Attratto dalla notizia comparsa sulle prime pagine dei giornali, Capote si fece mandare sul posto dal quotidiano con cui collaborava ed avviò un’indagine scrupolosa che lo portò a conoscere a fondo l’ambiente in cui si era verificato il delitto, ed anche, una volta scoperti e arrestati, la psicologia dei colpevoli coi quali ebbe un’assidua frequentazione in carcere nei sei anni che precedettero la loro esecuzione. Ciò permise allo scrittore di mettere insieme una visione puntuale delle dinamiche della vicenda che non prescinde da un’analisi approfondita dei caratteri dei protagonisti; inoltre, nel sollevare dubbi etici di tono più generale, egli rifugge dal formulare un giudizio personale lasciando al lettore la libertà di formare il proprio.
Il romanzo che ne deriva è un misto tra narrativa e resoconto giornalistico, un romanzo-indagine che ha dato il via al filone del romanzo-non fiction, aprendo così una nuova forma di letteratura, “l’oggettualismo”, il romanzo-verità, di cui ad esempio è un autore molto noto Emmanuel Carrère, anche lui giornalista. Pur aderendo a quest’esigenza di oggettivizzazione, l’opera di Capote non è un freddo racconto dei fatti e l’aspetto “romanzesco”, nel suo significato originale, è sempre presente.
Protagonisti sono sia il Middle West agricolo, il paese di Holcomb dall’esistenza tranquilla e benestante, tragicamente sconvolta dal delitto, sia i due assassini, due balordi psicopatici, privi di valori morali e vittime della loro stessa ferocia. Il racconto alterna efficacemente la descrizione della famiglia Clutter e dei suoi rapporti coi vicini e con le istituzioni del paese – una famiglia normale, ordinata, saggia e ben inserita – con quella del vagabondare degli assassini dopo il delitto, aprendo alcuni squarci sulla loro vita precedente e sulla loro famiglia d’origine, che in qualche modo ne spiegano il comportamento. Sono due Americhe che si fronteggiano, ciascuna con le proprie motivazioni e i propri obiettivi, il bene ed il male che coesistono pur restando ben distinti, mentre sullo sfondo si profila la negazione del sogno americano.
Capote si addentra nei caratteri dei protagonisti evidenziando le zone di luce e quelle d’ombra, con dettagli puntuali, richiamandone le esperienze pregresse di solitudine e di abbandono – in caso di Perry Smith- o risalendo all’incidente che ne avrebbe modificato la personalità – nel caso di Dick Hitchcok – senza tuttavia rinunciare a descrivere a follia o la cattiveria, ma lasciando aperta la questione se si tratti di malvagità naturale o indotta da cause socio psicologiche.
Solo dopo la cattura dei colpevoli Capote indugia nel racconto del delitto, tratto dalle loro confessioni e quindi sempre rispettando l’esigenza di oggettività che caratterizza tutto il romanzo. Pur evitando di soffermarsi sulla descrizione di particolari troppo macabri, il racconto è pieno di tensioni nel confronto tra il delitto efferato e il suo movente, del tutto fatuo, tra le vittime innocenti ed i carnefici psicopatici le cui fisionomie mostrano caratteri discordanti: Dick è più violento e crudele, ma sarà Perry a premere il grilletto per mostrarsi il più duro agli occhi dell’amico, pur avendo tratti delicati verso le vittime, come lo stendere un materasso sotto il corpo del padre o un cuscino sotto la testa del figlio. Il romanzo di Capote cura molto anche l’aspetto psicologico: Perry infatti ha subito traumi infantili sia per colpa della famiglia che per responsabilità della società essendo cresciuto in orfanotrofio.
Alcuni critici hanno accusato Capote di voyerismo cinico. In realtà la sua narrazione mira a far sì che il lettore empatizzi con tutti i personaggi, con coloro che hanno la vita spezzata e con coloro che avendogliela tolta vedono anche la propria rovinata; gli assassini in particolare sono persone dalla mente confusa e ingiustificabili nei loro atti, sono agghiaccianti nella loro indifferenza verso ciò che hanno commesso, mancano di elaborazione interiore e professano un esasperato materialismo. Resta ugualmente la domanda cruciale: la pena di morte è una giusta condanna o una vendetta? E’ giustificata dalla necessità di salvaguardare l’ordine sociale o è un atto contro l’umanità? Capote non si esprime al riguardo, e anche nel libro il narratore non compare, si tiene compostamente dietro le quinte, lasciando al lettore la possibilità di spaziare liberamente tra le vicende, quasi toccandole con mano. E’ un narratore onniscente che solo in pochi punti del racconto appare dietro ad una figura di giornalista che ricorda l’autore.
Il linguaggio è crudo, realistico, privo di fronzoli, come se il “sangue freddo” fosse anche una disposizione dello scrittore; eppure nel complesso il romanzo comunica emozioni forti e non manca di turbare la tranquilla coscienza del lettore onesto e sensibile. Davvero geniale è la parte iniziale in cui le due giornate convergono, e a cui fa seguito una sospensione del racconto che riprende dopo la cattura degli assassini.
A sangue freddo è un libro molto duro, che turba, ma un po’ datato. Oggi la stessa storia verrebbe purtroppo raccontata con molti particolari più atroci.

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