Il mio primo incontro con il titolo di questo libro è stato su una maglietta e ho pensato “però gli Afterhours sono proprio un gruppo originale” … In realtà era un omaggio che dei milanesi facevano ad un milanese “d’adozione”.
Pubblicato il 2 maggio 2008
La mia vita
A un chilometro da qua
So quello che ho
La certezza di
Ogni novità
E' il senso di abitudine
Già dalla sua metà
Ma se non fermassi qua
Guidando fino a che
Fino a svanire e ridere
Morire oppur rivivere
Me-solo per me
La mia casa
A un chilometro da qui
Con-tu ed Emma-un regno
Beh questo è il vostro re
SCERBANENCO, Giorgio (nome italiano dello scrittore di origine ucraina Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko). – Nacque a Kiev il 10 agosto 1911 (28 luglio del calendario ortodosso), da Valerian, professore di lingue classiche, e da Leda Giulivi. I genitori si conobbero in Italia, dove il padre (poi ucciso durante la Rivoluzione d’ottobre) era giunto per ragioni di studio.
Trascorse l’infanzia a Roma. A sedici anni si spostò con la madre a Milano. Svolse diversi lavori: fresatore e spedizioniere alla Borletti, barelliere della Croce rossa, contabile. Studiò filosofia da autodidatta presso la biblioteca di Brera, contrasse la tubercolosi e venne ricoverato in sanatorio. Nello stesso periodo prese a farsi chiamare Giorgio Scerbanenco, abbandonando il primo nome. Nel 1934 pubblicò il racconto Pentimento su Piccola, testata del gruppo Rizzoli ed entrò nel mondo editoriale grazie all’interessamento di Cesare Zavattini. Fu dapprima correttore di bozze e redattore, poi autore di racconti e romanzi a puntate. Con lo pseudonimo Luciano rispose alla posta delle lettrici di Grazia. Nel 1942 collaborò con l’edizione pomeridiana del Corriere della sera. Dopo l’8 settembre del 1943 riparò in Svizzera, continuando l’attività di giornalista su piccole testate locali. A questo periodo risale Patria mia. Riflessioni e confessioni sull’Italia (composto nel 1943-45; poi in volume, a cura di A. Paganini, Savigliano 2011), saggio storico dai toni polemici nei confronti del regime fascista. Dopo il ritorno a Milano, alla fine di aprile del 1945, si separò dalla prima moglie, Teresa ‘Liuba’ Bandini, corista alla Scala, sposata nel 1930, da cui aveva avuto quattro figli (la primogenita Elena morta prematuramente a due anni, il secondo figlio fucilato dai fascisti). Si unì in seguito a Cinzia Monanni, figlia dell’editore Giuseppe, da cui ebbe Cecilia e Germana, eredi dei suoi diritti d’autore.
Sempre al principio del secondo dopoguerra Rizzoli (laddove non specificato le opere si intendono pubblicate a Milano per i tipi dello stesso editore) gli affidò, con un contratto in esclusiva, la condirezione della rivista letteraria femminile Novella e il compito di creare una nuova rivista, Bella, di analoga impostazione, ma con un maggior numero di pagine dedicate alla moda e all’attualità. In tale ambito fu titolare di rubriche su Annabella (pseudonimo Adrian) e Novella (La Posta segreta di Valentino). Sino alla fine degli anni Cinquanta si dedicò in prevalenza al romanzo rosa.
La produzione, assai nutrita, fu ospitata in gran parte sulle riviste della Rizzoli di cui era redattore e direttore e fu spesso siglata da pseudonimi, in un arco di tempo che va da Il terzo amore (1938) a La ragazza dell’addio (1956). Non trascurò tuttavia altri settori della narrativa di consumo, la spy- story, la fantascienza (Il paese senza cielo, 1939 e Reggio Emilia 2003; Il cavallo venduto, 1963; L’anaconda, Piacenza 1967 e Milano, Frassinelli, 1992), il western (Il grande incanto, 1948 e 1977; Luna messicana, 1949; con lo pseudonimo John Colemoore), affinando una tendenza all’ibridazione dei generi che si ritrova nelle sue prove più riuscite, come Appuntamento a Trieste (1953) o Europa molto amore (Milano, Garzanti, 1967).
Nel marzo 1965 si trasferì da Milano a Lignano Sabbiadoro, località che frequentava già da alcuni anni, nella quale ambientò i romanzi La sabbia non ricorda (1963) e Né sempre, né mai (1973).
Frattanto nel 1936, su Il Secolo illustrato, aveva dato alle stampe sette racconti polizieschi con lo pseudonimo di Danny Sher mentre, negli anni Quaranta, con Sei giorni di preavviso (1940, inserito nella collana SuperGialli Mondadori), inaugurò la serie di romanzi con protagonista Arthur Jelling, archivista della polizia di Boston: La bambola cieca (1941), Nessuno è colpevole (1941), L’antro dei filosofi (1942), Il cane che parla (1942). Il sesto romanzo della serie, Lo scandalo dell’osservatorio astronomico, è uscito per i tipi di Sellerio solo nel 2011.
L’impostazione del racconto è lontana dagli stereotipi della ‘scuola dei duri’ americana. Il detective ha temperamento speculativo, l’indagine si basa sul confronto minuzioso dei rapporti d’inchiesta. Boston, teatro degli avvenimenti narrati, non presenta alcun elemento toponomastico corrispondente alla realtà effettiva della metropoli americana e si basa su descrizioni generiche, che mirano a una ricostruzione convenzionale dello spazio urbano. Ciò è dovuto non solo alla necessità di ottemperare ai canoni restrittivi del giallo fascista, ma alla volontà di reinterpretare le formule del poliziesco (1). Come accadde a partire dalla metà degli anni Sessanta quando Scerbanenco, volto ormai esclusivamente a tale genere, fu tra i primi a svincolare il racconto dai repertori assunti come riferimento dagli autori italiani per ottenere una maggiore considerazione a livello editoriale e letterario e dette avvio al ciclo di Duca Lamberti, medico radiato dall’albo per eutanasia e consulente della polizia.
A Venere privata (1966) seguirono altri tre romanzi: Traditori di tutti per Garzanti (1966), I ragazzi del massacro (1968) e I milanesi ammazzano al sabato (1969), oggetto di fortunate trasposizioni cinematografiche, rispettivamente per mano di Philippe Boysset (Il caso Venere privata, 1970), Ferdinando di Leo (I ragazzi del massacro, 1969) e Duccio Tessari (La morte risale a ieri sera, 1970, da I milanesi ammazzano al sabato). Cui si aggiunsero i film tratti dalla raccolta di ventidue racconti Milano Calibro 9: Milano Calibro 9 (1972) e La mala ordina (1972) di Ferdinando Di Leo, nonché Liberi armati e pericolosi (1976) di Romolo Guerrieri.
In Venere privata il commissario Càrrua, si rivolge a Duca Lamberti, appena scarcerato, perché lo aiuti a disintossicare il figlio di un potente industriale dalla dipendenza dall’alcol. Duca si troverà ad affiancare Càrrua nelle indagini sulla morte di una giovane donna, trovata suicida a Metanopoli, perché inseguita e minacciata da un sadico. In I ragazzi del massacro, una classe serale di giovani difficili violenta e uccide l’insegnante Matilde Crescenzaghi su istigazione di Marisela Faluggi, matrigna di uno di loro. In I milanesi ammazzano al sabato Duca Lamberti indaga sulla scomparsa di una bellissima minorata, Donatella, figlia del camionista Amanzio Berzaghi, che la tiene inutilmente nascosta in casa e non riuscirà a impedirne il rapimento e l’atroce uccisione da parte di una banda di sfruttatori.
Scerbanenco immette gli stilemi del noir nella realtà nazionale (milanese in particolare), utilizzando la visione cinica e cupa delle cose maturata negli anni dell’attività giornalistica. A fare da sfondo alle vicende la descrizione di una malavita che proviene direttamente dalle pagine della cronaca nera dei quotidiani dell’epoca, paradigma di un’Italia alle prese con le contraddizioni del boom economico. Il tono di fondo del racconto è modulato dall’istintivo moralismo del protagonista, paladino di un’azione che non muove da ragioni etiche, quanto dal desiderio di una vendetta personale nei confronti dei ‘bari’ e di chi trasgredisce le regole codificate del ‘gioco sociale’.
La società è un gioco, vero? – afferma Duca Lamberti – Le regole del gioco sono scritte nel codice penale, in quello civile e in un altro codice, piuttosto vago e non scritto, chiamato codice morale [...] o si sta alle loro regole, o non si sta. L’unico trasgressore alle regole del gioco che io posso rispettare è il bandito col trombone che si nasconde per le montagne: lui non sta alle regole del gioco, lui, anzi, dice chiaramente che non vuole giocare alla bella società e che le regole le fa lui con il fucile. Ma i bari no, li odio e li disprezzo (Venere privata, 1998, p. 124).
Nel 1968 Scerbanenco fu insignito a Parigi con il Grand Prix de la littérature policière per Traditori di tutti. Abbandonò la direzione delle riviste, ma non interruppe le collaborazioni giornalistiche con La Stampa, Oggi, Bolero. Lavorò soprattutto alla trasposizione cinematografica dei suoi romanzi e alla stesura di soggetti originali per la televisione, meditando di tornare a vivere a Roma, per dedicarsi esclusivamente alla sceneggiatura. Nel 1969 l’incontro con il produttore cinematografico Luigi Martello lo spinse a riproporre la sua produzione letteraria nell’ambito di un progetto denominato Televisione a colori, per il quale mise a punto quindici sceneggiature pronte per essere girate, i cui soggetti sono conservati presso l’archivio della Biblioteca civica di Lignano Sabbiadoro. Negli ultimi mesi del 1968 si manifestarono i sintomi di una grave malattia. Morì a Milano il 27 ottobre 1969.
I milanesi ammazzano al sabato è uno dei romanzi più celebri di Giorgio Scerbanenco, pubblicato per la prima volta nel 1969. Questo libro rappresenta un capitolo fondamentale nella sua carriera e un importante esempio del noir italiano, nonché un classico del genere poliziesco. Il titolo stesso, con la sua frase ironica e amara, è indicativo dello stile di Scerbanenco, che mescola la cruda realtà con una critica sociale pungente.
Sinossi del romanzo
Il romanzo è ambientato nella Milano di fine degli anni '60, una città che Scerbanenco descrive come un luogo implacabile, corrotto e pieno di violenza. La storia ruota attorno all'omicidio di una giovane donna, ma quello che inizialmente sembra un caso di cronaca nera si trasforma ben presto in una riflessione più profonda sulla natura della violenza urbana e sul disfacimento dei valori sociali.
"I milanesi ammazzano al sabato" non è solo un giallo tradizionale, ma una storia che esplora anche le dinamiche sociali e psicologiche della città. Il protagonista principale, Duca Lamberti, commissario della polizia, è chiamato a indagare su un crimine che sembra non essere legato a motivi personali o passionali, ma che invece rispecchia una sorta di meccanismo sociale più ampio, una "normalizzazione" della violenza nella vita quotidiana.
Temi principali
Il titolo stesso suggerisce un atteggiamento disincantato e pessimista, tipico del noir, in cui Scerbanenco fa emergere un mondo dove la violenza come una ritualità che segna e scandisce la settimana. La narrazione riflette la freddezza e l'indifferenza con cui la società milanese, rappresentata dai suoi protagonisti, sembra affrontare il crimine e la morte. È una Milano descritta come una città disumanizzata, dove le disuguaglianze sociali, l'alienazione e la solitudine prendono il sopravvento.
Un altro aspetto significativo del romanzo è l'analisi della psicologia dei personaggi, in particolare del commissario Duca Lamberti, un uomo in cerca di giustizia, ma che a sua volta è segnato da una profonda solitudine e da un senso di impotenza. Lamberti, pur essendo un investigatore esperto e competente, non può fare a meno di sentire il peso di una città che sembra inghiottire ogni speranza di redenzione.
Stile e struttura
Il romanzo è caratterizzato da uno stile secco e diretto, con una prosa che non cerca la bellezza stilistica, ma punta a trasmettere il più possibile l’atmosfera cupa e inquietante della storia. La narrazione è tesa, senza fronzoli, e Scerbanenco utilizza un linguaggio semplice ma efficace per evocare una Milano oscura, una città in cui il crimine sembra essere una forza che agisce al di sopra di ogni legge e moralità.
La struttura del romanzo è articolata attraverso un alternarsi di eventi che mescolano l'investigazione poliziesca con il processo di disvelamento delle motivazioni che spingono i protagonisti a compiere atti di violenza. I dialoghi sono serrati, e la narrazione è fluida, mantenendo sempre alta la tensione.
Un romanzo di critica sociale
Oltre ad essere un giallo avvincente, "I milanesi ammazzano al sabato" è una feroce critica alla società italiana del tempo. Scerbanenco non si limita a descrivere il crimine, ma analizza anche il contesto sociale, politico ed economico che genera quella violenza. La Milano che Scerbanenco dipinge non è solo un luogo fisico, ma una metafora di una società in decadenza, dove l’individualismo e l’indifferenza sociale sono all'ordine del giorno. L’autore mette in evidenza le difficoltà esistenziali dei personaggi, spesso emarginati o in conflitto con la propria identità, ma anche un sistema più ampio che sembra favorire la violenza e la corruzione.
L'importanza del romanzo
I milanesi ammazzano al sabato è considerato uno dei capolavori di Scerbanenco e una delle opere più influenti della narrativa poliziesca italiana del Novecento. Il romanzo, purtroppo, non è solo un racconto di crimine, ma una riflessione amara sulla società del tempo. La capacità di Scerbanenco di intrecciare la trama gialla con temi sociali e psicologici ha fatto di questo libro un esempio di "noir" che va ben oltre i semplici schemi del genere. È un racconto che non solo intriga il lettore, ma lo costringe a riflettere su ciò che avviene dietro la facciata di una società apparentemente civile.
La trasposizione cinematografica
Il romanzo ha ispirato il film La morte risale a ieri sera (1970) di Duccio Tessari, in cui Duca Lamberti è interpretato da Frank Wolff, mentre Amanzio Berzaghi è impersonato da Raf Vallone. "I milanesi ammazzano al sabato" è quindi un romanzo che ha segnato un punto di svolta nella carriera di Scerbanenco e che ha lasciato un segno profondo nella letteratura noir italiana. La pubblicazione di questo romanzo segnò un momento importante nella carriera di Scerbanenco, consolidando la sua fama come uno dei più rilevanti autori del genere noir in Italia. La scelta di Mondadori, una delle case editrici più importanti d'Italia, di pubblicare il romanzo fu un segno della crescente popolarità della narrativa gialla in quel periodo.
Quadrilogia con protagonista Duca Lamberti
- Venere privata, Milano, Garzanti, 1966
- Traditori di tutti, Milano, Garzanti, 1966
- I ragazzi del massacro, Milano, Garzanti, 1968
- I milanesi ammazzano al sabato, Milano, Garzanti, 1969
(1) Il genere giallo, durante il ventennio fascista (1922-1943), ha vissuto una situazione complessa e paradossale: da una parte un enorme successo popolare (lanciato dalla collana "Libri Gialli" Mondadori dal 1929), dall'altra una crescente censura e ostilità da parte del regime, che portò alla sua quasi totale soppressione nei primi anni '40. Ecco i principali canoni e le restrizioni di scrittura imposti nel periodo:
- Divieto dell'ambientazione italiana: Il regime fascista non poteva tollerare che si narrasse di delitti avvenuti in Italia, poiché la propaganda sosteneva che la delinquenza fosse stata sradicata e che la società italiana fosse sicura e ordinata. I romanzi dovevano quindi essere ambientati all'estero, preferibilmente negli Stati Uniti o in Gran Bretagna.
- Assenza di forze dell'ordine italiane: Il commissario, il poliziotto o il detective non potevano essere italiani, né tantomeno membri dell'OVRA (la polizia segreta fascista). I protagonisti dovevano essere stranieri (es. l'ispettore Derrick, Sherlock Holmes) o, al limite, investigatori privati operanti in contesti cosmopoliti.
- Esaltazione delle forze dell'ordine straniere: Spesso, per contrasto, le indagini evidenziavano l'efficienza di Scotland Yard o della polizia americana, pur mantenendo l'ambientazione lontana dalla realtà fascista.
- Censura linguistica e nazionalizzazione: Il regime impose una lotta ai "forestierismi". I titoli e i nomi dei personaggi dovevano suonare italiani o italianizzati, eliminando anglicismi che avevano reso celebre il genere.
- Autocensura e moralità: Gli autori italiani, per pubblicare, dovevano autocensurarsi, evitando trame che implicassero corruzione delle istituzioni o critica sociale. Il giallo doveva essere un puro passatempo intellettuale, un "gioco", privo di risvolti realistici o politici.
- Augusto De Angelis come eccezione: Autori come Augusto De Angelis, con il suo commissario De Vincenzi, riuscirono a creare un giallo di stampo psicologico ambientato a Milano, ma il suo stile, troppo attento alle debolezze umane e poco incline alla celebrazione del regime, gli costò l'ostilità delle autorità.
- Verso il 1941-1943, il Ministero della Cultura Popolare (MinCulPop) arrivò a vietare quasi totalmente la pubblicazione di romanzi polizieschi, ritenuti diseducativi e contrari allo spirito fascista.
Fonti e Bibliolgrafia
Per le informazioni biografiche sugli anni giovanili e gli esordi di Scerbanenco si rimanda agli scritti autobiografici: Io Wladimir Scerbanenco, in Id., Venere privata, Milano 1990, pp. 223-252, e Viaggio in una vita, in Id., Il falcone e altri racconti, Milano 2013, pp. 140-143. Sul periodo svizzero: A. Paganini, Introduzione a G. Scerbanenco, Il mestiere di uomo, Torino 2006, pp. 11-46. L’archivio di Scerbanenco è conservato presso la Biblioteca civica di Lignano Sabbiadoro e comprende i manoscritti e i dattiloscritti dei romanzi e dei racconti, gli articoli, le ricerche, gli appunti di lavoro dello scrittore. Una bibliografia delle opere letterarie in: R. Pirani, Bibliografia delle opere di G. S., in G. S. Riflessioni, scoperte, proposte per un centenario 1911-2011, a cura di R. Pirani, Pontassieve 2011, pp. 159-279; G. Reverdito, Bibliografia, in Id., G. S. e il cuore nero del giallo di casa nostra, Roma 2014, pp. 281-298 (in partic. per gli pseudonimi di Scerbanenco). Per una bibliografia critica essenziale si vedano almeno: G. Canova, S. Il delitto alla milanese, in Il successo letterario, a cura di V. Spinazzola, Milano 1985, pp. 147-170; M. Carloni, Storia e geografia di un genere letterario: il romanzo poliziesco italiano contemporaneo (1966-1984), in Critica letteraria, XIII (1985), 46, pp. 167-187; O. Del Buono, Introduzione a G. Scerbanenco, Il falcone e altri racconti inediti, Milano 1993, pp. VII-XII; E. Guagnini, S., il giallo e la storia del giallo italiano, in Delitti di carta, I (1997), 1, pp. 64-67; R. Pirani, Alla ricerca di un continente perduto. G. S. dal 1933 al 1965, ibid., II (1998), 3, pp. 106-111; C. Lucarelli, G. S., in Pulp, 1999, n. 21 (settembre-ottobre), pp. 60-63; L. Crovi, G. S., in Id., Tutti i colori del giallo..., Venezia 2002, pp. 85-100; G. Desiderio, La patria perduta di S., in Risk, XII (2011), 63, pp. 78 s.; A. Via, G. S. Un archetipo del romanzo poliziesco, Roma 2012; F. Boni, L’arte poliziesca di S. nell’epoca della letteratura di massa, Roma 2016.
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