattisti accerchiata dove “malati e i feriti, distesi sotto i portici della piazza nella tiepida notte estiva, univano i loro gemiti alle voci acute delle donne imploranti l’aiuto del Padre" e dove alla resa la madre di Zenone, Hilzonde fervente credente, "prima in piedi slanciata come una fiamma pregava, poi si piegava su se stessa come si incurva un cero lungo e troppo sottile e contrita e intenerita piangeva”.
Il diritto innegabile all’autodeterminazione, l’essere responsabili delle proprie scelte fino alla fine della vita e la fiducia nella scienza sono i punti principali che vorrei evidenziare nel romanzo e che ritengo siano messi in pericolo oggigiorno da sofisticate tecnologie che condizionano propagande di ogni origine e indirizzano comportamenti di massa poco responsabili. Gli accadimenti mondiali degli ultimi periodi richiedono di combattere le verità precostituite, riflettere criticamente ed essere aperti a nuovi visioni del mondo per sfidare i fanatismi, le atrocità delle guerre e le ingiustizie sociali determinate dai grandi interessi economici e politici che sempre di più condizionano l’esistenza umana e le democrazie. I mali che continuano ad affliggere la storia come nei secoli passati e coi quali anche oggigiorno dobbiamo fare i conti offrono poche armi a disposizione dei singoli individui e suscitano sensi di fragilità, insicurezza e paure per il futuro se fuori di etica personale con cui affrontare la vita.
La storia sembra aver insegnato poco per evitare errori ed orrori sociali che si ripetono, anche se ancora tante persone di buona volontà e con impegno continuano a comportarsi come il medico Zenone che con personale rischio non esita ad aiutare una donna che supplicava di abortire per evitarle di essere uccisa dal marito, o che curava i ricercati rischiando di finire sulla forca insieme a loro, che consiglia prudenza a chi rischiava l'arresto per una storia d'amore e che alla fine si consegna da solo ai persecutori e che resta coerente fino alla fine ai suoi principi e alla sua etica laica profondamente umana. Coerente con le proprie idee, smette di nascondersi, di fuggire e sceglie lui il modo di finire senza compromessi: suicida la notte prima dell’esecuzione proprio come Seneca, uno dei massimi esponenti dello stoicismo di età imperiale. I tempi cambiano ma le icone restano e il lascito della grande scrittrice Marguerite Yourcenar (1903-1987) nella figura del protagonista rinascimentale Zenone fa superare la ere per raggiunge tutti noi e lasciarci un messaggio positivo di umanità teso a comportamenti che, se pur anonimi e non sufficienti a far notizia, sono spesso scotomizzati rispetto ad alcuni collettivi tutt’altro che etici per indicarci in una direzione giusta e degna di ammirazione.
Suggerimento di lettura: Le rose e l'abisso: Marguerite Yourcenar, L'opera al nero



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