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IL grande sonno di Raymond Chandler - A cura di Serenella Barbieri

Prologo

Prima de Il grande sonno, il giallo come genere letterario era appannaggio di personaggi integerrimi e dai tratti caricaturali come il buffo Poirot della Christie o il goloso Nero Woolfe di Stout; non c’era spazio per i conflitti interiori che allora sembravano prerogativa esclusiva di un vero e proprio predicatore nel deserto del giallo, tale Dashiell Hammett, raro esempio di comunista statunitense a cui Chandler si rifà. Dopo l’incontro con Hammett in Chandler nasce il bisogno di criticare tutta la tradizione giallistica antecedente e contemporanea: si assiste alla nascita di un nuovo genere, l’Hard Boiled, caratterizzato da ambientazioni cupe, vicende torbide e pericoli assortiti.

Il grande sonno rappresenta meglio di qualsiasi altro romanzo il perfezionamento di questo genere.

Il libro fu scritto nel 1938, alle soglie di una guerra che avrebbe devastato il mondo. Chandler prese il materiale narrativo da due suoi racconti lunghi già editi: Killer in the Rain (Black Mask, 1935) e The Courtain (Black Mask, 12936) oltre a tracce di Finger Man e creò il suo capolavoro.

La bellezza di questa storia non sta in una somma di perfezioni, ma proprio nel suo contrario. È un equilibrio di stridenti contrasti, dove ambientazione, atmosfera e personaggi (e pungente ironia) prevalgono sul plot e sull’epilogo, e sulla logica classica del chi ha ucciso chi.

Partiamo dal titolo: Il grande sonno, The Big Sleep, nel gergo della mala è la morte. Il sonno da cui non c’è risveglio. Il sonno che azzera tutto, sogni, pensieri, aspirazioni, colpe, vizi. L’argine e il baricentro di questa storia nera e senza redenzione che vede solo nel protagonista un certo punto di equilibrio, una dimensione etica e morale, che non conforta, ma dà spazio a una sorta di respiro universale in cui rettitudine e disincanto, hanno una forma, una dimensione. Una dignità. Se Philip Marlowe è immerso nel pantano della Los Angeles degli anni ‘30 tra contrabbandieri, biscazzieri, cialtroni di varia caratura, ricattatori, assassini senza coscienza e figlie viziate di miliardari prossimi alla morte, questo non toglie che una sorta di purezza emani da lui, un’aura, un’autenticità, una rettitudine che maschera con sferzanti battute ironiche di un’amarezza accecante e struggente.

Il tema della morte è ricorrente e si respira sin dall’odore di decomposizione già presente nella serra dove il generale Sternwood accoglie Marlowe, una sorta di antro infernale, fino al letto di morte in cui il vecchio attende con le mani esangui intrecciate al lenzuolo.

Philp Marlowe è un uomo comune, normale, squattrinato, alle prese con il male, di una società, di un mondo che non comprende e disprezza. La corruzione, la bassezza, l’avidità che percepisce (tutto giocato nei dialoghi di una profondità psicologica e precisione devastanti), lo lambiscono senza entragli dentro, lui resta sempre una spanna sopra questo stagno di vizi e turpitudini. La violenza non fa parte del suo DNA, la conosce, la utilizza accidentalmente (uccide anche, se è il caso) ma lui è altro, è altrove, è il cavaliere medioevale, cinico e disincantato, ma pur sempre in armatura e cavallo bianco, seppure dalla realtà venga rappresentato come un alcolizzato fallito.

Philip Marlowe resta un punto fermo, il solo vivo tra una palude di morti, e proprio per questo noi lo amiamo.

L’unico vero angelo della città degli angeli è lui: un individuo strafottente, irrispettoso, cinico e disincantato, che spesso capisce le cose troppo tardi, ma che ha una morale stupidamente inflessibile: non si spezza e non si piega, non va a letto con le clienti, non si lascia corrompere. Beve, fuma, si accontenta di venticinque dollari al giorno per farsi sparare addosso. Eppure Marlowe non è un eroe: è (Chandler stesso lo definisce così) un fallito. Cos’altro può essere l’unica persona dritta in un mondo storto? Lui stesso lo sa, e gli va benissimo così.

Curiosità

Ne Il grande sonno si trova un colpevole per ogni cadavere, tranne uno: l’autista degli Sternwood, ripescato dal fondo del Pacifico in cui era finito, insieme alla sua macchina, dopo un colpo di sfollagente in testa. La sua morte è connessa ai fatti, ma quando Marlowe chiarisce il suo ruolo nella faccenda smette di indagare su di lui, e a un certo punto non se ne parla più. Chi l’ha ucciso? Il problema tormenta non poco gli sceneggiatori del film di Howard Hawks, che alla fine si decide a scrivere a Chandler per chiederlo direttamente a lui. Tutto inutile: Chandler, risponde, non ha idea di chi possa avere ucciso lo chauffeur. E perché avrebbe dovuto? Si chiama “realtà”, baby: mica si può sapere sempre tutto.

Il Grande Sonno rappresenta la fine di un sogno, del sogno americano (c’è mai davvero stato?, C’è ancora?) trattato da tanta letteratura alta, tutto tramite gli archetipi e i canoni dell’hardboiled più irregolare che di fatto divenne vera letteratura, con piena dignità e diritto di esistere anche oggi assieme ai classici.

Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L’acqua putrida e il petrolio sono come il vento e l’aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora.

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