Il cupo ambiente del romanzo
La vicenda si svolge a La Rochelle, sulla costa atlantica, da molti secoli importante porto, con un centro storico ricco di antichi edifici e oscuri vicoli. L’ambientazione del romanzo è cupa e opprimente, sia per la stagione e l’incessante pioggia, sia per la diffusa paura suscitata dai delitti. La rappresentazione di La Rochelle come una cittadina grigia e piovosa diventa quasi un personaggio a sé stante, riflettendo l’atmosfera di mistero e inquietudine che pervade la trama. Simenon ha la straordinaria abilità di far emergere le dinamiche relazionali attraverso le interazioni quotidiane dei suoi protagonisti. La semplice routine di giocare a bridge, che all’inizio pare insignificante, diventa un diapason per esaminare le complessità della vita borghese e i segreti che si annidano dietro i sorrisi. Come esempio basti ricordare l’assicuratore uno degli habitués del Café del Colonnes che appare come un perfetto padre di famiglia ma che è, come gli altri, assiduo cliente della signorina Berhe, l’amabile prostituta dei cui favori godono tutti i possidenti della cittadina. Sulla rue du Minage si affacciano, dirimpetto una all’altra, le case in cui vivono i due antagonisti della vicenda: Léon Labbé, agiato proprietario di un negozio di cappelli, e Kachoudas, umile sarto armeno. Siamo all’inizio di dicembre e piove ininterrottamente da tre settimane durante le quali sono avvenuti in città alcuni delitti: cinque donne di una certa età sono state strangolate. L’assassino è lo stesso: lo rivelano anche i messaggi da lui inviati al giornale locale in particolare quasi a rispondere agli articoli di un giovane giornalista che scrive di quei delitti. Egli ha osservato che lo Strangolatore dispone certo di tempo libero, dato che compone le sue lettere incollando centinaia di minuscoli caratteri ritagliati dai giornali e che deve essere piuttosto abitudinario viste le modalità con cui compie gli omicidi.
A metà pomeriggio è già buio: il cappellaio conclude la propria attività in negozio e sale la scala a chiocciola nel retrobottega. Arriva a un pianerottolo e da qui, attraverso una porta chiusa a chiave, accede alla camera da letto matrimoniale. Mathilde, la moglie del signor Labbé, che quindici anni prima è rimasta paralizzata, da molto tempo non vuol più veder nessuno, pertanto soltanto il marito può accedere alla camera, portarle da mangiare, alzarla e collocarla sulla sedia a rotelle e rimetterla a letto. Nemmeno la cameriera può entrare.
Protagonista e antagonista
Il signor Labbé è un sessantenne alto e robusto, elegante e signorile nel portamento, calmo e autorevole nei modi. Quarant’anni prima, anziché terminare l’università, era tornato a La Rochelle e aveva deciso di dedicarsi al negozio di cappelli del padre. Ha pochi clienti, perché vende modelli sorpassati, ma per lui va bene così. Non ha problemi economici e non ha fratelli, figli o nipoti di cui preoccuparsi. Può permettersi un commesso; ogni pomeriggio, quando Labbé esce, delega al commesso la chiusura del negozio.
Al piano terra della casa c’è anche la sala da pranzo con cucinino annesso; in questa stanza passa le giornate la domestica, che prepara il pranzo per Labbé e la moglie. Lui vi consuma pranzo e cena, poi sale al piano superiore con le porzioni per l’inferma. Dalla stanza al primo piano, attraverso una finestra che tiene schermata da tende di giorno e da un avvolgibile di sera, il signor Labbé osserva l’abitazione di fronte. È un edificio simile al suo: al piano terra si trova il negozio di Kachoudas. Nessuno in città usa il nome di battesimo del piccolo sarto; tutti lo chiamano col solo cognome. È un profugo armeno, giunto in Francia da paesi funestati da guerre e genocidi. Al piano superiore vi è il suo laboratorio, nonché abitazione sua, della moglie e dei loro figli. La finestra del sarto non ha tende, né è schermata da tapparelle o persiane. Labbé può osservare ciò che accade all’interno. Il sarto lavora anche la sera, alla luce di una triste lampadina non schermata che pende dal soffitto. Nel descrivere questi ambienti Simenon ci introduce nella vita dei personaggi, regolata da una routine invariabile. Léon Labbé ripete ogni giorno gli stessi gesti, dice più o meno le stesse cose, e più spesso tace. Ma ci sono dei motivi per quest’osservanza scrupolosa della routine da parte del cappellaio, e Simenon ce li rivela quasi subito: l’uomo ha un paio di inconfessabili segreti. Il primo segreto è che non c’è alcuna signora Labbé, o meglio, non c’è più. Il cappellaio finge ogni volta di portarle da mangiare, ma la sua è una commedia inscenata per la domestica e per il commesso. Le porzioni della moglie le mangia lui o le getta nello scarico del bagno. Durante il giorno, dalla strada si può intravedere una figura presso la finestra, dietro le tende, ma si tratta soltanto di una delle teste di legno che il signor Labbé adopera per tenere in forma i suoi cappelli. Egli ha perfino inventato un congegno, che aziona segretamente in negozio, mediante il quale produce un colpo sul soffitto, come se l’inferma lo chiamasse. Nessuno immagina che lei sia morta.
Ogni pomeriggio verso le cinque Labbé e Kachoudas si recano al Café des Colonnes. Il sarto va a bere un bicchiere di vino e a fumarvi una sigaretta. Il signor Labbé va ad incontrare i suoi amici. Anche se i due escono di casa alla stessa ora, non si può dire che vadano insieme al caffè: il divario sociale che li divide è grande, e i due camminano ad una certa distanza. Il signor Labbé sa che Kachoudas, magrolino e minuto, non ama trovarsi da solo per strada da quando c’è in giro lo Strangolatore. Perciò fa in modo di uscire solo quando ha visto dalla finestra che il vicino è pronto ad uscire a sua volta. Ogni giorno, entrambi escono come per caso nello stesso momento; si salutano e poi si dirigono verso il caffè, il cappellaio davanti e il sarto dietro, ad una certa distanza. Nel Café des Colonnes si ritrovano ogni pomeriggio gli amici del signor Labbé per giocare a bridge. Sono tutti nati lì, sono coetanei e si conoscono da una vita. Kachoudas non è dei loro; viene al Café des Colonnes e guarda la partita, ma nessuno bada a lui né gli chiede mai se vuole giocare. È proprio in quel caffè, mentre il signor Labbé è impegnato nel bridge e Kachoudas osserva i giocatori, che avviene, nel primo capitolo del libro, un episodio quasi insignificante.
Un dettaglio fatale
Kachoudas, che ha i piedi e i calzoni inzuppati dalla pioggia, osserva gli eleganti pantaloni con i risvolti dell’impeccabile Labbé. Col suo occhio esperto di sarto ne ammira il taglio, la stoffa, la piega perfetta. E una sera vede anche qualcosa di bianco rimasto attaccato a un risvolto, forse un filo ripiegato. Con un gesto automatico, il sarto si china in avanti e fa per togliere il filo con le dita: è il gesto naturale che avrebbe fatto durante la prova di un abito per un suo cliente, ma che non è un filo ciò che Kachoudas si ritrova tra il pollice e l’indice. Si tratta invece di due minuscole lettere ritagliate in una carta sottile, una carta di giornale. L’attenzione del signor Labbé è rivolta alla partita, ma naturalmente ha visto il gesto del sarto e si gira a guardarlo. Lo guarda dall’alto in basso, con espressione impassibile. Kachoudas resta come paralizzato: il panico si è impadronito di lui. Nel raddrizzarsi, porge al cappellaio, senza guardarlo, i minuscoli ritagli e balbetta: “Le chiedo scusa. Credevo che ...”e non riesce a proseguire. Labbé prende i ritagli e se li infila in tasca impassibile. Ora sa che il sarto ha capito. E Kachoudas sa che il cappellaio sa. Intorno a loro, invece, nessuno si è accorto di nulla. Questo è l’avvio del romanzo: siamo a metà del primo dei suoi dieci capitoli. I capitoli seguenti completano sapientemente l’atmosfera dei luoghi e la psicologia dei personaggi: gli amici del signor Labbé, e le sue vittime. E intanto si svolge il lungo e sottile gioco tra lui ed il sarto, il quale esita a parlare, anche dopo esser diventato testimone di un altro delitto. iI sarto,infatti, nonostante la terribile paura che lo tormenta, lo segue, come se non fosse accaduto niente. A un certo punto il sarto ne perde completamente le tracce. Lo immagina rintanato in un angolo che aspetta il momento opportuno per colpirlo alle spalle e ucciderlo, quando improvvisamente vede una donna sola in mezzo alla strada strangolata dal cappellaio con una corda di violoncello, strumento che era stato utilizzato anche per le vittime precedenti. Kachoudas, preso dal panico, affretta il passo verso la centrale di polizia, e vi arriva quasi, quando scorge, alla sua sinistra, una sagoma imponente che, con una voce calma, gli dice: "Al suo posto non lo farei, Kachoudas". Il sarto, intimorito da quella ammonizione, decide di non parlare con nessuno della sua scoperta, Labbé sente che Kachoudas non oserà parlare, nonostante la taglia posta sullo Strangolatore. Ogni sera Kachoudas continuerà a seguire il cappellaio, ogni sera i due si saluteranno come se nulla fosse cambiato. Un precario equilibrio si mantiene pagina dopo pagina, mentre una tensione crescente stringe, più l’umile sarto che il cappellaio assassino.
Delitto e anomia
Il romanzo ci mostra l’evoluzione del rapporto tra i due antagonisti. Direi che il suo tema è l’anomia a cui conduce il delitto, anche se Simenon non avrebbe usato un termine così astratto. L’anomia, che indica letteralmente uno stato in cui un individuo non è più legato alle leggi, è il contrario della solidarietà umana, dell’appartenenza ad una comunità. A prima vista il cappellaio non pare risentire del suo essersi posto fuori di ogni legge. Nelle sue lettere al giornale locale, ha asserito di avere un motivo preciso per i suoi delitti, anzi una necessità. Quando il settimo omicidio sarà stato compiuto – così ha scritto – i delitti finiranno. Dunque il cappellaio sostiene di avere uno scopo, un compito da eseguire. Nell’eseguirlo, deve adottare molte precauzioni, riflettere su ogni sua parola e su ogni suo gesto. Non vediamo in lui l’agire convulso e frenetico di certi personaggi di Dostoevskij. Il signor Labbé esercita su di sé un grado di controllo eccezionale e non dà adito al minimo sospetto, nemmeno in coloro che lo frequentano ogni giorno: il suo commesso, la domestica e gli amici del Café des Colonnes. È un controllo che suscita in lui una fierezza per i propri nervi d’acciaio, la propria astuzia, la propria meticolosità. Egli ne ricava un senso di realizzazione, confermato più volte al giorno durante tutte le interazioni che ha con gli altri. Le prove che ogni giorno supera riempiono la sua vita e rendono e il suo incedere calmo e sicuro. Un senso di solidità emana da lui, che appare l’antitesi dello stereotipo dell’assassino preda del rimorso, braccato dalla paura o spaventato da possibili testimoni.
Naturalmente uno che sa c’è: è Kachoudas. Ma è proprio questo a creare nel cappellaio il culmine del proprio intimo trionfo. Diventa infatti sempre più chiaro che il piccolo sarto non oserà denunciarlo, nonostante la taglia di ventimila franchi promessa dalle autorità per chi riuscisse a svelare l’identità dell’assassino. Teme infatti di non essere creduto, da profugo che nessuno degna d’uno sguardo. Léon Labbé ha dunque trovato un testimone del proprio successo, uno che sa che il cappellaio ha saputo commettere molti omicidi senza tradirsi, senza vacillare, senza sbagliare mai. Kachoudas è il suo pubblico, l’unico pubblico che Labbé potrà mai avere. E quindi il cappellaio inizia ad amarlo, questo suo pubblico; egli scarta ben presto l’idea di eliminarlo. Anzi: desidera, la sera, farsi seguire da Kachoudas, lo saluta come sempre, medita di regalargli lui stesso una somma pari a quella della taglia, riflette su come potrebbe far ciò senza umiliarlo, fantastica su un futuro in cui potrà spiegargli pacatamente le proprie ragioni e portarlo a convenire che i delitti erano inevitabili. Ma proprio nel giorno in cui – come l’assassino aveva annunciato ai giornali – avrebbe dovuto verificarsi il settimo ed ultimo omicidio, esso non potrà avvenire. Anzi, verrà meno anche la ragione per commetterlo. Questo potrebbe essere il trionfo finale per l’assassino, il quale ormai non dovrà più correre ulteriori rischi. Una coltre di silenzio potrà calare definitivamente sui suoi delitti.
Una spirale di tenebra
Eppure – ci dice Simenon – le cose non andranno così. Quanto è avvenuto ha subdolamente inciso sulla salute mentale del cappellaio. Da settimane ogni suo gesto, ogni sua parola hanno assunto un senso solo in rapporto ai delitti. Labbé è ormai un virtuoso dell’omicidio; questa è la sua nuova, segreta identità, quella che dà un senso ai suoi giorni. E quando ulteriori delitti non hanno più ragione di venir commessi, anche il senso della sua esistenza inizia a vacillare. Proprio nel momento che avrebbe dovuto segnare il suo trionfo, il cappellaio comincia a discendere in una spirale di tenebra. Naturalmente, la fine analisi psicologica di Simenon non si palesa in alcuna descrizione di processi mentali. Non vi è alcuna esplicita introspezione in questo libro. Lo scrittore ci parla soltanto attraverso i piccoli gesti dei suoi personaggi, attraverso le loro parole banali e reticenti, attraverso i loro silenzi, proprio come avviene nella vita. Eppure Simenon sa condurci con il suo stile asciutto attraverso i labirinti della psiche fino ai confini della follia.
La capacità di Simenon di analizzare gli individui, di entrare nella loro psiche qui raggiunge vertici straordinari e se la maggior parte dell’attenzione è riservata al pluriomicida, anche per il comportamento degli altri personaggi l’ interesse rilevante, per i fantasmi che agitano la loro mente, soprattutto per il piccolo sarto armeno, quel Kachoudas che più di tutti patirà il segreto di cui è venuto a conoscenza e che nel volgere di pochi giorni, complice la sua coscienza, finirà per travolgerlo. E' difficile non restare affascinati da questo romanzo, mai greve, avvincente pagina dopo pagina, con il lettore che gradualmente proverà un sentimento di pietà non solo per le vittime, ma anche per l'assassino, vittima lui stesso di se stesso.
Georges Simenon è noto per la sua prosa incisiva e minuziosa, capace di catturare l’essenza dei suoi personaggi e delle ambientazioni. Il suo stile combina una grande attenzione ai dettagli con un ritmo narrativo che sa mantenere alta la tensione. Ogni frase è scelta con cura, contribuendo a costruire una sensazione di ansia e attesa. Il romanzo per Simenon è una ricerca di destini. Il più delle volte individuali, in una società sempre più frammentata, mossa dall’interesse, dall’esibizionismo, dal livore, dalla competizione. In questo lo scrittore coglie le correnti che muovono la nostra società occidentale. Antropologo, per questo? Esploratore di rituali sociali, attivi o desueti, con una grande capacità di narrare, di dare ulteriore smalto e forma all’osservazione sul campo, con una scrittura depurata dagli orpelli letterari, apparentemente semplice, ma sanno bene i traduttori quanto difficile da rendere. Uno stile che ha sempre il viaggio come orizzonte: il viaggio nel mondo e nell’umano, nella società come luogo di tensione tra individui, spesso mossi da forze incontrollabili. Forze simili a quello che gli antichi chiamavano destino, imbrigliate dai complicati automatismi di una società altamente sviluppata, eppure con spiriti, rancori, fumi ancora assolutamente arcaici.
Georges Simenon di Valerio Magrelli
Prolifico e veloce nello scrivere, Simenon è stato molto più di un grande giallista: cantore della provincia, ha raccontato le emozioni umane con l’acume di un moralista del Seicento e con la profondità di uno psicologo.
È stupefacente e pressoché unico il caso di uno scrittore di genere che esca prepotentemente dal proprio genere. L’hanno notato ammirati molti critici: i libri di Simenon sono delle autentiche tragedie moderne, borghesi, sì, ma congegnate secondo regole classiche. Quanto alla sua prolificità (più di 400 titoli), ha qualcosa di addirittura leggendario, tanto più in quanto legata a una inverosimile velocità di scrittura.
Stiamo parlando ovviamente dello scrittore belga di lingua francese Georges Simenon (1903-1989), il più profondo erede di quel romanzo poliziesco nato nella seconda metà dell’Ottocento e sviluppatosi fino ai giorni nostri. Amante degli pseudonimi (una ventina solo agli esordi), l’autore inaugura la sua produzione più nota nel 1931, con l’invenzione del commissario Maigret. Prosegue poi la serie componendo contemporaneamente i cosiddetti romans durs, ossia senza la presenza del suo celebre eroe: saranno questi ultimi che considererà la sua vera eredità di scrittore.
In Simenon, come ha spiegato Anne-Marie Jaton, nel corso della vita più banale irrompe un elemento di tensione che, in un drammatico crescendo, sfocerà in una crisi, raramente catartica e più spesso semplicemente catastrofica. Il non senso e l’assurdo vengono rappresentati nella loro tragica quotidianità. Il rapporto fra gli esseri e in particolare fra uomo e donna rivela improvvisamente il suo insondabile mistero: un mondo sicuro crolla per un passo falso, un bicchiere in più, un uomo di troppo nel letto di una donna senza speranza, o semplicemente per una subitanea quanto inspiegabile presa di coscienza del vuoto sul quale è costruita un’esistenza.
La psicologia, tanto deprecata da molti teorici del Novecento, nell’opera di Simenon si rivela di estrema efficacia. Non per niente in una recente intervista, il regista francese François Ozon – che ha molto praticato il genere del thriller psicologico – ha dichiarato: Simenon era molto bravo a creare atmosfere, e unico nel descrivere la vita delle cittadine di provincia, dove hai la sensazione che tutto sia perfetto, ma dietro le finestre chiuse succedono cose strane, a volte terribili. Non gli interessa il plot poliziesco [...], gli interessano le relazioni tra persone, la psicologia, la complessità e il buio che c’è nell’animo umano.
Sempre secondo Jaton, Simenon ricorderebbe Balzac per la pratica della registrazione oggettiva dei fatti, per la varietà dei milieux, dei mestieri e delle professioni evocati, oltre che per la vastità della produzione. Ma lo stile risulta sempre essenziale e asciutto, caratteristica che rende i suoi intrecci drammatici ancora più efficaci. Ambientati prevalentemente in Francia tra gli anni Trenta e Cinquanta, oppure nelle Fiandre, alcuni anche in America o in Turchia, i racconti non alludono mai alla situazione sociopolitica dell’epoca, e tale mancanza di agganci con la storia ha non poco contribuito alla sottovalutazione dell’opera di Simenon, almeno in un momento in cui la necessità dell’impegno politico era avvertita come particolarmente urgente.
Credo sia bene passare a una precisazione. La fama di Simenon non fu solo di pubblico, per via del commissario Maigret, ma anche, cosa assai meno nota, di critica. I suoi estimatori furono molti e illustrissimi, come dimostra questa piccola rassegna. Troviamo innanzitutto uno tra i massimi pensatori del Novecento, Walter Benjamin: Leggo ogni nuovo romanzo di Simenon. Poco più in là, abbiamo il premio Nobel André Gide: Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi. A dir poco sorprendente, poi, il giudizio del severissimo Cèline: Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, ad esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni. E per restare in Francia, un altro Premio Nobel, Francois Mauriac: La sua arte è di una bellezza disarmante. Ma gli apprezzamenti non si fermano qui. Spostandosi negli Stati Uniti, ci imbattiamo ad esempio in Ernest Hemingway: Se siete bloccati dalla pioggia mentre siete accampati nel cuore dell’Africa, non c’è niente di meglio che Simenon. Viene invece dal cinema, il giudizio del venerato, sulfureo regista Jean-Luc Godard: In lui si realizza la felice unione tra Dostoevskij e Balzac. Il tutto, senza dimenticare un altro americano, Henry Miller, e tre italiani quali Alberto Savinio, Leonardo Sciascia e Alberto Arbasino. Rispetto a questa autentica pioggia di elogi, mi viene in mente un solo detrattore, ancorché di gran pregio: Jean Paul Sartre.
Il romanziere, si è detto, era belga come l’artista René Magritte, che pure non incontrò mai, sebbene qualche critico si sia interrogato sulla singolare vicinanza, a un passo dall’anagramma, tra Magritte e Maigret: da un lato il pittore di una pipa che non è un pipa, dall’altro il commissario che la fuma continuamente. Quanto alla portata della produzione di Simenon, che prima di esordire fece ricorso a una ventina di pseudonimi, stiamo parlando di circa quattrocento romanzi redatti nel corso di circa quarant’anni, oltre a migliaia di racconti e articoli. Si è favoleggiato di capitoli scritti in poco più di tre ore, e di romanzi ultimati di una decina giorni. A questo proposito, si racconta di una telefonata di Hitchcock al romanziere: Monsieur Simenon è impegnato nella stesura di un romanzo, dice la segretaria. E Hitchcock: Okay, attendo in linea.
E così arriviamo alla leggenda di Georges Simenon nella gabbia di vetro. Secondo alcune fonti (in seguito smentite), lo scrittore avrebbe accettato la scommessa propostagli per 50.000 franchi da Eugene Merle, spregiudicato editore di successo nella Parigi degli anni ’20: scrivere un libro intero in mezzo alla strada, sotto gli occhi di tutti, rinchiuso in una specie di campana di vetro.
Anticipando i protagonisti dei nuovi format televisivi, decisi a vivere sotto il perenne e invasivo sguardo delle telecamere, Simenon avrebbe insomma accettato di esporre la sua attività creativa alla curiosità dei passanti, in un denudamento allo stesso tempo provocatorio e sacrificale. Altri hanno suggerito invece una versione secondo cui l’autore, sulle prime entusiasta, si sarebbe pian piano convinto che il progetto era soltanto una esibizione da circo, senza alcun vero interesse letterario. In effetti, sebbene quasi certamente falsa, la notizia di una simile performance resta oltremodo significativa, e fa comprendere quanto profondo fosse il senso di sfida insito nell’opera di questo narratore prodigioso. Il termine non sembra davvero eccessivo, pensando alla sua capacità di creare intrecci e atmosfere, climi e personaggi, a un ritmo addirittura inconcepibile.
L’hanno notato ammirati molti critici: i libri di Simenon sono delle autentiche tragedie moderne, borghesi, sì, ma congegnate secondo regole classiche.
Affascinante anche il suo rapporto con Federico Fellini, come si vede da una sua lettera del 9 novembre 1976: Fratello, sono due gli uomini che chiamo in questo modo, e l’altro è Jean Renoir. In due diverse forme d’arte noi perseguiamo lo stesso fine: una più profonda conoscenza dell’uomo, per non dire dell’umanità. Ed entrambi lo facciamo in un modo che si potrebbe definire anti- intellettuale. Siamo come spugne, assorbiamo la vita senza saperlo e la restituiamo poi trasformata, ignari del processo alchemico che si è svolto dentro di noi.
È molto importante questa relazione tra la prolificità di Simenon, e la sua rivendicazione di immediatezza; sembrerebbe alludere a una spontaneità priva di rigorosa coscienza critica, o comunque a un atteggiamento anti-intellettualistico. Simenon e Fellini si sentono infatti come minatori alle prese con un reame sotterraneo, ignoto, misterioso, che esplorano senza disporre di alcuna mappa, ma solo andando a tentoni, brancolando, seguendo la propria bussola interiore. Il 15 luglio 1985, sempre rivolto al regista italiano, Simenon aggiunge: A chi mi chiedesse che cos’è un creatore (ecco la parola giusta!) risponderei senza esitazione. ‘Guardate Fellini’. Perché sei tu il prototipo dei creatori. Tu non hai mai imitato nessuno. Non ha mai seguito le mode. Non hai mai adattato l’opera di uno scrittore, di un poeta o di uno sceneggiatore specializzato. Né tanto meno hai seguito i consigli “imperiosi” dei produttori o tenuto conto dei gusti mutevoli del pubblico. Tutti i tuoi film sono diversi, perché riflettono le tue preoccupazioni, le tue angosce, se non addirittura le tue ossessioni del momento.
A proposito di incontri, resta incredibile la mancata visita dello scrittore belga a Carl Gustav Jung, che lo aveva invitato nella sua casa in Svizzera sin dal 1977. È stato detto che Simenon volle tenersi a distanza da un vicino che pure leggeva e ammirava (abitavano entrambi in Svizzera). Se lo scrittore espresse più volte il desiderio di visitarlo, quest’ultimo lasciò molti dei suoi romanzi fittamente annotati. In ogni occasione era sorto un impedimento: da qui l’ipotesi per cui ci fossero motivi di vario tipo, consci o inconsci, per cui il narratore desiderasse e al tempo stesso temesse l’appuntamento. Infine, nel giugno 1961, Jung morì. Maurizio Testa, ideatore del blog Simenon- Simenon, ha suggerito di mettere in relazione questo strano caso di procrastinazione con alcune delle risposte che Simenon dette nell’intervista del 1968 ai cinque medici e psicologi di Médicine et Hygiene. Una pista ermeneutica di estremo interesse, a cavallo tra letteratura e psicanalisi.
Valerio Magrelli è poeta, scrittore, francesista, traduttore e critico letterario

Pur apprezzando l'abilità di Simenon nel descrivere l'interiorità dei protagonisti, ho trovato questo romanzo un po' noioso, lento, ripetitivo. I comportamenti e i ragionamenti dei personaggi sono sempre gli stessi, come se fossero intrappolati in un tunnel psicologico senza uscita, almeno fino alla svolta finale che, come accade in altri romanzi dell'autore, sorprende perché inaspettata. il cappellaio, che con la morte del sarto ha perso il suo pubblico, finisce per trovarsene un altro , spinto dalla soddisfazione per la propria bravura nel compiere i delitti senza farsi scoprire, un' orgoglio che è evidente in tutte le pagine precedenti e che ormai è la sua sola ragione di vita.
RispondiEliminaL' edizione riportava anche i due racconti precedenti che poi Simenon ha sviluppato nel romanzo ed io ho trovato migliore rispetto a quest'ultimo il racconto che difatti ha vinto il premio Ellery Queen perché più contenuto e diretto.